Mambo

Mambo sbavava; era la sua caratteristica principale.
Oltre a questo ci sono da dire altre due o tre cose sul suo conto: non si chiamava mambo, ma tutti lo chiamavano così perchè a vent’anni uccise una donna.
La uccise, a suo dire, perché l’amava follemente, ma, diceva, “…purtroppo aveva due passioni: i balli latino americani ed il tradimento!”.
Quando accadde il fatto, lei e Mambo facevano coppia fissa da sei mesi, anche sulle piste da ballo, dove lei lo aveva trascinato e iniziato al ballo frenetico e alla passione per il “ritmo indiavolato”, come lo chiamava lei.

La uccise durante una gara, un giovedì sera, perché le gare si tenevano sempre di giovedì, nella grande sala con il pavimento in legno di noce e con le luci finte e calde che però sapevano di baganto.
Quel giovedì, mentre stavano ballando un “mambo indiavolato”, ormai a un passo dal premio più ambito, lui la fece roteare una, due, tre volte e quando l’ebbe vicina con un braccio la strinse, così come gli aveva insegnato lei, e le tenne la mano con il palmo premuto sulla schiena, mentre con l’altra tolse la rivoltella dalla tasca dei pantaloni e le sparò nella pancia.
Tre spari, uno dei quali, il primo, lo ferì a un dito, perchè il proiettile la trapassò da parte a parte. Si limitò a spostare la mano e poi lui sparò ancora e ancora, mentre sosteneva il corpo di lei.
Lei stretta a lui, trafitta da un dolore assurdo con le unghie si aggrappava alle spalle di Mambo, senza capire, gli occhi sbarrati a guardare le facce sorridenti della gente che li osservava, ignara, perchè la musica coprì il rumore dei colpi.
Poi lei cadde a terra, scivolandogli addosso e lasciandogli una scia di color porpora sulla camicia e sui pantaloni, con lo stomaco che le buttava sangue, gli occhi truccati di paiette, perfetti, bellissimi, con un’iride viola incredula a fissarlo dal basso e lui a fissare lei, dall’alto.
Poi lui sparò altri due colpi, uno dopo l’altro, mirando prima ad un occhio, poi all’altro e così finì la storia che d’amore proprio non era, dissero poi; era una storia di furia e passione, o di sola furia e rabbia e qualcos’altro che chissà, e chi lo sa?!
E Mambo ora era vecchio da anni, e da anni sbavava forte, con la saliva che gli inzuppava i vestiti; non è che proprio avesse sempre sbavato, ma quando i fratelli di lei capirono che cosa era successo, lo presero e gli fracassarono la mandibola a calci, togliendogli i denti e anche il posto dove avrebbero potuto ancora ancorarsi, con l’evidente intento di staccargli il cranio a scarpate.
Ci arrivarono vicino, ma qualcuno li fermò un po’ prima che il cervello di Mambo facesse compagnia a quello di lei sulla pista da ballo; a Mambo rimase solo mezza faccia, quella dal naso in su ed il resto era carne flaccida, senza ossa e gli cadeva sul collo, lasciando che la saliva scorresse e dando l’impressione di una maschera bagnata, sconsolata e molle, pesante.
Mambo stava rinchiuso da sempre e in carcere si era costruito un piccolo regno, perché lui conosceva un segreto che gli aveva permesso di parlare pur trovandosi senza bocca: Mambo parlava con le carte, sì, con i tarocchi.
Aveva imparato dalla madre, che aveva origini gitane e ancor prima dalla nonna che tuttavia morì troppo presto, quando lui aveva otto anni, lasciandogli la curiosità per quelle figure che sembravano poter spiegare il mondo e tutto quel che vi accadeva.
La curiosità venne colmata in seguito durante le sere invernali in cui la madre “giocava” con lui a disporre figure e a inventare “storie” interpretando “le cose del mondo”, come diceva lei.
Nel tempo interminabile che gli era dispensato in carcere, lui non aveva trovato di meglio che aggrapparsi a quei ricordi ed era diventato un esperto nel creare fatalismo e a dissacrare certezze; aveva trovato nelle carte un linguaggio che sostituiva quelle parola che, per ovvi motivi, gli erano negate.
Prediva destini quasi per gioco a chi gli faceva richiesta e ci azzeccava pure e allora in molti andavano da Mambo a chiedere consigli, pareri ed i più coraggiosi anche sentenze inappellabili che lui dispensava senza battere ciglio, chiedendo un compenso esoso anche nei casi peggiori e congedando con un gesto di fastidio una volta ricevuti danaro o servigi.
Mambo era indifferente ai destini altrui e probabilmente anche a quello che riguardava se stesso.
Dormiva sempre molto e a lungo, come se il sonno fosse l’espediente più efficace che il suo corpo aveva sperimentato per far sì che il tempo passasse prima; però una mattina si svegliò all’alba, si mise al suo tavolo stipato nell’angolo della cella, dietro il lavandino; mescolò e dispose le carte.
Le osservò a lungo, con il suo labbro grondante e poi, di colpo, i suoi occhi sorrisero, luccicando di rimando alla lampadina fioca che spandeva una luce tremolante ed incerta sulle sue dita unte, tremanti, posate composte a lato della sequenza di figure che lui osservava sul ripiano; anche le figure lo guardarono, unte.
Mambo chiamò il secondino urtando la tazza di metallo sulle sbarre e scrisse tre righe sui fogli del suo quaderno; chiedeva che gli portassero i suoi vestiti, quelli che indossava quando era arrivato, perchè andava a trovare una persona che non vedeva da tempo e che “…di certo mi sta aspettando!!” disse.
Il secondino lo fissò serio, guardandosi bene dal ridere o anche solo dal sorridere, perché conosceva bene Mambo e sapeva che non sapeva scherzare, che non scriveva mai una parola più del dovuto e che quando scriveva non c’era da discutere, optare o dire nulla.
Tuttavia in quel caso la richiesta di Mambo metteva il secondino decisamente in imbarazzo, perché i vestiti potevano essere restituiti solo nel caso in cui il recluso fosse stato rilasciato e comunque gli venivano consegnati prima di uscire, e non era questo il caso di Mambo, o in alternativa e ovviamente, qualora il detenuto fosse deceduto.
Mambo capì l’imbarazzo del secondino, lo fissò e si limitò a scrivere una parola: “portameli”.
Il secondino annuì, serio, e si allontanò.

