Il senso

Terminavo la lettura astrologica delle caratteristiche gioviali del pianeta Giove e nel frattempo nel corridoio si consumava una battaglia fra Trep e Glaube; una battaglia all’ultimo sangue!

Trep, un ragno nero che vive dietro al battiscopa e Glaube, il gatto grigio di casa, castrato, di quasi cinque chili. Trep stava per avere la meglio, ma commise l’imperdonabile errore di allungare la zampetta anteriore destra per afferrare un lembo di tela che, per non so quale motivo, era rimasta ancorata ad un’asperità dell’intonaco verde.

Era un tipo ordinato Trep, e odiava lasciare cose in giro che non fossero allineate con le assimmetrie architettoniche delle sue costruzioni; fu questa sua maniacale predisposizione al perfezionismo il motivo della sua fine! Glaube colse il momento esatto in cui Trep fece il piccolo scatto con la zampa per recuperare la tela, rimanendo, pensava, ben nascosto dietro il battiscopa con il resto del suo corpo.

Una lingua rosea e ruvida lo sollevò di scatto ancorando l’ esile zampetta e in un microsecondo il ragno si ritrovò fuori dal suo antro, inghiottito da Glaube che già si stava allontanando, muovendo sinuosamente la coda, soddisfatto, pesante e sornione.

Mi resi conto della fine della battaglia quando vidi la sua ombra con la coda dell’occhio che si allontanava dal luogo del misfatto; mi sorpresi a dispiacermi… mi ero affezionato a Trep, alle sue incursioni improvvise lungo il muro per avvolgere velocemente nella tela le mosche che si andavano a impigliare nell’angolo del corridoio.

Ora non c’era più. Mi chiesi se il pianeta Giove centrasse qualcosa in quella fine improvvisa, mi chiesi se centrasse il karma tanto decantato dalle dottrine occidentalizzate delle filosofie buddiste… mi chiesi se la fine di Trep aveva un senso. Mi ritrovai a chiedermi che cosa avesse un senso e alla fine mi diedi questa risposta: “Stasera pizza o pollo freddo?”

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Il senso

Requiem

Incespico fra una banalità e l’altra e strappo fibre di insensatezza alle gelide folate che serpeggiano fra le sale tetre delle cattedrali di cemento. Alle salubri pareti di cellulosa si sono sostituiti questi flaccidi costruttori di tenebra. Il circo dell’inutile che spegne le menti dilaga e le contemplazioni del mare lasciano il posto all’imbrattamento osceno di carta riciclata, stampata con le foto a colori per quei tanti che non si ricordano più come si fa a leggere, o forse non lo hanno nemmeno mai potuto imparare.

Termino con un requiem.

Hanno spento la meraviglia.

Requiem

All’alba dei nuovi giorni…

All’alba dei nuovi giorni mi parte la contemplazione… quasi mistica… ho detto quasi. Nel triangolo fra sole che sorge, orizzonte che si alza e fondovalle oscuro, ci trovo la migratoria dei sentimenti; si vanno a nascondere, perché quelli escono e si sentono sicuri solo di notte. Fanno bene; non c’è certezza nelle manifestazioni troppo limpide, dove tutto è accecato da ciò che si crede di poter vedere e le ombre non hanno modo di aggrapparsi alle cose.

La notte invece lascia spazio all’invisibile, che è molto. A dirla tutta, l’invisibile potrebbe essere tutto, meno quel poco che la luce permette di vedere. Che poi non tutto quel che si vede, necessariamente esiste, come non tutto quel che non si vede, non esiste. Ed è più facile vedere tutto di notte, proprio perché ci vedo poco, di notte. Però sento, annuso, intuisco… ecco sì, intuisco. La notte sviluppa l’intuito, l’olfatto, l’udito…. per questo l’eterna notte non mi spaventa, anzi!

A me piacciono le civette nane, fra le altre… perché poi ci sono anche quelle capogrosso, quelle delle nevi… i gufi… i gufi sono speciali. Anche le civette lo sono. Mangiano i ghiri, ma mica solo i ghiri! A me non piacciono i ghiri, voglio dire che non li trovo di mio gradimento, come pasto… però li trovo di buona compagnia nei boschi. Loro amano l’autunno, ne son certa. Son sonnacchiosi d’indole mica per niente! Come me… anch’io amo l’autunno.

Penso che quando arriverà l’ultimo autunno mi piacerà la luce che mi regalerà, mi piacerà sempre, fino alla fine. E come ogni autunno, lo ringrazierò.

All’alba dei nuovi giorni…

La riserva naturale penitenziaria

Nella penombra di un’alba offuscata da nubi pesanti e dall’aria raffreddata dall’incombere di una tempesta imminente, ho provato una strana sensazione stamane, come quando si cammina per sentieri sconosciuti, lassù sulle montagne, o qui fra i boschi ripidi e frastagliati di rocce impervie, e all’improvviso il sole viene coperto da un’onda leggera di nebbie che si fanno via, via sempre più fitte e si rimane stupiti da quanto poco ci mette la Natura a cambiare idea.

