Più sotto, più dentro

Quando arrivò, sembrava un cencio vecchio e fradicio che trascinava a stento se stesso e attraversò la spiaggia riparandosi gli occhi dalla pioggia con un braccio, mentre con l’altra mano sembrava stringere con foga qualche cosa che teneva sotto la camicia; si diresse verso la casa della Sorda, la prima che si incontra allontanadosi dalla spiaggia.

Bussò e la Sorda gli aprì, lo guardò, poi guardò fuori nella tempesta, nel vento freddo, verso il mare e si scostò un po’ per farlo entrare. Gli diede una scodella di latte di capra e un pezzo di pane e poi gli indicò un sacco di foglie posato a terra e lo lasciò dormire lì, vicino al focolare.

La Sorda il giorno dopo, all’alba, andò a chiamare la vicina mentre lui ancora dormiva; la vicina venne e quando lo vide farfugliò qualche parola sotto voce e tenendo un osso di un grosso pesce in mano e disegnando qualche cosa nell’aria fece i gesti necessaria al caso. Concluse il rito per scacciare il Malefico battendo tre volte i piedi per terra e la Sorda la imitò con vigore.

Era il rito da compiere quando arrivava qualche straniero dal mare.

Lo straniero dormiva. Allora la Sorda diede due piccoli calci al mucchio di stracci ammucchiati a terra che le ossa dell’uomo tenevano sollevate e addossate alla pietra calda, dove il fuoco era ormai brace spenta.

L’uomo aprì gli occhi e vide l’ombra delle due donne e alle loro spalle la luce troppo forte che entrava dalla porta aperta, con il cielo troppo luminoso, troppo chiaro; la tempesta dopo tanti giorni era cessata.

L’uomo richiuse gli occhi, si sollevò su un gomito e si mise a rovistare con la mano sotto la camicia come a cercare qualcosa che si portava addosso, da qualche parte, all’altezza del petto e fra i vestiti. Poi gli occhi si abituarono alla luce, li aprì piano, e continuando a stringere il pugno sul petto, come se un dolore lancinante non gli permettesse di muoversi, alzò lo sguardo grigio e vide le facce di legno duro delle due donne. Loro lo fissavano e videro la camicia sporca di sangue, ma non fecero nulla, non chiesero nulla.

Allora lui annuì con un mugugno e si guardò un po’ attorno, distinguendo le sagome dei pochi mobili: il gatto nell’angolo, la scopa di saggina… e poi, piano, come per sollevare un grosso e pesante sacco che gli gravava sulle spalle, appoggiando una mano per terra si alzò in piedi.

Allora i tre si resero conto che mentre lo straniero era un uomo alto, le due donne erano due donne piccole. Lui sembrava uno di quei salici allungati che ondeggiano tenaci quando i fiumi diventano grossi, ma non si staccano mai dagli anfratti dove spingono le radici; e le due donne sembravano i ceppi di due gelsi capitozzati da un potatore un po’ troppo risoluto, ferme, salde, un po’ monche e troppo dure, con la corteccia scura e ruvida anche sulla faccia.

La Sorda non sapeva parlare, perché era sorda, ma anche muta; parlò la vicina, con una vocina da bambina lamentosa, strascicando le parole e accentuando le esse fra le labbra molli della bocca sdentata, emettendo un suono di sibilo sottile. La voce sembrava uscirle dalle orecchie o dal naso, ma non certo dalla bocca, che si sarebbe invece detto riusciva a produrre solo fiato spento, da come la pelle delle guance si gonfiava e si sgonfiava elastica.

L’uomo guardò la faccia di legno della vicina della Sorda, cercando di distinguerne i lineamenti nella penombra della capanna, ma non vide e sembrò non capire, poi guardò la faccia della Sorda, un po’ più in luce, le fece un inchino e forse un sorriso che nessuna delle due seppe cogliere e poi, mettendosi entrambe le mani sul petto, strinse i vestiti sporchi di sangue, come se spremendo quelli avesse voluto farne uscire la giusta dose di gratitudine per averlo ospitato.

Si mosse un po’ di lato e poi a piccoli passi, strascicando i piedi come se stesse danzando e senza dare le spalle alle due donne, si avvicinò alla porta facendo altri piccoli inchini e piccoli passi, muovendo la testa su e giù e sulla testa i capelli gialli e dritti si mossero anche loro e salutarono un po’ all’aria del mattino che entrava dall’uscio, mentre lui uscì.

