A lui piaceva stirare

Si era preso la briga di stirarsi la biancheria intima, un giorno. E gli piacque. Ci aveva preso gusto e cominciò così; stirava tutto, come facevano le nonne di una volta, o le brave massaie di adesso, o i bravi casalinghi che avevano imparato dalle brave nonne.
Stirava, lui, e gli piaceva e fu una scoperta che gli cambiò la vita.
Tornava a casa dal lavoro, si accendeva la radio su un canale qualsiasi, giusto per avere un sottofondo di voci inutili che gli facessero compagnia mentre lavorava e poi preparava il ferro da stiro, il cesto della biancheria pulita da una parte, il ripiano del grande tavolo da cucina dall’altra.
Si vedeva proprio che era bravo, che ci sapeva fare.
E stirava, per ore. Da quando aveva scoperto di avere questo talento, non vedeva l’ora di lasciare l’ufficio, il lavoro inutile che svolgeva ormai da anni, in mezzo a gente che conosceva troppo bene per volerla conoscere davvero; non vedeva l’ora di tornarsene a casa a stirare.
Era diventato un esperto e si era dotato di tutti quei prodotti che con una spruzzata permettevano di inumidire e rendere perfetti i colletti ed i polsini, di togliere i pelucchi dai capi nuovi che dopo i primi lavaggi sembravano impazzire un po’, divenendo arruffati, non perfettamente lisci; tutti capi di qualità, s’intende, come quelli di lana morbida che, leggermente e con grande cura, distendendovi un panno di cotone sopra per non rovinarli con il ferro, lui stirava anche se non ce n’era bisogno.
Lo aveva visto fare a sua madre, quando era piccolo; lei proteggeva sempre le stoffe con un fazzoletto di cotone, prima di metterci il ferro riscaldato con le braci sopra. Gli era sempre sembrato un gesto d’affetto, un rito colmo di rispetto per qualcosa che aveva valore, per qualcosa di prezioso e bello. E di prezioso in casa sua non c’era nulla, intendiamoci, che i suoi erano contadini e vivevano di poco, ma il gesto in sè era prezioso. Forse era quello che lo attirava, ma di preciso non lo sapeva.
A lui piaceva stirare e questo era tutto.
Lui, neanche a dirlo, si era comprato un ferro da stiro con la caldaia più potente che si potesse trovare sul mercato, un pezzo da stireria industriale, di quelle professionali e aveva allestito due stanze della vecchia casa ereditata dai suoi per poter compiere il rito con i criteri richiesti dal caso.
E nelle altre stanze, ovunque, si trovavano i grandi armadi che occupavano pareti intere. Aveva anche la piastra a vapore e un’altra serie di ferri da stiro “minori” che accendeva e utilizzava all’occorrenza, per lavori di fino.
Toglieva le tende di lino, o di cotone o di broccato o di seta una volta alla settimana e le lavava e le stirava, tutte.
Gli sembrava un ottimo esercizio, una palestra che lo avrebbe portato forse alla perfezione, un giorno. Ma la cosa che a lui interessava davvero era il modo in cui riporre i tessuti perfettamente stirati; questo era fondamentale.
Per fortuna aveva molte finestre e molto grandi, perchè abitava in una di quelle case vecchie di campagna che nessuno lasciava ristrutturare perchè hanno un valore storico. Finestroni alti due metri; perfetti, perchè richiedevano stoffe ampie che una volta ripiegate equivalevano a campiture larghe da porre sui suoi scaffali. Le campiture larghe erano importanti quanto quelle più sottili, minime, perchè davano luce.
E le lenzuola, cambiava e stirava in continuazione anche quelle e ne aveva di tutti i tipi, di tutti i colori: di flanella, di cotone grezzo, di cotone morbido, di seta… stirava anche la seta, perchè lui sapeva come si fa, come si poteva accarezzare la seta rendendola perfettamente liscia, più liscia della seta.
Negli armadi poneva delle pile di indumenti perfettamente ripiegati e questi creavano un ordine geometrico calcolato al millimetro e quando apriva le ante, gli sembrava di assistere all’epifania di un quadro astratto che aveva una logica equiparabile a qualche formula matematica sconosciuta ai profani, ma che lui conosceva benissimo, perchè la ripeteva ormai da anni, inconsciamente, sempre uguale.
