Cose scritte sei anni fa…

E’ il giorno dell’incertezza. E’ il primo. Non so ancora se andare, se restare. restare significa il nulla, andare significa qualche cosa di nuovo, forse di non gestibile, che va oltre ciò che sono, che posso essere; è l’incertezza che mi prende. Sono ancora in tempo per rinunciare, per tornare al niente ordinario.

No! Il niente non mi piace. Oggi è il giorno giusto, eppure…

Eppure anche la luce che filtra pallida dalle nubi, rimandando un riflesso ocra sbiadito, spento, languido, tutto quanto nell’aria mi dice che “forse non è il caso”, “forse dovrei farne a meno e vivere il solito scorrere via dei giorni, veloce e lento allo stesso tempo, senza pensare a niente che mi riporti alla mia condizione, a quella che sono diventata e, sopratutto, a quella che avrei potuto, che potrei essere.

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Cose scritte sei anni fa…

Non me lo spiego…

Non ho mai compreso perché nell’antichità la gente poneva molta attenzione alle cose della Natura, e ne sapevano, oh, sì che ne sapevano!!! Basta guardare uno di quei quadri del Da Vinci, detto anche Leonardo… tipo “La Vergine delle rocce”, per dirne uno; alle spalle della Vergine leonardesca ci sono dei fiori… e quei fiori hanno un nome e un significato simbolico ben preciso (ne parlerò in quell’altro blog una volta o l’altra, quello dedicato alla Bellezza, ovvero a mamma Natura).

E invece oggi la maggior parte della gente parla della Natura il più delle volte solo per sentito dire! Parlano di cambiamento climatico, di effetto serra, di energie rinnovabili… parlano, parlano, parlano… ma poi ti rendi conto che pochissimi sanno distinguere una vespa da un’ape, o un rospo da una salamandra!! O peggio, c’è gente che pensa che i conigli che si tengono in casa come animaletti pucciosi da compagnia siano degli incroci fra una mamma coniglia e un gatto persiano… e non sto scherzando.

Io non me la spiego questa cosa! Ma davvero stiamo regredendo a tal punto??!! MI sta bene l’analfabetismo di ritorno e quello emozionale (Galimberti ci informa che c’è chi non sa più distinguere il significato fra una sberla e una carezza… e visto che questa cosa è verissima, io sono preoccupatissima, ecco…), mi sta bene il fatto che la maggior parte della gente non capisce quello che legge, ma non saper più distinguere una cacca di mucca da una cacca di capra per una persona che vive a sei chilometri da una malga, beh a me risulta alquanto preoccupante, ecco… e non me lo spiego come si sia arrivati a questo punto! Davvero… non me lo spiego.

Dite che la malsana abitudine di girare per il mondo con gli occhi e il naso appiccati allo schermo di un tablet o di uno smartphone facendosi selfie con la bocca a culo di gallina, senza aver mai visto una gallina se non nella pubblicità con Banderas, abbia qualche attinenza con questo rincoglionimento generale?!! MI vien da dire che quelli che promuovono i 120 anni come obiettivo di longevità diffusa, dovrebbero prima guardarsi attorno e ponderare… voglio dire: ma vale la pena vivere tanto a lungo in una condizione di senilità tanto precoce?

Non me lo spiego…

Malinconiche

Le primavere mi si insinuano fra i solchi neuronali e ci fanno un nido che ha il vago sentore oppiaceo dei giardini d’inverno nelle giornate nebbiose; mi trovo a sonnecchiare fra il canto dei merli ed i pulviscoli di pollini immersi nella luce tenue di un’alba silenziosa e nata per pochi, e intanto le nebbie lente si alzano dal lago e colorano di rosa dorato i costoni delle rocce chiare. Mi trovo a pensare che se ora, in questo momento, non avessi visto tutto questo, allora nessuno di questi colori avrebbe avuto senso, nessun profumo di questa rinnovata freschezza sarebbe mai stato percepito. Mi si solleva nel cuore una malinconia dolce, triste, sottile e silenziosa; quante volte e quanta di questa bellezza mi sono persa? Mi verrebbe voglia di non dormire mai più, e vivere tutto, per sempre.

Malinconiche

Il senso

Terminavo la lettura astrologica delle caratteristiche gioviali del pianeta Giove e nel frattempo nel corridoio si consumava una battaglia fra Trep e Glaube; una battaglia all’ultimo sangue!

