Stanotte ho osservato l’invisibile

Lo so, è banale alzarsi e parlare del tempo, ma quello che vi voglio raccontare non ha nulla di banale, credetemi! Ero sul balcone della mia casa in mezzo ai boschi di castagni, ieri notte. Osservavo le nubi che si gonfiavano lentamente caricandosi di pioggia. Aspettavo quel momento da un po’ di settimane. Mi mancavano le nuvole. Fra una serie intermittente di lampi e frastuono di tuoni in lontananza, il momento atteso si avvicinava!

Mi piacciono questi spettacoli apocalittici che ci regala la Natura e ne ho visti tanti negli anni; non manco mai di godermeli quando mi capita l’occasione. Ti sale dentro quell’inquietudine che viene dalla consapevolezza di essere minuscoli e impotenti di fronte alla forza incommensurabile degli elementi.

Mi sono messa comoda, seduta sulla mia poltrona sul balcone ad osservare il cielo. I lampi sembravano volessero creare un collegamento intermittente fra cielo e terra e si sbizzarrivano con forme sempre nuove e improbabili, come se seguissero delle vie invisibili e fantasiose, tracciate dal dito di un bambino che scarabocchia a caso sul foglio atmosferico.

Mi sono chiesta quante vie invisibili esistono nell’aria, quanti fenomeni naturali coesistono con noi stessi, mentre noi esseri piccoli e limitati nel nostro doverci arrabattare goffamente con la materia che ci limita, non li vediamo, non li conosciamo; non possiamo conoscerli perché gli occhi non li vedono, l’olfatto non li annusa, il tatto non li tocca, perché non abbiamo i sensi per poterli percepire. Ma ciò non significa che non ci sono.

Ho sempre fatto questi pensieri, anche da piccola. Ho aperto un blog che parlava di “vedere l’invisibile” tanti anni fa, mica per niente. Non è stato un caso; la mia curiosità è attratta da sempre da ciò che non riesco a definire, più che dal concreto e tangibile. Chissà perché queste tendenze a immaginare l’invisibile, mi chiedo… mah!

Un lampo, pochi secondi e ciò che prima non c’era appare all’improvviso e poi sparisce. C’è un motivo se quel lampo ha seguito quella direzione in quel preciso momento. C’è sempre un motivo. Mi sono chiesta se mentre noi osserviamo il vuoto, in realtà contribuiamo in qualche modo a concretizzarlo in qualche fenomeno, non solo visibile, ma anche invisibile. I lampi sono creature effimere, ma se non le avessimo mai potute osservare, non sapremmo della loro esistenza; ma l’elettricità dell’aria la conosciamo tutti, anche se nessuno saprebbe dire che forma abbia, al di là di un lampo.

Chissà quante cose accadono e noi non le vediamo; chissà quanto ci stupirebbero gli elementi se li conoscessimo davvero e tutti nella loro completezza; ma forse oggi mi sono fatta domande troppo ampie e sconfinate e tocca tornare con i piedi per terra, prima che mi dimentico che ho appena messo su un caffè ed è concretamente indispensabile che io lo gusti prima che si raffreddi.

Stanotte ho osservato l’invisibile

Sono le abitudini che ti fregano

Ho la tendenza ad essere metodica, a fare le cose sempre alla stessa ora, nello stesso modo, a mettere sempre gli stessi vestiti, a scandire il tempo sempre con gli stessi gesti. E’ una tendenza, ma in realtà evito di assecondarla; mi obbligo a cambiare in continuazione, un po’ tutto, facendo forza su me stesse affinché le abitudini non prendano il sopravvento, diventando delle manie scontate.

Cerco di rendermi la vita scomoda, insomma; lo faccio da anni, perché ho capito nel tempo che le abitudini ti fregano, mentre il cambiamento ti impedisce di entrare in un loop di indifferenza; proprio così, perché le abitudini a lungo andare ti rendono indifferente a ciò che ti accade attorno, mentre il cambiamento ti obbliga a fare attenzione alle cose, a non dare nulla per scontato.