Le sue prove nel collocare stoffe diverse sui ripiani erano la sperimentazione costante che gli serviva per sentirsi appagato, partecipe di quelle forme, di quei colori di trame come se fossero l’essenza stessa della sua carne, del sangue che gli scorreva dentro.
Cromie sfumate si distendevano in penellate orrizzontali fatte di stoffe dalle trame e consistenze più diverse e anche al tatto quell’ordine sembrava avere un senso logico equilibrato, armonico, piacevole come la carezza di velluto sulle guance.
Era tutto come doveva essere, esattamente, come se lui avesse trovato nel suo lavoro di stiratore il senso profondo del tutto.
Teneva il suo personale senso profondo chiuso nei suoi armadi e ci lavorava di giorno, di notte, da sveglio e mentre dormiva; ci lavorava ogni volta che poteva e non se ne distraeva mai, nemmeno quando doveva uscire per andare al lavoro e camminava fra la gente e scendeva in metropolitana e si recava in ufficio.
In realtà, si era poi reso conto, lui pensava sempre a come disporre le sue stoffe, a come renderne le superfici perfettamente lisce e osservava i colori del giorno, dell’alba, del crepuscolo per capire come poterli accostare sugli scaffali, valutando se e quali capi acquistare per completare un’opera che a lui sembrava incompiuta, da definire, da rendere finita.
Divenne vecchio e andò in pensione e ne fu felicissimo, perchè adesso avrebbe potuto dedicarsi alla sua opera a tempo pieno, finalmente; non avrebbe più dovuto fingere, avrebbe potuto essere quello che era pensando a come stirare e disporre i suoi colori ad ogni ora del giorno e della notte e continuò, con i pochi soldi che gli passavano con la pensione, ad acquistare le sue stoffe, le camicie, le maglie ed ogni tipo di indumento o altro che potesse essere utile a porre un ulteriore tassello cromatico al suo lavoro.
Un giorno si sentì stanco, molto stanco e fu costretto a lasciare il ferro da stiro un attimo per sedersi a riposare sulla poltrona che aveva posizionato davanti all’armadio più grande, un po’ distante, lì, nell’angolo a sinistra, per poterne contemplare l’interno ad ante aperte.
Era un pomeriggio d’estate e il sole fuori stava scendendo piano, mentre l’aria rinfrescava ed i grilli nei campi cominciavano a cantare. Lui li sentì e sorrise un po’, mentre gli occhi gli si chiudevano pesanti di sonno e colmi di stoffe ripiegate e colorate.
Il ferro da stiro era rimasto appoggiato alla tavola e stava scaldando una sottile federa di cotone verde; era la prima volta che lui si scordava il ferro da stiro appoggiato alla tavola, con una delle sue preziose stoffe sotto. Era un piccolo ferro, di quelli di una volta e non si spense da solo. Non si spense.
Il fumo saliva piano dall’asse e si disperdeva in una sottile colonna grigia, mentre la stoffa cambiava colore e sfumando dal color mattone al grigio cupo, piano si fece di brace. L’aria tiepida entrava dalla finestra aperta, smuovendo lievemente le tende color magenta e aiutando le piccole braci a prendere vigore; queste caddero a terra e si posarono dolcemente sulle carte sottili che avevano avvolto una camicia color porpora, nuova, acquistata la mattina stessa per definire un angolo in alto a destra dell’armadio grande che aveva bisogno di essere un po’ ravvivato con una nuova pennellata. Le carte sottili presero fuoco e così una manica della camicia rossa che pendeva dal tavolo.
In pochi minuti dalla vecchia casa si levarono fiamme altissime che sembravano portare lontano i colori più eccezionali, più strani e più fantasiosi che si erano mai visti.
Nessuno si accorse di nulla; la casa stava in un luogo troppo isolato perchè il fumo, il fuoco e tutti quei colori che volavano nell’aria si potessero vedere dalla città che distava alcuni chilometri.
Quando i vigili del fuoco arrivarono sul posto, troppo tardi e quando tutto fu finito, della grande e vecchia casa c’era solo la cenere ed il carbone nero.
Trovarono il suo corpo adagiato su quella che doveva essere stata una poltrona e sembrava un manichino scuro, addormentato, come se non si fosse davvero accorto di nulla; e nessuno seppe mai di quanto colore aveva vissuto, quel manichino nero.

