Morte invernale n. 3

Serola aveva le unghie lunghe… e sporche, molto sporche e anche tutto il resto di ciò che era suo era molto sporco, e puzzava tremendamente; puzzava da molti anni ormai.
Di sè, Serola di certo non si curava, salvo che per due cose alle quali teneva molto e queste erano i suoi baffi e la sua barba che si radeva con maestria ogni mattina, in una sorta di rito disciplinare di preservazione dell’immagine di un volto che altrimenti si sarebbe sperso nella peluria e nel sudiciume.
Diceva che un buon soldato doveva sempre fare molta attenzione ai suoi baffi.
Si creava così una specie di feritoia dalla quale poteva guardare il mondo attraverso il sudiciume di se stesso, forte della sua corazza di tanfo e croste.
Aveva ciglia folte e occhi grigi.
Gli occhi di Serola sembravano gli occhi di quei bastardi di strada che ti guardano con diffidenza, di sottecchi, dal folto del pelo… per capire se arriverà un boccone o un calcio nelle costole.
Serola se ne stava spesso al sole a puzzare e a gurdare il via vai delle barche che trasportavano le merci sul fiume.
Se ne stava immobile, seduto a terra, con la schiena e la testa appoggiate al tronco di un albero e fra le dita luride della mano sinistra un sigaro spento, tenuto fra l’indice ed il medio, come si fosse incarnato a formare un sesto dito cresciuto di sbieco.
Quello era l’unico sigaro che Serola aveva tenuto fra le dita da almeno dieci anni, quando il Capitano glielo offrì in segno di gratitudine per avergli salvato la vita; o almeno, questa era la storia che Serola raccontava ad ogni occasione ai barcaioli che portavano le merci lungo il fiume e che erano abituati a trovarselo fra i piedi a chiedere qualche spicciolo.
“Perchè non te lo fumi una volta per tutte, Serola? E non la smetti di tenerti quel sigaro fra le mani esibendolo come fosse un trofeo di caccia!?” gli chiedevano ogni tanto i barcaioli sghignazzando e ridendo.
Serola sorrideva, grugniva solo un po’ e si girava dall’altra parte, allungando il braccio ossuto e rimirando con gli occhi grigi il suo sigaro bisunto, incredibilmente intatto:
“Solo invidia la vostra! Solo invidia…”.
E sorrideva, sbavado appena un po’ all’angolo della bocca sdentata, e senza accorgersene, un rivolo di saliva s’insinuava e scendeva lungo una ruga a lato del mento, mentre un barlume di dubbio negli occhi lo rendeva pensieroso, come stesse controllando con gran forza di volontà una voglia irrefrenabile.
Teneva un vecchio accendino a benzina nel taschino del lungo giaccone e ogni tanto vi infilava due dita e ne accarezzava il metallo liscio; intanto ammirava il suo sigaro, girando il polso prima a destra e poi a sinistra, come stesse onorando la bellezza di un’opera d’arte di valore inestimabile e che per caso gli era capitata fra le mani.
Quando Serola era in vena di chiacchiere i barcaioli si fermavano ad ascoltarlo, perchè ci si divertivano con le sue storie strampalate, ma avvincenti.
Un giorno in cui pioveva molto, Serola stava raccontando una delle sue sotto il ponte, con il fuoco acceso davanti e loro, tutt’attorno, ma tenendosi abbastanza distanti da non sentirne il tanfo, lo stavano ad ascoltare, in attesa che il tempo migliorasse.
Raccontò di quando salvò la vita del Capitano; ancora, come faceva da sempre, usando le stesse parole e catturando comunque l’attenzione, perchè Serola non parlava solo con la bocca, con la voce, ma con gli occhi e con le mani e sembrava proprio che tutto quello che stava raccontando stesse avvenendo in quel preciso momento.
Finì la sua storia e poi, per una volta, solo per quella volta, aggiunse una breve variante e disse:” Lo vedete questo sigaro? Lo vedete?”
E così dicendo sollevava il braccio, mostrando il suo trofeo spento a tutti.
“Ebbene, il giorno che io accenderò questo sigaro sarà il mio ultimo giorno e non importa se voi non mi credete, se non credete alle storie che io vi racconto. Sappiatelo! Sappiate che sono stato un eroe, un uomo d’arme e salvai davvero il Capitano e anche tutto il Paese, se è per questo! Mi dovete la vita, voi tutti, barcaroli schifosi!!”
E così dicendo sputò di lato per terra e poi riprese:
“Questo sigaro è stato l’unica mia ricompensa, l’unico dono ricevuto in segno di gratitudione da quando campo su questa terra lercia! E solo prima di morire ne godrò, me lo fumerò con grande gioia, alla barba vostra e del mondo schifoso!!!”
I barcaioli si misero a ridere e lo assecondarono con le solite frasi di scherno, ma senza esagerare, che in fin dei conti gli volevano anche bene, al Serola.
Il sole rifece capolino fra le nuvole, la nebbia sul fiume si alzava piano e tutta la città sembrava risvegliarsi e lentamente riprendere il solito ritmo frenetico di sempre.

Quella notte la luna allungò le ombre e venne molto freddo; un freddo come non si era mai sentito prima distendersi sulle acque del fiume.
I fuochi sotto i ponti brillavano più alti e più numerosi ed il vino venne bevuto in maggiori quantità, per tentare di scaldare gli stomaci e le anime, ma inutilmente.

E quella notte passarono le guardie della ronda e videro che sotto al ponte brillava la brace di una sigaretta, o di un sigaro, non capirono bene; e passarono oltre.

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