Mambo fece due piroette e muovendo a ritmo spalle, anche e bacino si avvicinò a lei che a sua volta si muoveva sinuosa, leggera, con gli occhi viola truccati di paiette che luccicavano sotto le luci, avvolta nel suo vestito frangiato che amplificava il movimento veloce, il ritmo frenetico, seguendo l’incurvarsi, l’allungarsi, il piegarsi delle cosce belle, forti, giù, fino ai polpacci torniti, ad accarezzare le caviglie sottili. Lui si avvicinava seguendo il tempo della musica che si spandeva forte e lei lo guardava, lo fissava con un sorriso raggiante, splendido, felice.
Passo dopo passo, lui allungò il braccio, fino a prenderla fra le braccia, premendole la mano sulla schiena e di colpo lei si fermò; la musica smise di suonare, tutte le luci si spensero, tranne una.
Rimase accesa una sola, fioca lampadina da 30 watt gialli e tristi, tremolanti, sospesi a pochi metri dalla loro testa, a piovergli addosso una silenziosa e debole malinconia, quasi verde, opaca.
Lei lo guardava con un’espressione stupita ed il sorriso si trasformò in una smorfia di disgusto:
” Amore, ma tu… stai sbavando!!”
“Effettivamente… ma non ti preoccupare, è sbava pulita!”
Lei annuì e sembrò prendere atto, ma poi lo guardò ancora e disse, ritraendosi un po’:
“Però, amore, fa schifo lo stesso!”
“Hmmm…. ma sai, adesso non tanto; dovresti vederla subito dopo pranzo, o dopo aver preso il caffè…”
“Vorrei tu smettessi di sbavare, amore!”
“Non ti preoccupare; adesso smetto…”
Poi la lampadina si spense con un ronzìo e fece buio, buio pesto.