E’ un po’ come rendere difficile la vita dei soliti serial killer che nei telefilm americani, puntano una vittima, ne studiano i movimenti prima di colpire e fondando la loro azione malsana sulle abitudini del malcapitato; ecco, con me un serial killer non avrebbe vita facile e forse rinuncerebbe anche all’impresa, perché lo sfinirei. Oramai è diventata un’abitudine anche quella di non sottostare alle abitudini.

Inizialmente è stato difficile, perché la volontà di vincere la tendenza ad essere sempre metodici e regolari nelle azioni non è una sfida facile, ma poi ne ho visti i benefici e mi sono detta che il gioco valeva la candela. Perché i benefici ci sono e sono numerosi; in primo luogo, se cambi sempre strada, non sai mai che cosa ti può capitare, un po’ come per la scatola di cioccolatini di Forrest Gump; e non sapendo cosa ti può capitare sei giocoforza costretta ad allenarti all’imprevisto, quindi non dormi mai sugli allori. Il più delle volte l’imprevisto è ciò che dà sale alle mie giornate.

L’imprevisto, mi son sempre detta, è il vero motivo per il quale la vita prende colore; certo, per qualcuno è molto fastidioso e per me lo è stato per molto tempo, finché non ho capito che l’imprevisto ci mette alla prova e se superi la prova, allora sei viva. Viva veramente, intendo. Esistono imprevisti anche molto dolorosi, a volte, come i lutti. Ah beh… con quelli devi proprio essere allenata, perché altrimenti è facile che soccombi. E nel mio caso personale, se non mi allenassi quotidianamente non ce la farei a far fronte. Invece così cela faccio.

Anche la malattia può essere un imprevisto davvero tosto da affrontare, ma anche qui, molto dipende da come la vivi, da come la affronti; allenarsi all’imprevisto, rafforza anche l’istinto di sopravvivenza, affina i sensi, ti fa rendere conto se ci sono vie d’uscita che altrimenti, magari, non avresti mai preso in considerazione. Vedere l’invisibile è anche questo; guardare con occhi nuovi gli eventi, leggerli da prospettive diverse e se tu hai vissuto sempre valutando il mondo da un’unica prospettiva, questo risulta davvero difficile farlo. A volte impossibile. Io so per certo che le possibilità, le soluzioni ad un unico problema, sono sempre molteplici. Fissarsi su un’unica soluzione non ha senso, a meno che non sia quella giusta. ma anche qui, di soluzioni giuste ce ne sono potenzialmente sempre più di una.

Un tempo avrei voluto passare la mia vita viaggiando, proprio quando ho preso coscienza dell’importanza di combattere questa mia propensione alla ripetitività fine a se stessa; mi sono detta che nulla come i lunghi viaggi, quelli veri, quelli non organizzati, ti possono aprire l’animo, il cuore e la mente alla sfida, alla gestione dell’imprevisto. Purtroppo la vita mi ha portato altrove, o forse sono io che mi sono lasciata incardinare in cose che mi somigliavano poco. E la stanchezza non deriva mai da ciò che ci mette alla prova e ci fa sentire vivi, ma da ciò che ci toglie respiro perché ci obbliga alla routine delirante. Chissà che il viaggio non farà parte della mia prossima esistenza.

Io sono stata stanca per molti anni, incasellata in un lavoro che mi piaceva per certi versi, ma che mi ha limitata moltissimo per tanti altri; la stanchezza è difficile togliersela di dosso, ma anche questa è una sfida e va affrontata; l’età che avanza non è una scusante, non è un alibi sufficiente. Di questi tempi la vita ci pone delle sfide davvero toste; i lutti ultimamente nella mia vita si sono susseguiti numerosi e senza tregua, la malattia la vedo ovunque, la rassegnazione è negli occhi di molti, per non parlare della paura, del terrore di che cosa accadrà domani. Personalmente non provo queste cose; non mi spaventa la Morte, perché l’ho frequentata da vicino, non mi spaventa la malattia, perché l’ho frequentata da vicino e non mi spaventa l’imprevisto, perché l’ho frequentato negli anni; avverto però una certa inquietudine.

