Più di mezzo secolo

Cercava di svegliarsi da più di mezzo secolo, ormai; ci provava, ma s’assopiva al primo rancore portato dai ricordi e ricadeva poi nel buio di un sonno amaro.

Cercava di giustificarsi e rispondere con un filo di voce muta alle sassate che la coscienza le gettava addosso quando si perdeva nel silenzio di un respiro che sapeva di candela tiepida; arrivavano dirette e precise, colpendola alle tempie, in pieno petto, allo stomaco e spezzandole le ossa delle mani, una ad una.

Mani inutili che avevano stretto, avevano inferto e si erano ingrossate di calli e pensieri trattenuti, amore compresso, voce impugnata e gettata in fondo; e adesso le guardava, esposte al patetico tentativo di fare, al non poter più accogliere, stringere, strappare, graffiare… vuote, frantumate, decisamente poco utili.

Decisamente inutile, anche lei, adesso, a più di mezzo secolo dalla giovinezza, a un paio di passi da qualcosa che le somigliava molto più di ciò che l’aveva accompagnata fin lì, pensava; come se la Fine si fosse riversata in lei con ponderato anticipo, per rivelarsi nella Verità che si andava portando dentro fin dall’inizio.

Si sedeva sugli sgabelli di legno, quelli bassi che nelle case contadine si mettevano davanti agli usci nelle sere d’estate; si metteva lì ed aspettava, immobile come non aveva mai voluto essere.

Si sorprendeva a guardare la sera che regalava stelle una alla volta, piano, e poi a milioni, all’improvviso, osservandole con gli occhi posati vicino all’erba che si tingeva di blu, facendosi forte di quell’altezza da bambina, proteggendosi le ginocchia con le mani, le spalle con il buio, e poi il volto con le palpebre, chiuse.

E non si svegliava, non si svegliava più.

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54 pensieri su “Più di mezzo secolo

  1. Io una volta ho dormito per vent’anni; poi mi sono svegliato per fare due passi e prendere un po’ d’aria fresca, ma il destino nuovamente mi ha ricacciato nel dormiveglia. Magari… alla fine… mi rimetto a dormire.

  2. ecco qui, mezzo secolo esatto, certe volte si siede guardando la sera che invade la campagna, fa largo alla perfetta solitudine delle ombre. E non c’è altro, davvero.

            1. Sì, non è che nella maggior parte dei casi subentra altro, qui. Quel che esce, esce. Di ragionato c’è ben poco. Ma suppongo sia abbastanza superfluo sottolinearlo, forse.

            1. ok, allora ti dico che mi fa piacere che a te sembri una meraviglia! E lo prendo come un complimento da uno un po’ stronzo, ma che proprio per questo ogni tanto sa essere vero, quindi a maggior ragione apprezzabile quando fa degli apprezzamenti. (pure io sono un po’ stronza… ma questo lo sapevi già, forse)

    1. ti ringrazio Massimo. IN realtà questo brano non viene sostituito perchè il cervello sta bollendo a 38 gradi da un po’ di giorni. Le chiamano influenze di stagione; io li chiamo stati catatonici.

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