Annunci
A lui piaceva stirare

55 pensieri su “A lui piaceva stirare

  1. bella questa storia di un talento, credo che un talento potenzialmente lo abbiamo tutti, solo che non sempre lo scopriamo.
    allegoria dell’arte minore e misconosciuta apre all’eterno dilemma: è già arte in sè quando ancora è nascosta tra le mura domestiche, quando è racchiusa in un armadio, quando è un foglio in fondo a un cassetto, o lo diventa solamente quando come una luce arriva l’ufficializzazione degli altri?
    in ogni caso, bella narrazione. ml

    1. l’arte non ha bisogno di riconoscimento! Se così fosse, tutta la Bellezza che la Natura produce giorno dopo giorno e che l’uomo miope nemmeno riesce a immaginare, non avrebbe senso. Il senso della bellezza in sè non sta nella consapevolezza dell’umano, perchè la Bellezza è comunque. Certo, se l’umano ne fosse consapevole, farebbe un gran servizio a se stesso. Ma l’umano è miope, è piccolo e il più delle volte non sa vedere; tuttavia questo non rende la Bellezza e l’Arte meno grandi.

  2. 1. bentornata
    2. un po’ mi sei mancata
    3. bello, al solito
    4. è stato distratto, per un attimo, dalla vita (i grilli)… è quello che gli è stato fatale! la prossima volta… 😉

    1. …eh, la prossima volta, non so… forse è che lui non si è mai veramente distratto dalla Vita, quella vera, e alla fine vivere tanto e forte, stanca un po’. Perchè ascoltare i grilli o ascoltare i colori fa un po’ parte della stessa vita, io penso. E’ normale che poi si abbia sonno, ma se si è vissuto così, potrebbe anche darsi che quello che arriva, è un buon dormire.
      PS: 1, ben ritrovato; 2. se ti son mancata mi fa piacere e sappi che l’ho fatto apposta perchè ti mancassi (scherzo); 3. Non dire “al solito”, che lo so che spesso son ciofeche; 4.vedasi controcommento sopra
      PPs sto fatto dei punti mi sta prendendo la mano, eh?

      1. 5. è la mia chiave di lettura… la tua la sapevi già…
        6. mi ha un po’ inquietato… ho pensato al mio rapporto col blog (che però non ha nulla di “estetico”)…
        7. i prossimi punti me li faccio dare in ospedale, giuro, non vengo qua… 😀

        1. …qui si scambiano chiavi di lettura e non fa male. Fa più male farsi dare i punti all’ospedale, fidati.
          L’estetica non è essenziale nei rapporti con i blog. Però fa la sua bestia figura, in generale nei rapporti con il mondo; tuttavia io di filosofia non ne so nulla, questo è un fatto.

