Gli autoritari

Gli autoritari non ascoltano, impartiscono… e pensano di poter “gestire”, e intanto perdono credibilità e ad ogni nuovo passo si rendono sempre un po’ più ridicoli; ma finché le menti spente non se ne accorgono, gli autoritari mantengono il potere. Una mente spenta può confondere un “uomo ridicolo” definendolo “originale”.

Gli autoritari li riconosci subito: pretendono di avere sempre le verità in tasca, ostentano certezze e raramente hanno dubbi; non sanno discutere, non sanno confrontarsi, non sanno che cos’è l’empatia e la “visione dell’altro”.

Gli autoritari a lungo andare (purtroppo ci vuole sempre troppo tempo) si fanno terra bruciata senza rendersene conto e pensano che accada perché “si sanno fare rispettare”. Gli originali confondono il timore ed il disprezzo con il rispetto.

Gli autoritari parlano, e molto, e ancora… usano frasi ad effetto che le masse seguono a bocca aperta e cervello chiuso e quando gli autoritari hanno finito i loro monologhi auto referenzianti, si illudono di aver convinto tutti… in realtà han convinto i cervelli più svegli che non hanno mai imparato ad ascoltare e a ragionare.

Gli autoritari si pavoneggiano e si circondano di leccapiedi, perché quando si è poca cosa è nell’elemento umano falso che ci si può illudere di essere qualcuno.

Gli autoritari infatti non si fidano di nessuno, tranne che degli adulatori, perché non sanno fidarsi di se stessi finché qualcuno non li rassicura; non importa se falsamente o sinceramente. Gli autoritari sono degli insicuri, perlopiù immaturi e il più delle volte dei pavidi.

Gli autoritari hanno spesso paura del diverso e dell’imprevisto e per sentirsi meno vulnerabili mettono in atto strategie di controllo superflue e dannose; è questo l’unico motivo per il quale si adattano alle nuove tecnologie, perché in cuor loro sono restii alle innovazioni, ma la tecnologia può essere un valido supporto per sentirsi più sicuri.

Gli autoritari hanno paura del cambiamento e si aggrappano con tutte le loro forze ai tradizionalismi e a vecchie idee collaudate; non importa se queste in un mondo in repentino cambiamento sono ormai inefficaci e da anni non più valide; il consenso è più facile ottenerlo spacciando vecchie idee per innovazione futurista.

Gli autoritari devono tenere tutto sotto controllo ed è per questo che vogliono che i subalterni mantengano sempre e comunque un basso profilo.

Gli autoritari creano dissidi e contrasti interni fra i loro sottoposti, perché il “dividi et impera” è la regola prima e più efficace per ogni sistema autoritario che intende controllare i subalterni.

Gli autoritari hanno paura di ciò che non capiscono ed è per questo che non sono mai felici della crescita professionale e personale dei collaboratori; nessuno deve “sapere e conoscere” più di loro. Mantenere le masse nell’ignoranza è la seconda regola base perché un sistema autoritario abbia una parvenza di successo.

Gli autoritari non accettano critiche dai “sottoposti” o da chicchessia, perché accettare critiche implica il dover fare i conti con se stessi e questo costa una fatica che quasi mai gli autoritari sono disposti a fare; la critica e la sincera autocritica non è contemplata dagli autoritari, MAI!

Gli autoritari hanno bisogno di falsi riconoscimenti, perché una vita votata all’apparenza è giusto che venga compensata con premi di facciata. I riconoscimenti di facciata danno immensa soddisfazione agli autoritari.

Gli autoritari non sanno guardare alla realtà del mondo che li circonda e preferiscono vivere in un mondo fittizio, costruito su propria misura, secondo le loro regole e secondo le loro esigenze; tutto il resto è fonte di fastidio per gli autoritari.

Gli autoritari possono anche essere potenzialmente intelligenti, ma sono destinati a cadere rovinosamente travolti dall’inevitabilità degli eventi, perché in un mondo liquido e in costante e repentino cambiamento, le strutture mentali rigide, spaventate e tradizionaliste non possono trovare un solido appoggio.