Lo stupore incalza come una cantilena con un’infinità di strofe sempre nuove quando ci si addentra su percorsi boscati che non si conoscono. Niente assomiglia a niente che già non si conosca, in definitiva; un larice aggrappato alla roccia non è mai un semplice larice, l’ago di un abete che sembra piangere rugiada fresca non è mai “solo” l’ago di un abete ed il movimento di una megaforbia cullata dai refoli che salgono dalle vallecole, diventa una danza ritmica che non è mai “solo” il muoversi di una foglia.

Io non so camminare nei boschi senza avvertire il perenne senso di gratitudine. Il cuore si calma e si adagia nel Silenzio che stilla attimi minimi e ineguagliabili di pace; una sorta di sequenza di impulsi lievi e colmi di immensità. Non si hanno meriti in questo; è un dono che la vita ci fa. Non dovremmo mai scordarci di tutto questo quando usciamo dai boschi, o quando lasciamo i sentieri che ci hanno portati sulle cime; dovremmo ricordarcene e portarci tutto nelle nostre vite quotidiane, nel caos delirante, è necessario. Perché se ci portiamo addosso il Silenzio che ci sa stupire, la calma salvifica che ci dona la Natura, possiamo tornare a vedere il mondo nel modo giusto, ovvero in quel modo speciale in cui lo sanno vedere i bambini, in un modo colmo di stupore e gratitudine.

Se tutti facessimo questo, io non ci credo che ci lasceremmo travolgere le esistenze dall’inutile e dal superfluo e sapremmo prendere le decisioni giuste quando si tratta di scegliere fra il bene collettivo e l’interesse di pochi. Penso seriamente che per liberare l’umanità dagli egoismi tanto diffusi e malati, e per dare ad ognuno la possibilità di conoscersi e capire il senso di un’esistenza, occorrerebbe istituire dei periodi obbligatori di vita solitaria nei boschi per ognuno; una specie di periodo di ritiro personale da fare quando i tempi di ognuno sono maturi, magari in quell’età in cui oggi la maggior parte di noi è ossessionata dai selfie e dalle mode più o meno mediatiche, dalle appartenenze ai gruppi ed alle conferme date più dal numero di like che dalle reali esperienze di vita. Presumo dunque che il ritiro che proporrei io, potrebbe essere applicato a chiunque e a qualunque età.

Applicherei poi questo ritiro, magari un po’ più forzato e magari un po’ più lungo, come “periodo correttivo” per i corrotti, i mafiosi ed i delinquenti in genere. Li “rinchiuderei” per qualche anno in una riserva naturale ben delimitata e li lascerei lì ad arrangiarsi da soli, a capire che cosa significa sopravvivere con le proprie forze, senza potersi aggrappare a scorciatoie facili. Li lascerei meditare in solitudine, in un dialogo fra se stessi e la propria coscienza che, a seconda del delitto commesso, potrebbe durare anni; forse otterremmo più risultati che non chiudendoli in carceri sovra affollate dove se uno entra come micro-criminale, se va bene, se ne esce come mafioso patentato e potenziale pluriomicida. Lasciarli per qualche anno spersi sulle montagne o nei boschi in una specie di riserva correttiva, a parer mio gioverebbe alla società e anche a loro stessi. E costerebbe anche meno alla collettività, visto che dovrebbero imparare a procurarsi il cibo in autonomia. Gli si potrebbe concedere qualche capra e qualche vacca, niente di più; e dovrebbero tenerne da conto, perché se trattano male quelle, in poco tempo è facile che muoiono di fame. Come unico supporto gli procurerei dei libri di vario genere, fra i quali qualche manuale di sopravvivenza, così magari imparano anche a leggere.

Comunque sia, casi patologici a parte, io non credo che uscirebbero peggiori di come sarebbero entrati; ne sono quasi sicura.

La riserva naturale penitenziaria

Dipendenze

Trattenevi con tutte le tue forze la corda del ponte tibetano e ragionavi velocemente sul fatto che in quel momento la mia vita era letteralmente appesa alla tua volontà di trattenermi o di lasciarmi andare; ho visto il dubbio nei tuoi occhi mentre cercavo un appiglio che mi allontanasse da quella condizione di dipendenza e non ne ho trovato nessuno. Allora ho preso un coltello… e ho tagliato la corda.

Dipendenze

Afa

Ho visto un tritone alpino infilarsi nell’ampolla globosa dei miei pensieri botanici e l’ho invitato a farci il nido; ha preferito dormirci un po’ e tornare al suo stagno.

Ho goduto per qualche minuto della sua presenza e l’ho ringraziato ad occhi chiusi; mi adagio sull’amaca dell’ incertezza e sonnecchio di inquietudine silente.

Temo spesso di perdere il filo e mi rendo conto che le maglie larghe dei limiti di un esistenza sono comunque sempre troppo strette; mi vien voglia di liberare le mie possibilità con una sforbiciata netta e irreparabile.

In queste giornate afose spalanco finestre all’improbabile e a mia insaputa continua a girare il refolo solitario delle malinconie represse dal delirio di sopravvivenza.

Un tempo criticavo la sgradevolezza che emergeva nell’immobilità; ora la osservo stando appostata sul ciglio di un muro di cinta fin troppo alto.

Nel tormento del nulla riaffiora sempre lo stupore per la leggerezza; è rassicurante.

Afa