Sulla buona educazione

Mi nascondo dalla notte e sto dietro le tende; tende lunghe, nere, e me le avvolgo tutt’attorno, anche sugli occhi.
Mi ci avvolgo gli occhi e le orecchie e la faccia tutta e poi sto li, nella notte nera avvolta nella tenda, forse in due tende, forse addirittura mezza.
Mi pare educato starmene in disparte per un po’ di anni mentre il pendolo si stanca.
Si stancherà prima o poi, il pendolo, no?!
Si pazienta, qui dietro la tenda, di nascosto dalla notte, nera, come la tenda.
Stavano sparando dietro ai vetri… sì, li, vicino alle finestre dove stanno appese le tende che mi hanno avvolto gli occhi e le orecchie, ma non ho visto chi sparava e se qualcuno moriva, perchè avevo gli occhi avvolti nelle tende e stavo nella notte, io.
Eppure da qualche parte dev’esserci stato un bagliore, una fiamma di fuoco e una pozza di sangue, perchè ne sentivo l’odore appiccicarsi sul fustagno; l’odore del sangue intendo e forse anche della polvere, quella nera che spara, e ne sentivo il rosso vermiglio del liquido caldo, rosso come quelle rose che si aggrappavano alle inferriate della casa con i muri marci e le tegole verdi.
Me ne ricordo mentre il pendolo non si stanca e questo odore vermiglio mi seccava un po’ e si seccava e filtrava attraverso il tessuto e saliva spandendosi per capilarità, aggrappandosi alla polvere, come risucchiato da cannule invisibili nascoste nelle trame, come me, della tenda nera, dalla notte.
Saliva sempre più su, sul tessuto e vi si mescolava e sembrava una pasta rossa e densa e grigio porpora che si seccava sulla lacca delle mie scarpe lustre, scarpe da tip tap che mi spuntavano da sotto la tenda. Mi spuntano sempre le scarpe da tip tap, sempre.
Era di fustagno la tenda? Non lo so. Era forse un rantolo gorgogliante di fiotti vermigli quello che sentivo arrivare dal fondo della tenda, proprio oltre l’orlo, oltre le mie scarpe di lacca? NOn lo so… può darsi, ma io che son persona ben educata me ne fotto, a dire il vero, e mi pulisco la punta delle scarpe sull’orlo della tenda nera, strofinadole sul polpaccio, così, vedete? E m’impregno ancor più di liquido vermiglio. Pazienza, non sempre funziona, il lustra scarpe fai da te.
Stavo poi con le orecchie avvolte nel fustagno, che forse non era nemmeno fustagno, magari canapa, di quella grossa, non so, tuttavia nera e ruvida e vermiglia, pastosa e qualcuno era morto e qualcuno aveva ucciso ed il pendolo non si stancava… e la mia buona educazione nemmeno. Io rimasi avvolta nella notte, come se fossi notte, come se non avessi veramente udito, vista, come conviene a chi come me, sa perfettamente che cos’è l’educazione e la sana discrezione. Perchè è buona regola che i morti non si disturbino ed i vivi non si turbino. Ed è così, che mi nascondo dalla notte, dietro le tende nere, lunghe, finché il pendolo non si stanca.

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Sulla buona educazione

48 pensieri su “Sulla buona educazione

  1. …e i vivi che sono morti dentro? Quelli lì si nascondono dalla luce, si nascondono dalla vita, dalle facce, dalle porte, dalle parole, dai consigli…
    Quelli lì aspettano. E basta.

      1. Quelli morti dentro forse imparato l’arte del non far rumore nemmeno con il respiro.
        Ma quelli oltre le tende, quelli lì… che cazzo fanno, a parte vivere come zecche allegre?
        Le anime troppo sensibili dovrebbero essere spente subito; sono fuochi che ardono troppo intensamente. Muoiono di sé.
        Quanto fa male, il morire di sè!

        1. Le anime vivono tutte e non si può decidere quali ne hanno meno o più diritto. Io non lo so quali anime hanno meno diritto di essere. Per me quelle che bruciano di più e durano poco, sono quelle che forse hanno la vita più breve, è vero, ma anche meno vuota.Ci vuole coraggio a vivere nel fuoco, ma anche a star sempre nascosti dalla notte, sapendo che tanto la notte ci vede lo stesso e prima o poi ci viene a prender sotto braccio. Chi soffre di più? Il pavido che si nasconde, o l’eroe che attraversa l’inferno? Essere è soffrire, sempre, e non posso giudicare, nemmeno mi passa per la testa di dar giudizi!

  2. la buona educazione che ci impedisce di (ci protegge dall’) interessarci agli altri.
    Indovinata la metafora di tende e bende sugli occhi.
    e quella pendola che si ostina a battere il tempo!
    piaciuto per quanto tetro
    ml

  3. invecedistelle ha detto:

    Un po’ onirico, molto anzi. I miei incubi sono dell’apertura, del vuoto, della paralisi dovuta alla mancanza di confini. Ognuno ha la sua deriva psicotica.