  3. ..le manie. Alla fine diventano manie. Prendono posto ad altri pensieri, vuoti, azioni non portate a compimento…
    La perfezione che nasconde imperfezioni.
    …lo trovo triste, sai?
    molto triste anche se, naturalmente, scritto molto bene…come il tuo solito.
    …mi sei mancata e iniziavo a preoccuparmi.

    buon sabato
    .marta

    1. Ciao marta! 🙂
      Mi chiedo, a volte, in che cosa consista la passione. Nel senso che amare qualcosa a tal punto da farla diventare il centro delle nostre esistenze, da riuscire a colmarle con quella cosa, da renderla il punto focale di ogni nostro gesto, di ogni nostro pensiero, senza che null’altro riesca veramente a distoglierci da essa, mi chiedo, non è questa la passione? E mi chiedo anche se il vuoto che colma la maggior parte delle esistenze che io incontro sia o meno preferibile a una tale passione. Mi chiedo se l’intensità con la quale una vita può essere vissuta non possa trovarsi in realtà in qualche cosa che si ama a dismisura, nell’eccesso, nella dedizione maniacale, in fin dei conti. E se è così, mi chiedo, è da preferire una mania troppo intensa per essere considerata “equilibrata” da chi maniaco non è, o è preferibile il vuoto di chi sta bene attento a non “farsi predere troppo la mano”? Che cos’è più triste? NOn è forse anche la foga nel voler controllare sempre tutto, affinchè non si “esageri mai, non si esca mai dagli schemi prestabiliti”, una mania? A volte guardo i quadri di quelli che alcuni hanno definito geni solo dopo che sono morti e leggo le loro biografie; non ne trovo nessuna che abbia sentore di quell’equilibrio definito “sano” dalla maggior parte del branco. Nessuna. Trovo triste che la genialità venga definita malata o triste per il semplice fatto che non è compresa, il più delle volte, perchè lontana dal comune sentire. Questo lo trovo triste. Come trovo triste la rinuncia che fa la maggior parte della gente alle proprie passioni per questioni di convenienza o di convenzione.

  4. Da qualche anno ho rivisto un pò di cose.
    Di miei limiti.
    Educazione, omologazioni, sentire “comuni” che mi son diventati stretti.
    Una gabbia che prima non sentivo.
    Ho preso coraggio a due mani e ho stravolto la mia vita in modo, forse inconsapevole, non so. Una reazione, uno spezzare catene di tutti i tipi.

    Fanno… (facciamo) di tutto per stare in quel binario dettato da chi, cosa..e non si sa per quale motivo siano gli altri a decidere della nostra vita.
    Ad iniziare dai genitori. Non per colpa loro…
    Anche questi a loro volta ne sono intrisi.

    Si rinuncia alla proprie passioni che nemmeno ci si accorge.
    Per il piatto di pasta, penso. Si, per quello.

    Vedi me. La mia passione per l’arte,il disegno..la progettazione di stoffe per arredamento è chiusa dentro un cassetto.
    Ho scelto il lavoro…quello che in quel momento si presentava.
    Poi la vita, la quotidianità ha messo su una spessa tela a coprire il tutto.
    e avanzi…per inerzia.

    Sono queli schemi che abbiamo trovato. E in quelli ci siamo adagiati: pronti, apparentemente comodi.
    E li paghiamo, salati.

