Distendo perplessità e mi riconnetto alla parola FINE

Distendo queste mie perpelessità sulle braccia di un cerchio infinito e ne faccio pasta lunga, di quella che ci mette meno a cuocere e che però, porosa, sa assorbire meglio il sugo.
Son trilogie di granelli di polvere e farina, saghe incompiute che arrivano crude con l’eco stonato di un vecchio cannone.
E’ un misto di favola e realtà ed è prodotta in casa, con ingredienti genuini, sani e che in definitiva mette la parola fine esattamente dove va messa… e cioè alla fine.
Ma non è ancora tempo, che la saga ha ancora da cominciare, che la favola ancora si deve srotolare, come piace a qualcuno.
Le patate son piene di bruchi, ma non di quelli saggi; son bruchi ordinari, che di dar buoni consigli non ne capiscono niente, ma prima o poi diverranno altro anche loro, comunque e magari, saranno farfalle dalle ali blu, come erano blu le volte delle chiese medievali.
Sentirete un’armonica a bocca che vi accoglie nell’inquietudine dei film che meglio spiegano l’inutilità di vivere da poveri disgraziati; e nostro malgrado ascolteremo le storie, ascolteremo le armoniche e alla fine ci rassegneremo ai titoli di coda e al primeggiare della parola, adesso sì quella giusta, la parola FINE.

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Distendo perplessità e mi riconnetto alla parola FINE

8 pensieri su “Distendo perplessità e mi riconnetto alla parola FINE

    1. Sì, ha un non so che di definitivo che sa di cerchio chiuso, no? La vedo rassicurante, la fine. L’inevitabile possibilità ultima, di quelle che si fanno da sè, come la gente onesta di una volta.

    1. è come dici, Massimo. La fine di un qualche cosa che ci è appartenuto perchè ci è accaduto e ci ha riempito il tempo di vivere; però, vedi, in merito al dolore, non parlerei di forza, ma di necessità, perchè l’uomo vive il dolore subendolo, anche se spesso non ha la forza per sopportarlo. Lo vive e basta. Così come accade di vivere la bellezza; per fare questo non è necessario essere forti, basta essere vivi. Ciò che arriva dentro, arriva senza chiedere il permesso, arriva comunque. Il modo in cui arriva, forse, viene percepito diversamente negli individui, ma ho sempre pensato che la forza sta in quello che mi arriva, non nel mio sentire. Anzi, il mio sentire spesso è debilitante; e non c’è forza in questo.

    1. La fine quando si presenta è una di quelle poche cose che non lasciano replica e proprio per questa si accompagna a milel dubbi, a incertezze che affiorano solo in quel momento, perchè tutto è inappellabile; però poi svaniscono, perchè non hanno più senso di essere nemmeno i dubbi. In tal senso la fine libera, deve esserci, è necessaria. E non credo si tratti di arrendevolezza; penso sia semplicemente un atto di accettazione dell’ inevitabile. Saper accettare l’inevitabile è molto più umano dello sforzarsi di volerne essere superiori. E voler essere superiori all’inevitabile è del tutto inutile e succhia energie alla vita; è un gran peccato sprecare energie incaponendosi su fronti che non portano a nulla.

  1. Devo forse sentirmi tirata in causa da quel “come piace a qualcuno” riferito allo srotolarsi? 🙂

    E poi perdona la mia (eventuale) disattenzione, ma… hai cambiato sfondo?
    Trovo che questo sia davvero molto bello!

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