Gli autoritari vivono di consenso e lo ottengono coltivando menti spente e depresse, infarcite di slogan, luoghi comuni e frasi fatte; la strategia più efficace per spegnere le menti è quella che crea bisogni fasulli e vende soluzioni a basso costo, non importa se concretamente realizzabili o meno. Gli autoritari esistono in funzione del consenso e del potere che ne deriva.

Gli autoritari sono dannosi tanto per il singolo, quanto per la collettività, in qualsiasi ambito operino, ed il danno che fanno il più delle volte non è riparabile se non in tempi molto lunghi e a costo di immani fatiche ad opera di chi ne subisce le conseguenze.

E’ per questo che le menti spente dovrebbero fare lo sforzo di riaccendersi, perché il peggio che potrebbe accadere agli autoritari è perdere il consenso ed il potere che ne deriva.

 

 

Gli autoritari

Condizionali

Ci potevano essere, certamente… avrebbero potuto esserci, ma io non le ho viste, non le ho ravvisate. Ipoteticamente potevano compromettere qualcosa, indubbiamente, avrebbero potuto compromettere, ma non penso lo abbiano fatto e se così fosse, io non me ne sono resa conto, io non me ne sono accorta. Teoricamente potevano insinuarsi e innescare una qualche modifica, avrebbero potuto insinuarsi e innescare, ma non mi risulta che abbiano modificato alcunché. Il tempo avrebbe chiesto il conto, poteva farlo, ma non lo ha fatto, non mi risulta che sia accaduto. Il senso poteva essere trovato, ammesso ce ne fosse uno, ma io non l’ho visto, non ne ho trovato alcuno. Qualcuno poteva trovarvi un senso, avrebbe potuto, ma non mi risulta che qualcuno ci fosse riuscito e ammesso che un senso ci fosse; è questo il fatto, ma tanto per dire.

Condizionali

Cose scritte sei anni fa…

E’ il giorno dell’incertezza. E’ il primo. Non so ancora se andare, se restare. restare significa il nulla, andare significa qualche cosa di nuovo, forse di non gestibile, che va oltre ciò che sono, che posso essere; è l’incertezza che mi prende. Sono ancora in tempo per rinunciare, per tornare al niente ordinario.

No! Il niente non mi piace. Oggi è il giorno giusto, eppure…

Eppure anche la luce che filtra pallida dalle nubi, rimandando un riflesso ocra sbiadito, spento, languido, tutto quanto nell’aria mi dice che “forse non è il caso”, “forse dovrei farne a meno e vivere il solito scorrere via dei giorni, veloce e lento allo stesso tempo, senza pensare a niente che mi riporti alla mia condizione, a quella che sono diventata e, sopratutto, a quella che avrei potuto, che potrei essere.

Cose scritte sei anni fa…

Non me lo spiego…

Non ho mai compreso perché nell’antichità la gente poneva molta attenzione alle cose della Natura, e ne sapevano, oh, sì che ne sapevano!!! Basta guardare uno di quei quadri del Da Vinci, detto anche Leonardo… tipo “La Vergine delle rocce”, per dirne uno; alle spalle della Vergine leonardesca ci sono dei fiori… e quei fiori hanno un nome e un significato simbolico ben preciso (ne parlerò in quell’altro blog una volta o l’altra, quello dedicato alla Bellezza, ovvero a mamma Natura).

E invece oggi la maggior parte della gente parla della Natura il più delle volte solo per sentito dire! Parlano di cambiamento climatico, di effetto serra, di energie rinnovabili… parlano, parlano, parlano… ma poi ti rendi conto che pochissimi sanno distinguere una vespa da un’ape, o un rospo da una salamandra!! O peggio, c’è gente che pensa che i conigli che si tengono in casa come animaletti pucciosi da compagnia siano degli incroci fra una mamma coniglia e un gatto persiano… e non sto scherzando.

