Imparare

Avevo un nonno che a primavera andava nei boschi, quando ancora la neve copriva le montagne a chiazze ed il cuculo cominciava appena a cantare. Saliva nei boschi e cercava la primavera e quando la trovava se la metteva sul cappello e poi tornava sorridente ed orgoglioso in paese con i colori di primule ad accompagnargli il sorriso.
Mio nonno aveva i baffi lunghi e gli occhi di cielo e la voce tonante che quando cantava la messa mi pareva di veder tremare i colori delle vetrate sui banchi di legno.
Non era alto, mio nonno, ed era magro e svelto e camminava veloce come nessun altro; camminava lungo i pendii sui prati e nei boschi fino alle cime delle montagne.
A volte mio nonno scriveva sui quaderni di scuola, quelli piccoli e vecchi e mentre lo faceva si nascondeva un po’, ma io lo vedevo; ci scriveva le carnevalate, in rima, per far ridere le persone, ma poi non le dava in mano a nessuno, perchè si vergognava, che un uomo deve lavorare e non perder tempo con queste cose.
Mio nonno aveva i vestiti che sapevano di tabacco e quando andava sui pendii a sfalciare l’erba all’alba, mi portava con sè e faceva il giro con la falce alle fragole di bosco, liberandole dall’erba alta per lasciarmele raccogliere. Erano di quelle fragole piccole, gonfie di succo; le più buone.
Mio nonno sapeva tutto dei boschi e ci andava a camminare ogni giorno, dopo il lavoro, quando tutti erano troppo stanchi anche per parlare; lui spariva e andava a guardare il sole che scendeva a sera, fra gli alberi e a volte mi portava con sè, ma dovevo stare in silenzio.
Nei pomeriggi d’inverno mio nonno si metteva vicino alla stufa e si arrotolava le sigarette, in silenzio, mentre il fuoco crepitava e la neve cadeva. Mi guardava e aveva gli occhi un po’tristi, a volte.
Un giorno andò dal medico e quando tornò si mise a letto e soffrì molto e per molto tempo e io non lo potevo vedere spesso, solo ogni tanto potevo entrare nella camera bianca e salutare la sua testa piccola sul cuscino grande. E guardavo gli occhi blu sempre più tristi.
Poi morì e lo misero in una bara con il vestito buono e io per due giorni potevo stare a guardarlo quanto volevo. Non vedevo i suoi occhi, che erano chiusi, ma sicuramente era meno triste, adesso, perchè aveva la faccia che non soffriva.
E allora pensai che un giorno mio nonno raccolse un piccolo merlo, di quelli caduti dal nido; aveva un’ala rotta e una zampetta tutta contratta. Mio nonno provò a salvarlo dandogli da mangiare dei vermetti e dell’acqua, ma il merlo dopo poco morì. Allora mio nonno mi disse che era meglio così, perchè probabilmente dio aveva capito che quel merlo soffriva troppo per poter vivere. Lo mise in una scatola dei fiammiferi e lo seppellimmo insieme vicino all’orto e poi fu tutto finito.

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