    1. E’ come dici per la maggior parte delle persone. E’ così per quasi tutti. E mi chiedo perchè deve essere così. Per il piatto di pasta dici? Non so, non ci credo molto. Penso che in molti casi nessuno si sa più accontentare del piatto di pasta.Se così fosse basterebbe molto meno spreco di energie. Credo che molti sogni vengano buttati via per inseguire il niente di una vita di facciata colma di superfluo. Si diventa il bisogno di “essere come gli altri ci vogliono”, anche nelle piccole cose quotidiane. E così ci si dimentica chi siamo e cosa vorremmo davvero per noi. E non si può mica essere felici così, non si può. Allora l’unica via è lasciare gli altri agli altri e dedicarci a noi stessi, perchè tanto, all’individualismo castrante di una società che incita all’ambizione di essere “meglio degli altri”, io trovo sia preferibile un individualismo che ci reinsegni ad essere davvero chi siamo. E se quello che ho visto in questa mia breve vita ha un senso, trovo che l’utilità di un individuo per il branco sia proprio quello di trovare il suo vero ruolo e di avere il coraggio di collocarcisi a prescindere dal contesto. Quello che è stato prodotto da menti geniali e da scrittori eccelsi e da matematici illuminati e così via, è stato prodotto da chi ha saputo ed ha avuto il coraggio di essere chi e com’è, spesso a prescindere dal contesto che lo ha cresciuto ed ospitato. E’ questa la battaglia che ognuno dovrebbe compiere, per se stesso e per gli altri. Anche se il risultato sarà “triste”, perchè gli altri non lo riconosceranno, se non molto dopo o forse mai. Ma è l’obiettivo vero, reale che ognuno dovrebbe perseguire, seguire le proprie reali inclinazioni, fare di tutto per riuscirvi, trovare il tempo per dedicarcisi. Perchè è meglio faticare e soffrire per qualche cosa che davvero ci appartiene, piuttosto che faticare e soffrire per fini dei quali in realtà non ce ne frega niente, no?

      1. Se ci si riuscisse il risultato non direi che sarebbe triste. tutt’altro.
        Se consideri che l’aver trovato il nostro essere…finalmente vedere e vivere il nostro io..come effettivamente siamo e vogliamo…
        Sarebbe una gioia.
        D’altra parte chi intraprende questo tipo di battaglia non ha bisogno del riconoscimento degli altri. Sa da subito, anche prima…che dovrà star solo.
        E’ un percorso di solitudine…anche.

        Tra le sofferenze questa è quella per cui ne val sicuramente la pena affrontare.

        buon sabato
        grazie per questo importante scambio di opinioni
        .marta

        1. c’è una parola che non contemplo nemmeno nei momenti più abissali e cupi: rassegnazione. La rassegnazione, il limitarsi a sperare è come la falce che recide la testa di un condannato a morte. Non la contemplo e non importa se questo significa solitudine. La solitudine è molto meglio della rassegnazione. Molto, molto meglio. E comunque sia è una condizione umana che è di tutti, sempre, anche quando ci troviamo in mezzo alla folla, o a maggior ragione quando ci troviamo in mezzo alla folla. Siamo soli anche se amiamo, anche se siamo riamati. Anche se mentiamo a noi stessi illudendoci che non è così. Quindi, tanto vale… Buon sabato a te. 🙂

    1. Haemmm… dal racconto forse non si direbbe, ma, in confidenza Rodixidor, io prendo in mano il ferro da stiro solo se la situazione è davvero drammaticamente necessaria… ovvero una o due volte al mese. Per il resto vige la regola del “lava, riponi e poi si vedrà…”

  5. come mi accade spesso con i libri, leggo spesso anche i post all’incontrario, partendo dalla fine. arrivata all’inizio ricomincio a leggere in maniera tradizionale, giù fino alla fine.
    questo post è fantastico, in entrambe le direzioni.

    p.s.: anch’io non corro il rischio di un incidente simile. non stiro e mai stirerò!

    1. E quindi tu sai leggere all’incontrario?! Sei una fonte inesauribile di meraviglia per la sottoscritta! Io fatico spesso a leggere dall’inizio alla fine, specie quello che scrivo io… è ammirevole la tua stoicità nei confronti dei miei scritti. E ti ringrazio sinceramente. E’ bello sapere che ci sono anime sensibili che sanno capire la mia avversione per l’asse ed il ferro da stiro. E’ rassicurante.