Trep, un ragno nero che vive dietro al battiscopa e Glaube, il gatto grigio di casa, castrato, di quasi cinque chili. Trep stava per avere la meglio, ma commise l’imperdonabile errore di allungare la zampetta anteriore destra per afferrare un lembo di tela che, per non so quale motivo, era rimasta ancorata ad un’asperità dell’intonaco verde.

Era un tipo ordinato Trep, e odiava lasciare cose in giro che non fossero allineate con le assimmetrie architettoniche delle sue costruzioni; fu questa sua maniacale predisposizione al perfezionismo il motivo della sua fine! Glaube colse il momento esatto in cui Trep fece il piccolo scatto con la zampa per recuperare la tela, rimanendo, pensava, ben nascosto dietro il battiscopa con il resto del suo corpo.

Una lingua rosea e ruvida lo sollevò di scatto ancorando l’ esile zampetta e in un microsecondo il ragno si ritrovò fuori dal suo antro, inghiottito da Glaube che già si stava allontanando, muovendo sinuosamente la coda, soddisfatto, pesante e sornione.

Mi resi conto della fine della battaglia quando vidi la sua ombra con la coda dell’occhio che si allontanava dal luogo del misfatto; mi sorpresi a dispiacermi… mi ero affezionato a Trep, alle sue incursioni improvvise lungo il muro per avvolgere velocemente nella tela le mosche che si andavano a impigliare nell’angolo del corridoio.

Ora non c’era più. Mi chiesi se il pianeta Giove centrasse qualcosa in quella fine improvvisa, mi chiesi se centrasse il karma tanto decantato dalle dottrine occidentalizzate delle filosofie buddiste… mi chiesi se la fine di Trep aveva un senso. Mi ritrovai a chiedermi che cosa avesse un senso e alla fine mi diedi questa risposta: “Stasera pizza o pollo freddo?”

Il senso

Requiem

Incespico fra una banalità e l’altra e strappo fibre di insensatezza alle gelide folate che serpeggiano fra le sale tetre delle cattedrali di cemento. Alle salubri pareti di cellulosa si sono sostituiti questi flaccidi costruttori di tenebra. Il circo dell’inutile che spegne le menti dilaga e le contemplazioni del mare lasciano il posto all’imbrattamento osceno di carta riciclata, stampata con le foto a colori per quei tanti che non si ricordano più come si fa a leggere, o forse non lo hanno nemmeno mai potuto imparare.

Termino con un requiem.

Hanno spento la meraviglia.

Requiem

All’alba dei nuovi giorni…

All’alba dei nuovi giorni mi parte la contemplazione… quasi mistica… ho detto quasi. Nel triangolo fra sole che sorge, orizzonte che si alza e fondovalle oscuro, ci trovo la migratoria dei sentimenti; si vanno a nascondere, perché quelli escono e si sentono sicuri solo di notte. Fanno bene; non c’è certezza nelle manifestazioni troppo limpide, dove tutto è accecato da ciò che si crede di poter vedere e le ombre non hanno modo di aggrapparsi alle cose.

La notte invece lascia spazio all’invisibile, che è molto. A dirla tutta, l’invisibile potrebbe essere tutto, meno quel poco che la luce permette di vedere. Che poi non tutto quel che si vede, necessariamente esiste, come non tutto quel che non si vede, non esiste. Ed è più facile vedere tutto di notte, proprio perché ci vedo poco, di notte. Però sento, annuso, intuisco… ecco sì, intuisco. La notte sviluppa l’intuito, l’olfatto, l’udito…. per questo l’eterna notte non mi spaventa, anzi!

A me piacciono le civette nane, fra le altre… perché poi ci sono anche quelle capogrosso, quelle delle nevi… i gufi… i gufi sono speciali. Anche le civette lo sono. Mangiano i ghiri, ma mica solo i ghiri! A me non piacciono i ghiri, voglio dire che non li trovo di mio gradimento, come pasto… però li trovo di buona compagnia nei boschi. Loro amano l’autunno, ne son certa. Son sonnacchiosi d’indole mica per niente! Come me… anch’io amo l’autunno.

Penso che quando arriverà l’ultimo autunno mi piacerà la luce che mi regalerà, mi piacerà sempre, fino alla fine. E come ogni autunno, lo ringrazierò.

All’alba dei nuovi giorni…