Ma non è una sensazione negativa; l’inquietudine ci mantiene vigili e attenti, pronti ad affrontare qualsiasi imprevisto, di giorno in giorno, di minuto in minuto; sono anni che mi alleno per essere pronta e preparata e non mi farò cogliere alla sprovvista nemmeno questa volta. HO capito una cosa nel tempo; siamo sempre più forti di quello che ci aspettiamo di essere; è un po’ come se la vita non ci ponesse mai di fronte a sfide che non sappiamo vincere. Come se ci fosse un limite oltre il quale non veniamo mai spinti. Sono tempi bui, ma prima di me hanno vissuto persone che hanno visto tempi altrettanto, se non ancora più bui, e ce l’hanno fatta, sono arrivati a raccontarla ai nipoti, a quelli che sono arrivati dopo. Lo facevano malvolentieri, questo sì, ma la loro vita di poi era serena. “Non può piovere per sempre” diceva il “Corvo”. Questa frase me la ripeto da quando ero adolescente e ha sempre funzionato.

Oggi mi son alzata ad un’ora inusuale e domani farò altrettanto; andrò a dormire ad un’ora che deciderò al momento e dopo aver fatto un giro nei boschi che non ho mai fatto prima, lavorerò alle cose che amo fare, ma senza limitarmi con programmi scontati. Procedo libera e cerco di mantenermi tale, anche nelle piccole cose, concedendomi la possibilità di stupirmi in continuazione, un po’come fanno i bambini. Sembrano cose piccole, e invece sono importanti, perché è l’abitudine che ci frega, che ci rende troppo morbidi e propensi ad una linearità che è impossibile ottenere in un mondo come questo. L’allenamento quotidiano rende forti e pronti e se il momento peggiore non arriverà mai, tanto meglio; ma intanto possiamo dire di non aver portato aventi un’esistenza scontata. Occorre lasciarsi scorrere come fa l’acqua ed essere pronti a deviazioni ed ostacoli di ogni forma e genere, lungo un percorso che non conosciamo.

Sono le abitudini che ti fregano

Lo scacciadiavoli e la cacca di maiale

Il problema vero in tempo di falsi profeti, è riuscire a capire dove stanno i diavoli; poi per scacciarli si possono scegliere i modi più congeniali, che esistono e sono efficaci, perché io ne ho le prove. Ma se non si sa chi sono i diavoli e dove sono, se non si riesce a capire chi sono, è facile che ci mettiamo ad ascoltare le campane più stonate e false e pensiamo magari che hanno un suono limpido, cristallino, bello e pulito; questo succede perché non abbiamo le orecchie allenate alla vera e buona musica delle vere e buone campane.

Se un essere umano non ha mai sentito le vere e buone campane ed è assuefatto alle campane stonate, per lui qualsiasi campana può sembrare abbia un suono accettabile. Occorre cercarle attivamente le campane pulite, per poterle ascoltare; così come occorre cercare la Verità e la Bellezza, per poterle apprezzare e riconoscere. Se ci capita di trovarle, poi tutto ciò che ci capiterà di vivere dopo, lo paragoneremo in continuazione con la vera Verità e la vera Bellezza, che poi sono la stessa cosa; sono la manifestazione di un unico stato d’animo. Se le abbiamo trovate, vuole necessariamente dire che le abbiamo cercate. E c’è qualche cosa che ci può spingere a cercare la Bellezza e la verità; ognuno è spinto dal suo personale motivo. Conosco gente che passeggia per giorni fra le montagne alpine e si ferma ad ascoltare le campane delle chiesette di paese, perché ognuna ha il suo suono e, solitamente, è un bel suono.