      1. leggere partendo dalla fine è più una compulsione che un’abilità. infatti, spesso, rileggendo nel normale senso di marcia (dall’inizio alla fine) scopro tutta un’altra storia.
        ma vabbè, col tuo post non è successo. un’altra delle mie attività compulsive è sommare tutti i numeri che incontro, dalle targhe auto ai numeri di telefono, agli orari etc.. Sommo fino ad ottenere un numero ad una cifra e poi decido se la cosa sia positiva o negativa… in base all’umore o ad altra follia…

        siamo sempre amiche anche dopo il mio outing, si? 🙂

        1. Direi che lo siamo ancora, sì.. forse un po’ di più. Io ho smesso di fare le somme dopo l’esame di maturità, che mi ha sfiancata perchè ne sono uscita annoiata a morte. Però sovrappongo i colori o li sostituisco alle ombre; è bello farlo ovunque, ma sopratutto con le forme rotonde, che sono più vive e difficili e in un certo senso vergini, e ci puoi fare quello che ti pare. E provo a metterli insieme e a crearci delle storie, usando le posizioni degli oggetti per metterli in relazione l’uno con l’altro. Dei piccioni che incontro per strada, invece, mi annoto il colore ed il comportamento, mentalmente, e scommetto sulle posizioni dei colori che avranno sul piumaggio nei successivi incontri di piccioni lungo il tragitto. Ci azzecco abbastanza, perchè tranne in casi di ibridamenti, i colori sono sempre quelli e sono sempre nelle stesse posizioni. Vale anche leffetto sfumato e più scuro che assume il piumaggio quando gonfiano le piume. Penso sia un fatto statistico. Ma ci azzecco anche se incontro degli ibridi, quelli chiazzati di grigio, per capirci, o di bianco o marrone, perchè lo so prima quando accade… ma non mi chiedere perchè.Probabilmente perchè a forza di osservarli, so dove si trovano e li associo ai luoghi dove bazzicano.Credo siano stanziali. Lo facevo anche con le galline, quando ero piccola, ma allora, dopo averle allontanate, scommettevo su quale avrebbe raggiunto una determinata posizione favorevole sul cumulo di letame rispetto alle altre. Le galline non sembra, ma hanno un metodo nel loro vagare. Come i piccioni, specie se tubano. Per il germogliare delle foglie, il battito del cuore delle lucertole, i percorsi delle formiche, il movimento dell’acqua nei torrenti, il movimento dei rami o dell’erba mosse dalla corrente di un canalone, lo sciogliersi delle stalattiti di ghiaccio e altre cose potrei farti un discorso analogo, ma forse troppo lungo e noioso. NOn sapevo che sta roba si chiamasse outing…

  6. Hai scritto un racconto fatato.
    Mi è piaciuto moltissimo.
    Fila via che è un piacere.
    Anche io so stirare, abbastanza bene, perché sono stato allevato, anche, nel retro del negozio di mio padre che era una sartoria, ove due o tre ” lavoranti” (come si diceva allora) cucivano a mano, a macchina: il coupeur, cioè il tagliatore, il più bravo tagliava le stoffe per gli abiti.
    Si stirava, in negozio, con i grossi e pesanti ferri da sarto e si pennelavano le stoffe, per inumidirle, con certi singolari strumenti fatti di rotoli di panno tagliati, sfrangiati a forma di pennello.
    Ancora adesso mi stiro sovente le camicie, discretamente, passabilmente.
    Ma ho un solo ferro.
    Mentre stiro ascolto musica e ciò è pure un accompagnamento rilassante.

    Sei molto brava!

    1. Grazie di cuore, Biancoemario. Grazie per avermi raccontato questo pezzo della tua infanzia, che trovo un po’ magico e molto bello. Non ho idea di come potesse essere una sartoria, non avevo idea che tu ne sapessi tanto, ma mi piace immaginarti mentre stiri ascoltando la radio, mi piace immaginarti mentre dipingi come sai fare, mentre pensi ai colori… e vista la mia totale negazione per il lavoro di stiratura, ammiro la tua capacità di saper stirare una camicia. Lo so fare anch’io, ma non credo di saperlo fare discretamente, purtroppo. Per questo indosso le camicie con il colletto ed i polsini immacolati sotto a maglioni che ne nascondano il resto. Son strategie di sopravvivenza, che ci vuoi fare? Tu hai qualcosa di magico, te l’ho già detto? Come di fiaba.