Io non me la spiego questa cosa! Ma davvero stiamo regredendo a tal punto??!! MI sta bene l’analfabetismo di ritorno e quello emozionale (Galimberti ci informa che c’è chi non sa più distinguere il significato fra una sberla e una carezza… e visto che questa cosa è verissima, io sono preoccupatissima, ecco…), mi sta bene il fatto che la maggior parte della gente non capisce quello che legge, ma non saper più distinguere una cacca di mucca da una cacca di capra per una persona che vive a sei chilometri da una malga, beh a me risulta alquanto preoccupante, ecco… e non me lo spiego come si sia arrivati a questo punto! Davvero… non me lo spiego.

Dite che la malsana abitudine di girare per il mondo con gli occhi e il naso appiccati allo schermo di un tablet o di uno smartphone facendosi selfie con la bocca a culo di gallina, senza aver mai visto una gallina se non nella pubblicità con Banderas, abbia qualche attinenza con questo rincoglionimento generale?!! MI vien da dire che quelli che promuovono i 120 anni come obiettivo di longevità diffusa, dovrebbero prima guardarsi attorno e ponderare… voglio dire: ma vale la pena vivere tanto a lungo in una condizione di senilità tanto precoce?

Non me lo spiego…

Malinconiche

Le primavere mi si insinuano fra i solchi neuronali e ci fanno un nido che ha il vago sentore oppiaceo dei giardini d’inverno nelle giornate nebbiose; mi trovo a sonnecchiare fra il canto dei merli ed i pulviscoli di pollini immersi nella luce tenue di un’alba silenziosa e nata per pochi, e intanto le nebbie lente si alzano dal lago e colorano di rosa dorato i costoni delle rocce chiare. Mi trovo a pensare che se ora, in questo momento, non avessi visto tutto questo, allora nessuno di questi colori avrebbe avuto senso, nessun profumo di questa rinnovata freschezza sarebbe mai stato percepito. Mi si solleva nel cuore una malinconia dolce, triste, sottile e silenziosa; quante volte e quanta di questa bellezza mi sono persa? Mi verrebbe voglia di non dormire mai più, e vivere tutto, per sempre.

Malinconiche

Il senso

Terminavo la lettura astrologica delle caratteristiche gioviali del pianeta Giove e nel frattempo nel corridoio si consumava una battaglia fra Trep e Glaube; una battaglia all’ultimo sangue!

Trep, un ragno nero che vive dietro al battiscopa e Glaube, il gatto grigio di casa, castrato, di quasi cinque chili. Trep stava per avere la meglio, ma commise l’imperdonabile errore di allungare la zampetta anteriore destra per afferrare un lembo di tela che, per non so quale motivo, era rimasta ancorata ad un’asperità dell’intonaco verde.

Era un tipo ordinato Trep, e odiava lasciare cose in giro che non fossero allineate con le assimmetrie architettoniche delle sue costruzioni; fu questa sua maniacale predisposizione al perfezionismo il motivo della sua fine! Glaube colse il momento esatto in cui Trep fece il piccolo scatto con la zampa per recuperare la tela, rimanendo, pensava, ben nascosto dietro il battiscopa con il resto del suo corpo.

Una lingua rosea e ruvida lo sollevò di scatto ancorando l’ esile zampetta e in un microsecondo il ragno si ritrovò fuori dal suo antro, inghiottito da Glaube che già si stava allontanando, muovendo sinuosamente la coda, soddisfatto, pesante e sornione.

Mi resi conto della fine della battaglia quando vidi la sua ombra con la coda dell’occhio che si allontanava dal luogo del misfatto; mi sorpresi a dispiacermi… mi ero affezionato a Trep, alle sue incursioni improvvise lungo il muro per avvolgere velocemente nella tela le mosche che si andavano a impigliare nell’angolo del corridoio.

Ora non c’era più. Mi chiesi se il pianeta Giove centrasse qualcosa in quella fine improvvisa, mi chiesi se centrasse il karma tanto decantato dalle dottrine occidentalizzate delle filosofie buddiste… mi chiesi se la fine di Trep aveva un senso. Mi ritrovai a chiedermi che cosa avesse un senso e alla fine mi diedi questa risposta: “Stasera pizza o pollo freddo?”

Il senso