Mi chiedo, a volte, ma che cos’è che ci fa riconoscere il falso dal vero, le campane che hanno un bel suono, dalle campane stonate? Che cos’è che ci fa dire che una cosa è bella e un’altra cosa invece è brutta? E ancora: esistono cose sia belle che brutte? Mi chiedo a volte: ma se noi esseri umani non abbiamo un buon termine di paragone, anche una cacca di maiale ci può sembrare una cosa bella e profumata; una cacca di maiale sappiamo che non è bella e non è profumata, perché ci sono altre cose molto belle e molto profumate che ci fanno dire che no, la cacca di maiale puzza e non è bella, oppure lo sappiamo da prima che una cacca di maiale è brutta e puzzolente e basta?! Se poi qualcuno, magari al telegiornale della sera viene a dirci: “No, guarda che non è così; guarda che la cacca di maiale è bella e non puzza!” come mai noi esseri umani ci crediamo, anche se lo sentiamo che puzza e lo vediamo che non è bella?

Forse l’essere umano a volte sa di pancia cosa è bello e cosa non lo è; a volte l’essere umano sa distinguere il profumo di una rosa selvatica dalla puzza della cacca di maiale… me lo auguro, perlomeno. Allora, mi chiedo, perché non sa distinguere un falso profeta da uno vero? C’è qualcosa che mi sfugge in questo passaggio.

Che ci sia qualche cosa che condiziona la capacità di giudizio di un essere umano, al punto tale da fargli dire che la cacca di maiale è altrettanto bella e profumata di una rosa selvatica?! Ebbene sì; questo è possibile! In passato c’erano dei personaggi che ritenevano la cacca di maiale fosse un valido ingrediente, insieme al mallo di noce pestato, per fare in modo che ricrescessero i capelli alle persone che soffrivano di alopecia o di calvizie; ebbene, le persone si spargevano la cacca di maiale sulla testa, perché pensavano che fosse una cosa buona. La cacca di maiale puzzava anche allora e non era bella da vedere, proprio come non è bella da vedere nemmeno adesso. Eppure le persone si spalmavano il cranio con la cacca di maiale!! E non è che smettevano solo perché non funzionava il rimedio; no! Loro continuavano a spargersi il capo di cacca di maiale, anche se i capelli non ricrescevano. Accade anche questo, accidenti!!! L’essere umano è una cosa davvero strana. Ma davvero, davvero, davvero strana.

La capacità di giudizio di un essere umano… mah… è un mistero, secondo me. Io per non sbagliare, mi limito a non giudicare mai. Ad esempio: per me la cacca di maiale non è né bella né puzzolente; la cacca di maiale è una cacca di maiale e punto; fa il suo lavoro di cacca di maiale e chi sarò mai io per dire che è brutta e puzzolente?! Poniamo che la cacca di maiale mi sia del tutto indifferente; che non la amo e non la odio, che non l’ammiro, ma nemmeno la disprezzo. Poniamo che riesco a non avere alcun giudizio o pregiudizio nei confronti della cacca di maiale. Il ragionamento fin qui è comprensibile, no? Alla fine dei conti, che me ne faccio di una cacca di maiale? Niente. La vedo lì nel campo che si secca al sole, ma posso anche ignorarla bellamente.

Ma, per la rosa selvatica è la stessa cosa? Riesco ad essere priva di giudizio di fronte a una profumatissima e meravigliosa rosa selvatica? Ecco, qui confesso che faccio molta più fatica, per un motivo che ritengo essere semplicissimo: negli anni mi sono allenata senza sforzo ad evitare le cacche di maiale, ma mi sono anche allenata altrettanto alacremente a riconoscere le rose selvatiche. In entrambi i casi non ho avuto bisogno di intermediari che mi spiegassero che la cacca di maiale andava evitata e che le rose selvatiche sono una meravigliosa compagnia. Ecco, forse il punto è questo: per capire il mondo, basta osservarlo senza l’interferenza di intermediari. Per capire che la cacca di maiale non mi piace frequentarla, ma che le rose selvatiche è bello frequentarle, non mi serve il telegiornale.