      1. Sono cose che si imparano da piccoli. Mi piace costruire e riparare oggetti, manutenzione, farne di nuovi; dipingere appartiene alla fase del fare oggetti nuovi, anche più effimeri e forse, (o apparentemente) inutili. 🙂

        1. Penso che gli oggetti costruiti per essere guardati, toccati, vissuti ed amati, anche, non siano inutili; se non altro sono utili a chi li costruisce e poi, magari, anche a chi li vive dopo. Costruire lascia una buona sensazione, quando chi costruisce non delega il lavoro alle macchine. E’ il rapporto diretto con la materialità delle cose e con ciò che prende forma secondo dei limiti che sono personalissimi, che rende il costruire gradevole, secondo me. Ci si può specchiare in un oggetto costruito con le proprie mani, così come accade quando ci si specchia in qualcun altro. L’utilità di un oggetto costruito, penso, stia nel fatto che può produrre pensiero e quindi altri oggetti e quindi altro pensiero. Fa crescere, insomma e non necessariamente solo chi l’ha prodotto, ma anche chi può goderne. E se sono pensieri forti ed universalmente efficaci quelli che produce, allora l’oggetto è utile, anzi, direi che è necessario.

  7. valivi ha detto:

    Bel testo, la triste fine del manichino nero mi ha commosso. A presto, continua a incantarci con i tuoi bellissimi racconti…

  8. Complimenti a parte, mi intriga questa cosa che io scrivo in soggettiva e tu per conto terzi. Ci deve essere una spiegazione, una di quelle che riempiono le serate davanti a una birra.

    1. Io penso che ci sia una spiegazione, sì… per il semplice fatto che c’è sempre una spiegazione, forse, a volte. E tuttavia la birra con le serate mi interessa di più.

        1. no, non hai capito: la ceres di suo fa quel che può fare; la verità viene da altro, in verità. Solo che non so che dirti, sulla verità, in verità, perchè io non la so. Se mi spedisci la birra, fa che non sia in bottiglia… fa che siano fusti da 20, almeno.

                1. NOn mi pare una risposta tendenziosa, tutt’altro. Per berne 20 litri in un bar bisogna starci per molto tempo, dipende da quanti siamo… noi due siamo in due, ma 20 litri son 20 litri.

                    1. 🙂 in confidenza, detta qui, tra noi… manco a me piace la birra. E se mi inviti a bere vino, magari rosso, di quello buono… per me sì che farebbe la differenza, in meglio.

                    2. Effettivamente, sarebbe stato uno spreco… anche se un modo per non vanificare il bel gesto l’avrei certamente trovato. Qui è pieno di gente che anzichè aspettare il natale aspetta l’Oktoberfest tutto l’anno. Ma personalmente, a venti litri di birra preferirei un buon bicchiere di vino rosso. Sono anche economica, via.

    1. Ma lo sai che io non ho mai ricevuto premi? Sarà che non li ho mai cercati, forse? Che mi interessano davvero zero? Il punto è che un lettura attenta da parte di qualcuno che vuole capire, mi gratifica molto più delle medaglie, Pan. Non so come dire…

  9. Credo ci siano tante persone che dietro un’apparente vita normale, banale, poi hanno la volontà di coltivare piccole passioni con cui riescono a sentirsi uomini fortunati e liberi. E per loro, morire nella propria passione è sicuramente un bel morire.

  10. masticone ha detto:

    L’idea di base e’ buona. Parlo della mania che diventa ossessione. Lo stirare rende il tutto poco credibile e da entrare nel mondo del surreale. Nessun uomo reale vivrebbe mai così. Pero se volevi scrivere una favola per adulti hai raggiunto l obiettivo

  11. Hai una scrittura molto precisa, raffinata, è buona la costruzione di un mondo geometrico di riferimenti interiori. (Avrei calcato anche più il tono ossessivo).

    A

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...