Nella casa di legno

Tutto sapeva di fumo acre appena arrivavi e l’aria odorava di fuliggine, ma dopo un po’ che ci si stava, quel sentore si dissolveva e ricominciavi ad annusare l’aria per quella che era e quell’aria non era per niente male; c’era resina e acqua fresca a colorarla. Lui stava seduto nell’angolo più buio, nell’ombra sul fondo della casa di legno e attizzava il fuoco del focolare centrale con un lungo bastone ritorto e nero di fumo, sollevando miriadi di scintille che gli illuminavano il volto; e tu lo guardavi quel volto e ti ritrovavi a pensare che sembrava fatto di pietra, solcato da fessure scavate da lunghi e pazienti rivoli eterni e con quelle sapeva far sorridere gli occhi piccoli, di zaffiro. Ci andavi perchè lui ascoltava con gli occhi e sapeva farti sentire davvero con qualcuno, completamente con lui, nella sua mente, perchè lui entrava nella tua e poi arrivava al cuore; ci arrivava per chissà quali vie, forse attraverso i pori della pelle, o forse ci entrava dai tuoi stessi occhi. Aveva forse più di mille anni, si diceva; in realtà non si poteva sapere quanto fosse vecchio, perchè arrivò in paese durante la guerra e ricostruì la casa nel bosco quando tutti stavano scappando via. A guerra finita molti trovarono momentaneo asilo presso di lui, al loro ritorno. Per questo nessuno osò mai mettere in discussione che lui facesse parte della comunità e che quel luogo disperso nella boscaglia fosse suo di diritto. Salvò la vita a molte persone quando vennero i soldati a rastrellare cantine e soffitte.
Ti indicava la panca di legno vicina al focolare e tu ti sedevi, lui ti guardava e sorrideva con gli occhi blu. Non sorrideva a tutti, mi dissero; il suo sorriso era un privilegio e quando lo scoprii mi sentii fortunata, davvero fortunata. Aveva una vecchia caffettiera sempre pronta e delle tazzine di legno; quasi tutto in quella casa era fatto di legno intagliato ed erano oggetti molto belli, che faceva piacere tenere fra le mani, perchè erano caldi e rotondi, puliti e rassicuranti. Li faceva lui, quegli oggetti.
Tutto era rassicurante in quel luogo, anche i larici che muovevano piano i rami frondosi al vento e che ogni tanto accarezzavano il tetto della casa. Lui ti offriva il suo caffè, fatto con l’acqua più buona e con le migliori intenzioni; era il caffè che ti veniva in mente come confronto inarrivabile ogni volta che poi, da qualche altra parte, ne bevevi uno.
Ascoltava in silenzio, senza mai interrompere e quando sentiva che non riuscivi a dire tutto, ti dava la parola giusta per poter continuare. Spesso si piangeva un po’, lì da lui; molti piangevano, mi dissero, e chissà perché accadeva senza un reale motivo apparente, accadeva sempre così, mentre si stava parlando e poi, dopo aver pianto si sorrideva, sempre. C’era chi andava lì quando aveva bisogno di sorridere.
Sapeva raccontare e lo faceva con la voce dolce, dal tono basso e vibrante. Raccontava di cose semplici, di cose del mondo, della Montagna e delle persone della Montagna che lui conobbe e che adesso non c’erano più. Era stato sposato, mi disse; questa era l’unica cosa che tutti sapevamo di lui. Diceva che se anche lei se n’era andata da anni ormai, lui si sentiva ancora sposato e lo sarebbe stato sempre, fino alla fine. Quando parlava di lei sembrava che con la mente le accarezzasse i capelli, o che le tenesse una mano e lei sembrava arrivare in qualche modo da quell’altro mondo dove se n’era andata, per stare un po’ lì con lui, sedendoglisi accanto, mentre lui si scostava un po’, e poi anche lei conversava con noi, in silenzio. Ed era così: quando arrivavi nella sua casa avevi la netta, palpabile sensazione che lui non fosse mai solo.
Un giorno una donna andò da lui per portargli del latte di capra e lo vide nell’orto, seduto su un’asse, con le mani che tenevano il bastone ed una guancia appoggiata alle mani. Sembrava guardasse la Valle, ma aveva gli occhi chiusi e sorrideva un po’. La donna lo chiamò e lui non rispose; allora lei pensò che stesse dormendo ed entrò nell’orto, gli si avvicinò e capì che se n’era andato anche lui, in quell’altro mondo del quale parlava sempre.
Mancò a tutti, lui che era sempre vissuto solo. Ma nessuno pianse, perché tutti sapevamo che era andato dove qualcuno lo stava aspettando e che quel qualcuno era la persona che lui aveva amato di più e si sarebbe presa cura di lui, qualunque e dovunque fosse quel posto.

Tre giorni fa sono tornata in quella casa che era rimasta aperta, come lui voleva; tutto è rimasto intatto. Qualcuno sta provvedendo alla manutenzione del tetto, ho visto, ma a nessuno è mai venuto in mente di occupare quel luogo. Questo mi ha fatto bene. Dopo tanto tempo c’è ancora quel senso comune di rispetto che da nessun altra parte ho più trovato. L’orto è incolto, ma la recinzione è stata rifatta. Mi ha scaldato il cuore tanta attenzione.

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Nella casa di legno

24 pensieri su “Nella casa di legno

  1. ludmillarte ha detto:

    Credimi, mi hai fatto appannare gli occhi e venire il nodo in gola. Considero persone cosi tanto semplici quanto grandi. Appagante anche il finale che fa rivivere il rispetto. Grazie

    1. il Rispetto, Ludmilla, quello spontaneo, dettato dalle coscienze e non imposto da regole e dogmi, è diventato cosa talmente rara che quando lo si incontra commuove veramente. Grazie a te.

  2. Che bello…ha lasciato tanto di sè che per tutti “vive” ancora nei loro cuori. La casa rappresenta il loro nido\rifugio\ricordo di come si dovrebbe essere sempre…
    L’essenziale: Rispetto e gentilezza.
    La posizione in cui gli è mancato il respiro mentre guardava il paesaggio avanti a sè…che dolce arrivederci…

  3. buona sera
    Lei scrive con la penna del cuore..davvero!!
    Oltre al rispetto in questo racconto traspare anche, la fedeltà, l’umiltà e la disponibilità o lo spendersi per gli altri che fanno di una persona un “GRANDE” e di rara beltà.
    In sincerità ho pensato che questa splendida persona fosse Suo Nonno..credo
    Le auguro un sereno prosieguo di serata. Edo

    1. Buona sera a Lei Signor Edoardo,
      questa persona è tutt’ora a me molto vicina, ma non vi è legame di parentela. E’ stata una splendida persona davvero e continuerà a vivere in chi l’ha conosciuta. La ringrazio e mi auguro che anche la sua serata sia serena. Cordialmente, SM.

  4. quanta bellezza. ed un segno semplice, che a me colpisce molto perché lo associo ad ospitalità, infinita – conoscevo una persona che faceva nello stesso modo: quella caffettiera sempre pronta, “mettiamo su un caffè”, ed il fuoco è già acceso.

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