E poi mi dico che le campane stonate non è vero che non si sanno riconoscere; basta fare un po’ di attenzione al disagio che proviamo nel sentirle suonare; il punto è che a volte siamo talmente abituati alla sgradevolezza dei suoni e delle brutture del mondo, che ci sembrano elementi normali, talmente insite e perennemente presenti delle nostre esistenze che, così facendo, diventano la “normalità”. Una campana stonata è un diavolaccio che s’insinua nelle mie orecchie e mi mette in uno stato di profondo disagio; se so capire questo, allora posso scacciare il diavolaccio, altrimenti mi limito a subirlo. Ma prima di scacciare il diavolaccio, devo riconoscerlo. Per me anche il rumore cittadino è un diavolaccio, ad esempio… un diavolaccio pessimo e mi crea disagio; il puzzo delle macchine, le macchine che starnazzano, la musica di un certo tipo a volumi altissimi…ecco, per me sono tutti diavolacci che vanno evitati. E infatti in città non ci vado praticamente mai.

L’Iperico o scacciadiavoli è un’erba detta anche erba di S. Giovanni, perché andrebbe raccolta adesso che ci si avvicina il giorno di S. Giovanni. E’ così: le erbe vanno raccolte il giorno giusto, nel momento giusto e nel modo giusto; è importante. Va raccolta adesso, insieme a molte altre erbe, perché adesso il sole è alto nel cielo, è potente e luminoso e l’Iperico, o Scacciadiavoli, assorbe tutte queste buone qualità, per poi fare in modo che noi la usiamo come scacciadiavoli. Funziona bene per fare un olio potentissimo contro le scottature; funziona anche come antidepressivo e mi sa che c’è tanto bisogno di Scacciadiavoli in questo periodo!! Ma solo se riconosci i diavolacci, puoi appendere lo Scacciadiavoli sulla testiera del letto, o sulla porta di casa, oppure lo puoi spargere ovunque nei cestini di vimini nelle varie stanze della casa. Se tanta gente andasse per campi a raccogliere lo Scacciadiavoli, si mettesse a seccarlo, magari poi ricomincerebbe a capire la differenza fra una cacca di maiale e una rosa selvatica. Non dico che sia scontato, ma potrebbe essere un primo passo.

Prima però, dovrebbero spegnere il televisore e cominciare ad ascoltare le campane che non stonano; sarebbe il minimo.

Lo scacciadiavoli e la cacca di maiale

Il rostro

Il rostro è quell’apparato che serve alle zecche per attaccarsi all’ospite parassitato. Per togliere una zecca dalla pelle del vostro animale domestico, basta individuarla bene fra il pelo, stringerla con la punta di una pinzetta (meglio se una pinzetta adibita a tale uso), ruotarla in senso antiorario e tirare esercitando poca forza; tanto lei, la zecca, se fate le cose con calma e attenzione, si staccherà con il rostro e tutto. Il punto è che occorre fare attenzione affinché staccando la zecca, non rimanga il rostro inserito nella cute del povero animale che ha ospitato il parassita, perché poi non lo toglierete più e la ferita si potrebbe infettare. Questo procedimento è utile conoscerlo sia per le zecche che parassitizzano umani, che per le zecche che parassitizzano animali domestici.

Come per tutte le cose, quando si fa un’operazione di pulizia da un parassita, occorre farla con perizia; il rostro va tolto. Ora, io ho avuto modo di togliere molte zecche a gatti, vacche, cani, cavalli, asini, e anche a colleghi e conoscenti; l’operazione sull’animale domestico è molto più agevole, perché di solito sono più collaborativi, anche se sono anche più pelosi. Quando ho lasciato il mio lavoro, ho avuto la netta sensazione di potermi liberare finalmente da una zecca.