Il secondino tornò accompagnato dal collega di turno nell’ala est.
Trovarono la cella di Mambo al buio e la luce del corridoio che filtrava appena, disegnado il profilo di una schiena china sul tavolo. Aprirono ed entrarono piano, con circospezione e prima di avvicinarsi a Mambo si guardarono. Uno dei due fece cenno con il capo, come a fare coraggio all’altro e poi con una mano toccò la spalla di Mambo, che non si mosse.
Il secondino con il pacco dei vestiti in braccio si sporse in avanti, vide la testa di Mambo appoggiata al ripiano del tavolo, girata di lato a guardare verso il lavandino.
L’altro secondino tolse l’accendino dalla tasca e lo accese; la fiammella illuminò il corpo immobile del vecchio, gli occhi sbarrati e sorridenti di Mambo guardavano il nulla e un rivolo di saliva che gli usciva dal labbro floscio e molle, si spalmava su una figura dei tarocchi dai colori cupi e poi si spandeva fino a colmarne i contorni; e la figura accoglieva tutta quella bava, come se questa volesse berla per evitare che si vedesse tanto, ma quella, poi, piano, strabordò e gocciolò e finì giù, oltre l’orlo del tavolo.
Il secondino con l’accendino deglutì… chissà perché.
“E’…”
“Andato!”
“Ma… sbava ancora, cazzo!”

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Mambo

49 pensieri su “Mambo

      1. a me sì, moltissimo… perché mi stupisce il modo in cui hai preso a scrivere da qualche tempo a questa parte… e mi piace molto… quando metto a fuoco cosa voglio sapere te lo chiedo meglio

  1. La desolazione della “faccenda umana” (come la chiami tu ma, devo dirti, la chiamo così anch’io: http://italianamentescoretta.wordpress.com/2013/04/15/68-assurdo/) fa sempre riflettere.
    Uccidere per gelosia, o per passione. Vendicare per amore, o per rabbia. Trascinarsi per indifferenza, o per inerzia. Essere timorosi, in modo anche un po’ scaramantico, di Mambo e della sua oscurità, e della sua spietatezza. Forse perché ci vediamo dentro anche la nostra spietatezza e la nostra oscurità…
    Molto interessante. Grazie.

    1. Non potrei! desso che mi hai detto sta cosa, poi… non potrei più! E comunque sia, tagliarla significherebbe farmi troppo male; non ci penso proprio… mi fa senso il sangue! 😛

  2. La storia è avvincente. davvero!!
    il tuo stile di raccontare è scorrevole chiaro e comprensibile. Applausi.
    Tuttavia, ciò che mi intriga e il fatto che Mambo spara due colpi ad entrambi gli occhi. Perché?
    Un abbraccio vellutato, Edo

          1. C’ha ragione, altro che!!
            Pensavo che il: “Bon ton” nel virtuale..lasciamo perdere.
            Tuttavia, lei è una bella Persona, bella di cuore soprattutto.
            Cordialità, Edo

            1. Per essere una persona che non mi conosce, lei si spinge piuttosto oltre negli apprezzamenti 🙂 Ma sanno molto di complimento… quindi ringrazio, di nuovo.
              Cordialmente

              1. Passo per augurarLe un fantastico e sereno weekend.
                Con osservanza, Edo
                piesse, Le racconto una barzelletta spero che sia di suo gradimento, recita:

                “Un pazzo cammina per strada fermandosi ogni dieci passi per battere forte le mani e poi riprendere a camminare.
                Un signore, incuriosito, gli domanda come mai si comporta così.
                Il pazzo risponde: “Per spaventare gli elefanti!”
                “Ma in città non ci sono elefanti!”
                “Hai visto? Funziona!”

                1. Gentile Signore,
                  ho letto con interesse la sua storiella e la ringrazio di avermi voluto far sorridere. Mi sorge tuttavia un dubbio: trovo che il protagonista che batte le mani con uno scopo sia molto più savio di tutti quelli, e sono tanti, che battono le mani senza nemmeno sapere bene il perché. Cordialmente.

  3. Cara a dire il vero mi stupisci ogni giorno di più! Ma ste storie le fai venire fuori dal cappello magggico? eheh Brava (figo i colpi coperti dalla musica, proprio come in un giallo!) 🙂

    1. Vengono fuori da sotto il cappello, credo. I colpi coperti dalla musica sono un classico, mi sa. Era una scena da vedere, non tanto da ascoltare, che il mambo impazzava, sai com’è…

      1. Guarda non ci crederai, ma ho tentato di scrivere mille cose, mille commenti. Ma tutti mi sembravano banali, perché il racconto è bello tutto, e non si può focalizzarsi su una cosa o un’altra. Per questo solo quelle tre parole striminzite, io che quando nostro Signore ha distribuito il dono della sintesi ero a cercar funghi 😉

        1. Io non valuto mai il senso di un commento in base alla quantitàà di parole, sia chiaro. 🙂 Apprezzo chiunque dica liberamente ciò che intende dire. Quelle tre parole mi hanno fatto grande piacere. Io pure… a cercar funghi o asparagi, mi sa.

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