Inerzia

Con la coda dell’occhio ho fatto ciao, ciao alle volute di fumo che salivano dalle balere spente. C’era ancora un mucchio nero e blu lì in fondo; sembravano stracci ammucchiati e invece erano persone con i piedi gonfi, aggrappati l’uno all’altro con i gomiti inzuppati di sudore e birre traboccate da bicchieri fatti cozzare con troppa decisione. Queste feste internazionali dimostrano che l’umano è umano ovunque, specie quando beve e balla e si lascia assorbire da se stesso e dagli altri, che poi, dopo un po’, diventano la stessa cosa. E non è per niente male; se il sentire comune non avesse bisogno di sballarsi per emergere, forse riusciremmo a tirarci fuori dall’inerzia che soffoca i nostri tempi. Ma in mancanza d’altro, anche percepirlo sballando sembra andare bene, salvo poi scordarcene e tornare ognuno a se stesso una volta smaltiti i postumi.

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11 pensieri su “Inerzia

  1. Il delirio dell’attimo! Quel momento in cui un “ti amo”, o “amico mio per sempre”, o “vogliamoci bene”, è eterno. Ne abbiamo bisogno tutti, ma non riusciamo tutti a dirlo veramente e tanto meno a crederci che possa essere vero e duraturo. Andiamo di fretta, troppo, e preferiamo non accollarci responsabilità. (Non tutti 😉 )

    1. Credo che più che andare di fretta, che trovo essere un alibi che fa acqua un po’ ovunque, come tutte le cose che hanno a che fare con la “fuga”, sia l’incapacità di specchiarci amorevolmente in qualcun altro. Sto fatto del provare un sentimento d’appartenenza non inquinato dalla diffidenza e dalla brama di essere al centro di tutto, ce lo siamo persi per strada, arrancando incontro al nostro individualismo spinto e vuoto. Ma come dici tu, non è così per tutti e quei pochi, magari, ci possono reinsegnare qualcosa che non sappiamo più fare.

  2. Assolutamente condivido il tuo concetto di alibi. Anche perché tante volte mi chiedo dove vanno tutti quelli che tendono alla fuga? E sono tanti gli individui che nel dialogo corrisposto guardano altrove. Tornare alle origini del significato vero di corrispondenza e prima ancora guardare dentro se stessi, regalerebbe un sano vivere, con sballo alcolico compreso, nel caso, ma per pura festa.

  3. le balere, ho pensato a una zattera su cui la gente a qualunque latitudine ogni tanto sale per dimenticare il mare e il male in cui nuota tutti i giorni. invidio la loro capacità di allegria quasi a comando. li guardo e mi limito anch’io a un ciao,ciao.
    ml

    1. “allegria a comando”, dici? No, non è così… quelli a carburare ci mettono ore; li ho osservati. Poi, piano, piano, cominciano ad avvicinarsi l’uno all’altro, cominciano a sorridersi, cominciano a toccarsi ed è solo allora che si sentono parte di un tutt’uno. I litri di birra, ovviamente, vengono consumati in proporzione alla capacità di sciogliersi dei singoli… e alla fine la festa è roba sana, non è una zattera alla deriva. Specie se non va oltre, se la chiusura delle spine che erogano è calcolata. Si ottine un clima di condivisione, di follia appena sfiorata, quella che produce un assembramento che non è fine a se stesso.

    1. Forse può essere paragonata a questo, ma non dovrebbe essere tale. La capacità di creare un gruppo non dovrebbe passare solo attraverso l’alibi di una serata in cui sballarsi. E’ una necessità umana, solo viene repressa o, in molti casi, nemmeno si capisce che esiste. La condivisione sembra essere lecita solo se giustificata da una fiumana di birra; questo è il lato triste.

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