Non è stata una decisione facile; ho lasciato che la zecca suggesse fino a diventare bella gonfia, prima di capire che era ora ti togliermela di torno. Purtroppo il rostro pare sia rimasto inserito nella cute e ogni tanto quel pezzo di parassita torna a farsi sentire con qualche comunicazione scritta che, onestamente, ignoro completamente; un fastidio lieve e appena percettibile nel ritirarla, niente di importante, e so che durerà ancora per poco, perché poi la pelle la cambiamo tutti e prima o poi il rostro cade da solo e tutto guarisce.

Il lieve fastidio è dato dal tono infantile di personalità frustrate; è tipico dei piccoli parassiti tronfi che sprizzano veleno da ogni comunicazione che scrivono; un po’ come quei rettili che stirati da uno pneumatico assassino, stanno ad agonizzare sull’asfalto e che fino all’ultimo devono tentare di mordere, perché quella è la loro indole e perché la paura li fa essere aggressivi e cattivi fino all’ultimo respiro. E’ tutto molto patetico e triste, ma non bisogna dare troppo valore alle zecche; in fin dei conti hanno il diritto di esistere, perché fanno parte dell’ecosistema e come tutte le popolazioni, hanno dei picchi di presenza che sono poi destinati a calare inesorabilmente. Finché ci sono occorre tollerarle, ma dando loro l’importanza che hanno, non un grammo in più.

Le zecche che si attaccano ai miei gatti non hanno colpe, perché non possono scegliere di essere, o non essere animali parassiti; l’essere umano però ha delle responsabilità, ha il libero arbitrio e può scegliere. Sta qui la differenza. Un parassita umano che si arroga il diritto di infierire in modo gratuito solo per rivendicare la propria posizione (non gli è rimasto null’altro e anche quella è una mera illusione) non ha scusanti, ma una vera zecca ha tutte le attenuanti del caso. In tal senso, preferisco le zecche vere alle zecche umane; sono molto più simpatiche, anche quando lasciano il rostro sotto pelle.

Il rostro

Il cuculo ha deposto l’uovo… e mi chiedo perché fra gli altri uccelli, nessuno se ne cura.

Il titolo del famoso romanzo di Ken Kesey, nonché dell’omonimo film con Jack Nicholson “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, è sbagliato. Il cuculo non ha mai fatto il nido. E di conseguenza nessuno può essere volato sul nido del cuculo. Che Kensey lo abbia fatto apposta? Non lo so.

Ma sta di fatto che accadono queste cose in natura; accade che un uccello deponga il suo uovo in un nido di altri uccelli. E così non ha nemmeno fatto la fatica di costruirsi un nido, ma soprattutto non farà la fatica di crescere la prole. Il cuculo depone un solo uovo, di solito ben più grosso di quelli che già stanno nel nido. Il cuculo qui da me è sempre ben presente. Lo sento cantare e fare i suoi versi un po’ ridicoli nelle fasi primaverili di corteggiamento. Lo sento quando è in esplorazione per decidere quale sarà la casa del suo uovo abusivo. In primavera qui mi sveglio fra il canto delle cince, dei codirossi e del cuculo; ci sono anche le ghiandaie e il picchio verde. Quest’ultimo si fa sentire spesso con la sua risata sguaiata. Meno melodiosa del canto del cuculo, ma a me piace. Mi sta un sacco simpatico il picchio verde, a differenza del cuculo, che mi piace, sì, ma con delle riserve, ecco. E’ che volenti o nolenti siamo tutti pieni di preconcetti, noi umani. A noi piace il picchio verde, perché è un gran lavoratore, e perché non parasitizza i nidi altrui deponendoci uova abusive.

