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Seppia guarda tutti dalla sua poltrona. Lui è enorme e tiene le palpebre pesanti appena socchiuse. Lui guarda. Il salotto si riempie di gente ogni mercoledì, ma lui li fa entrare uno alla volta, come quando si va dal medico.

Molti vanno a trovare Seppia, molti lo cercano e aspettano che lui parli.

Dopo avergli chiesto consiglio se ne stanno in silenzio e aspettano. Seppia li guarda dalla sua poltrona di pelle verde; li guarda e socchiude le palpebre e ogni tanto si sente il sibilo di un respiro che cerca di farsi strada fra il catarro che Seppia espelle senza ritegno, così,ogni tanto, sputando nella sputacchiera appoggiata a terra, a lato della poltrona di pelle verde dove Seppia sta seduto.

Seppia è lento, si muove lento, guarda lento ed è disgustoso, ma osserva e sa dare ottimi consigli.

Il cretino amante della figlia del sindaco entra, si schiarisce la voce e poi tutto d’un fiato, sudando, chiede a Seppia se ci sono speranze che il rivale prima o poi soccomba, che schiatti insomma, visto che soffre di violente crisi epilettiche, ma non si decide ad avere la crisi definitiva.

Seppia guarda l’amante cretino della figlia del sindaco da sotto le palpebre pesanti, respira un po’ smuovendo il suo catarro grasso, si massaggia il ventre enorme con due mani piccole e troppo gonfie, non grasse, ma gonfie.

Seppia osserva l’amante cretino, che aspetta. C’è puzzo di chiuso e fuori dalla porta qualcuno mormora qualcosa.

Gira un po’ la testa, Seppia, e guarda le tende di velluto pesante, chiuse; respira un po’ più a fondo e tossisce, di colpo, improvviso come un abbaiare di cane pestato e poi sputa.

La testa di Seppia non ha collo e si gira verso l’amante cretino, la faccia un po’ più rossa, congestionata. Seppia guarda in faccia l’amante cretino e parla:

-No, non hai speranze, cretino!-

L’amante cretino impallidisce, si guarda la punta delle scarpe, guarda le tende di velluto, chiuse, si gira un po’ di lato e si azzarda a dire, quasi sottovoce:

-Ma… –

– Sei un cretino! Per questo non hai speranze!!-

Seppia non parla mai sottovoce.

Ed il cretino si porta le mani al petto, come se lo avesse trafitto qualcosa di appuntito, di rovente. Abbassa gli occhi al tappeto e si perde per qualche secondo negli arabeschi del disegno; annuisce, si gira ed esce, piano.

“Avanti un altro!”

si sente dire dal cameriere nell’anticamera. E Seppia scatarra ancora.

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20 pensieri su “LaVeritàdettadachilalapuòdireeachinonrimanecheincassare

  1. Ti faccio un complimento che non apprezzerai: i tuoi personaggi mi piacciono molto più dei tuoi aghi di pino. Vai! Litighiamo! Son qui che aspetto la bordata! 😉 scherzo.

      1. beh, ma a me non parlano gli aghi. A me parlano la faccia delle persone sole in città, i tavoli sporchi dei bar, le macchie sull’asfalto dei parcheggi… a ognuno il suo, no?

        1. ovviamente. Certo il metodo è diverso. Perchè gli aghi non hanno nulla delle persone sole in città, eppure permettono di pensare anche a quelle. Gli aghi e simili permettono di focalizzarsi su questioni infinite, che non smettono mai di affacciarsi da qualche finestra; poi una ne scrive, perchè sono già lì da qualche parte. Gli aghi e simili sono il canale per arrivarci. Funzionano così. E profumano di buono, altrimenti una mica se ne starebbe lì a guardarli.

            1. non è una direzione preferenziale per il pensiero; il pensiero se ne va un po’ dove gli pare. Gli aghi sono solo uno stimolo che uno o una può preferire o meno ad un altro stimolo. C’è chi per pensare preferisce la nebbia. La nebbia funziona tanto quanto gli aghi di pino, per dire. Oggi son saccente! Miii, quanto mi sento saccente oggi!

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