    1. NOn è iun sogno, Invecedistelle; è solo una scena, un fatto, un evento. Un sogno non credo, non un sogno mio, perché forse mi sbaglio, ma faccio altri sogni, meno cruenti, mi pare…

  4. Per chi vive nascosto al buio dietro ad una tenda, il pendolo si è già fermato, ciò che sente è la scansione temporale di vite che non gli appartengono… decidere di attraversare l’esistenza senza esporsi, avvolti nel proprio sudario, è una scelta ben più dolorosa di chi si lancia nel vivo della battaglia, del resto, dietro la tenda rimane tanto tempo per pensare (educatamente)…

  5. Quanti simboli! La tenda, il pendolo, il sangue, le scarpe da tip tap, eccetera. Saresti un rebus per uno psicologo o per una veggente che dice di sapere interpretare i sogni.
    Nicola

    1. Invece, Nicola, gli psicologi con me avrebbero vita fin troppo facile; con tutto quello che ho scritto nel web potrebbero fare una diagnosi così dettagliata che se mi rendessero partecipe son certa che mi annoierei a morte, per quanto risulterebbe prevedibile. Non amo molto gli psicologi, in effetti, specie se lavorano si di me; mi stanno simpatici i veggenti, invece, quelli veri, che con quello che vedono e quello che vivono mi sa che ne hanno fin sopra i capelli.

    1. …è un grigio porpora, che sa di sangue e fustagno e ha l’odore acre della polvere vecchia, dei grumi rappresi, di muffe mineralizzate; è quel rosso porpora che vira di grigio, pregno di liquidi vischiosi, pesanti, che si addensano raffreddando e sfumano sul verde bottiglia ai margini, mentre si assorbe e si allarga nel velluto, per poi diventare nero e malato, come certe pesti, come certe malarie, hai presente?

  6. Sembra quasi la mia descrizione del “buco”, il posto dove mi rifugio quando mi deprimo. Mi ci chiudo dentro e guardo fuori da un forellino, ma è come se non vedessi, perché tutto è filtrato, e poi sto nel buco. Nulla mi può toccare, nel buco.
    Bella l’immagine della tenda di fustagno. E sempre bello leggerti.

    1. …il buco. la tenda di fustagno… modi diversi per scordarsi un po’ del peggio, o di ricordarsi della buona educazione come alibi per dimenticarsi del peggio… una roba così, forse… (grazie)

  7. Soffocante davvero questo tuo rifugio, annega pensieri e coscienza, ma la pendola è instancabile e forse non è molto educato nei tuoi confronti lasciare che ti consumi la vita così…un sorriso…

    1. …è un modo di consumarsi come un altro ed è difficile capire quale sia il modo meno educato per chi pensa che stare nascosti dietro una tenda mentre si consumano fatti di sangue, sia una questione di buona educazione.

  8. Colori, odori, senso di oppressione e rinuncia…tutto tanto vivido e rosso e vermiglio e nero…
    Vengo a leggerti, alfine: che diavolo stavo aspettando? Sarà la vecchitudine 😉

    1. …son felice che vieni a leggermi, Bakaneko e non ti preoccupare della vechitudine, che è quella che ti ha portato a leggermi, mi sa (o forse proprio per questo dovresti preoccuparti…)

    1. …per quanto mi riguarda, io non mi scoccio mai; al massimo m’incazzo! 🙂 Mi sento onorata, invece, per via del fatto che in un certo senso mi accomuni al Sommo! 😀

      1. Ah ah, ho evitato lo scazzo! La tua immagine delle tende di fustagno nelle quali ti nascondi, mentre fuori il mondo si fa male, è rimasta nella mia testa anche nei giorni successivi alla lettura…
        Diamo al Sommo quel che è del Sommo, e a stileminimo quel che è di stileminimo: ognuno con la propria potenza e magia evocativa 🙂

          1. Per quel che mi riguarda, i miei complimenti: vado a rileggermi l’ultimo pezzo che hai postato, quello sui ricordi. Mi sembra di esserci dentro, tanto li hai descritti bene 🙂

              1. Ho ritrovato alcuni miei ricordi d’infanzia, trascorsa nei prati di campagna, nella bella stagione: le spighe che pungono, attraverso i calzettoni, le lucertole senza coda, i gatti, i bastoncini intagliati…
                bello…

                  1. Tanti! Gatti abbandonati o selvatici: passavo i pomeriggi interi, seduta vicino ai grossi abeti sotto i quali si nascondevano, giorno dopo giorno, fino ad addomesticarli. La gatta più schiva (come me, diciamo) andò a partorire al sicuro e poi, uno ad uno, portò i cuccioli sul mio zerbino, fidandosi di me…indimenticabili, le rimostranze materne! ;). Insomma, grazie alle tue parole vivide e perfette, ho ricordato cose belle.

                    1. Le parole non sono mie; sono loro e ci vuole rispetto. I gatti sullo zerbino non mi sono arrivati mai, purtroppo. Ma forse li preferivo tondi e arruffati, splendidi e inarrivabili appollaiati come i gargoyle sui rami del noce. Son contenta che i rocordi facciano ricordare; sai, non pensavo, davvero. L’input è partito da un orco che mangia gli umani e poi li sputa nei suoi racconti. http://memoriediunratto.wordpress.com/
                      E’ un esperimento per me. Non nuovo, forse, però stavolta era consapevole. Ed è bello come io abbia preso spunto da lui, e tu da me e dal Sommo! Mi piacciono le concatenazioni d’idee, quando producono roba da leggere. 🙂

                    2. Una concatenazione davvero produttiva, direi!
                      Grazie anche per lo scambio d’idee e il link da cui tutto è partito. Domani, a mente fresca, (adesso è sull’appassito spinto) me lo vado a leggere con calma 🙂

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