Secondo il metro di valutazione umano, specie alla quale mio malgrado appartengo (lo sottolineo, perché sia mai che me lo dimentico), tutti questi esseri sarebbero definiti “brava gente”…tranne il cuculo. Perché a nostro modo di vedere, il cuculo è un parassita, parliamoci chiaro! Uno di passaggio che si approfitta del buon cuore e dell’ingenuità delle altre specie, deponendo le sue uova nei loro nidi e lasciando che loro provvedano ad alimentare suo figlio, finché questo non sfratterà i fratelli più piccoli e deboli, buttandoli fuori dal nido, per approvvigionarsi di tutto il cibo che i genitori ignari, continuano a portargli con un lavoro di via vai integerrimo e senza sosta. Un po’ come accade per quelli che abbandonano i figli che poi vengono presi in carico dall’assistenza sociale, con la differenza che qui le famiglie d’accoglienza sono sempre molto efficienti e premurose e portano il figlio abbandonato sempre e comunque alla maggiore età e senza fargli mancare nulla. Una cosa così, ma molto più metodica, studiata e ben congeniata, la tattica di riproduzione del cuculo. Il cuculo è un professionista dell’abbandono della prole.

In natura c’è sempre una spiegazione a tutto. Niente accade per caso. Io mi sono chiesta per anni quale fosse la spiegazione per un comportamento di questo tipo e no, non sono ancora riuscita a capire, non sono ancora riuscita a darmela, una spiegazione plausibile. Voglio dire, un uccello come il cuculo non avrebbe problemi di sopravvivenza se anche adottasse i metodi riproduttivi che adottano tutti gli altri uccelli, facendosi un nido e deponendovi le sue uova… eppure, niente: lui fa sta cosa ignobile. E sta cosa comporta la morte di altri uccelli, perché i fratellastri non hanno scampo; vengono inevitabilmente buttati fuori dal nido. Ed è terribile sto fatto che i genitori non ci arrivino, non capiscano e continuino a nutrire un figlio parassita, che non è roba loro.

Insomma, gente; a me sto fatto mi rode. Ed è per questo che non so capirne il senso, perché non so pensarci a mente lucida. Non so vedere la cosa libera da preconcetti. Per me, da qualsiasi lato guardo la situazione, mi pare una roba che non ha scusanti; una cosa inconcepibile, ecco!! Eppure, se la natura ha deciso che sta cosa deve accadere così, un motivo lo avrà avuto, no? E allora mi capita di pensare alla Morte. Proprio così. Quante volte di fronte alla morte abbiamo provato quel senso di impotenza e di smarrimento, dovuto spesso al sentore che la Morte è ingiusta e inclemente? Ecco, più o meno, ci si potrebbe fare su un discorso analogo. Il punto è che in natura accadono cose che noi umani non ci sappiamo spiegare, perché siamo ancora troppo piccoli. Non ci arriviamo perché non ne sappiamo abbastanza della vita, per capire anche la Morte.

Io sono sicura che il giorno che arrivo a capire perché il cuculo si riproduce in questo modo sciagurato, capirò qualcosa di molto importante della vita su questa Terra; e magari sarà il giorno in cui una signora avanti con l’età e con i capelli candidi raccolti in una crocchia voluminosa, il viso pallido con un sottile naso dritto e gli occhi grigi, e con addosso un bell’abito vittoriano di raso e pizzo nero, verrà a prendermi per portarmi sottobraccio in uno splendido giardino all’inglese. Ci saranno ruscelli d’acqua dolce e molte rose e alberi e cespugli di biancospino fra i quali cinguettano i codirossi, le cinice, i merli ed i passeri che ci avranno già fatto il nido; ci sarà pure il cuculo, che svolazza di qua e di là e un po’ inquieto fra i rami dei tigli e delle querce secolari, perché ha l’impellenza di deporre un uovo in qualche nido altrui. E con Lei, con la Signora sottobraccio passeggerò lentamente e sarà la prima volta forse che saprò sorridergli, al cuculo… perché avrò capito finalmente perché lo fa.

Ma non so se potrò dirvi come va a finire.

Il cuculo ha deposto l’uovo… e mi chiedo perché fra gli altri uccelli, nessuno se ne cura.