Alle sue spalle il giorno gli fece cornice e le due donne ne videro la lunga sagoma contro luce per un breve istante, prima che lui se ne andasse accompagnato dai suoi piccoli inchini e dai suoi piccoli passi, camminando all’indietro ancora per un bel pezzo, prima di voltarsi e tornare verso il mare. Ma non se ne andò via, perchè la tempesta gli aveva rubato la vecchia barca.

Arrivò così in quel paese e vi rimase a lungo; passeggiava per ore rasente ai muri bianchi delle case, con lo sguardo grigio di un vecchio gatto, tenedosi le mani al petto in gesto di indicibile sofferenza.

Al paese compresero poi che quello che lo straniero cercava continuamente sotto la sua stessa camicia era qualche cosa che stava sotto la carne, fra le ossa dello sterno. Lui cercava di afferrarsi il cuore, perchè era da lì che gli veniva il dolore che tutti, anche i bambini ed i gatti ed i cani gli leggevano negli occhi.

E rovistando nella carne, con le mani sporche di se stesso, del suo stesso sangue, cercava quella cosa che si teneva in petto e che non sapeva raggiungere. Lui cercava nel suo petto con un’insistenza devastante, perché lì gli batteva più forte il dolore e allora provava a sentire, ad afferrare, perché doveva esserci qualche cosa, una cosa grande come una noce forse, o forse anche più grande, che se fosse riuscito ad afferrare, magari sarebbe riuscito a togliere per stare finalmente un po’ meglio.

Passava le ore seduto nella polvere, con una mano a graffiarsi lo sterno ed il sangue che gli si raggrumava sotto le unghie mentre lui continuava a premenre per andare più a fondo, per arrivare a quello che andava ben sotto la carne, ben oltre le ossa.

Lo chiamarono Tonto; furono i bambini del paese a battezzarlo, perchè qualsiasi cosa gli si dicesse, lui sembrava non saper proprio capire, forse nemmeno lo riusciva a sentire.

In realtà nessuno sapeva bene come si chiamasse, sapevano solo che era arrivato un giorno su quella vecchia barca mentre pioveva forte ed il mare urlava di pazzia da giorni e giorni; lui voleva andarsene, ma dovette rimanere, mentre la sua storia di prima nessuno la sapeva.

La gente gli dava da mangiare, perché si pensava che un uomo che era stato portato dal mare andava rispettato altrimenti il mare si sarebbe arrabbiato molto e non avrebbe più permesso che la pesca fosse abbondante. E sopratutto lui arrivò dopo giorni di tempesta e portò il sole; questo era un buon segno.

Così Tonto, suo malgrado, visse a lungo nel paese e la sua occupazione era vagare fra le stradine, le mura e lungo la spiaggia, senza dire mai una parola, con lo sguardo grigio come il mare quando è inverno, dormendo nelle case quando la sera scendeva, vicino ai focolari, sui giacigli preparati per lui, indifferente alla gente che invece lo accoglieva e lo riteneva una specie di santo, forse anche un po’ martire, visto che aveva sempre il petto insanguinato, o comunque un uomo magico anche se a tutti pareva decisamente tonto. Ma i santi non vano giudicati, questo lo si sa.

Un giorno di primavera Tonto andò sulla spiaggia, si sedette in mezzo alle onde a guardare l’alba come faceva spesso e intanto cercava, cercava con la mano; poi vide il sole nascere e gli occhi si colorarono un po’ di rosa e le sue dita si fecero improvvisamente forti, così forti come non le aveva mai sentite. Quando il sole fu una sfera perfetta l’osso dello sterno cedette con un rumore secco e imprivviso, come di un ramo secco che si spezza; le sue dita entrarono nella carne e trovarono il punto esatto, quel pezzo che lo facevo impazziredi dolore e lo tolsero di lì, in un brevissimo e feroce atto deciso, se ne liberò.

Il sangue macchiò la sabbia e l’acqua, il sole si alzò e illuminò gli occhi grigi e ormai spenti; poi il mare si allargò e si alzò un po’, poi ancora un po’ e lavò via il sangue, sollevò il corpo di Tonto e se lo riprese, per portarlo lontano.

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37 pensieri su “Più sotto, più dentro

  1. Quale atroce disperazione lo ha portato a togliersi il cuore dal petto? Sono curiosa…
    Mi piace molto come rendi le descrizioni e le caratterizzazioni dei personaggi. Ciao, buona serata 🙂

    1. …non si può sapere che cosa gli è accaduto prima di arrivare lì, perché lui non disse mai nulla da quando arrivò nel paese. Comunque, se posso azzardare un’ipotesi, probabilmente c’è di mezzo un’altra vita, completamente diversa da quella che condusse l’… forse addirittura c’è di mezzo un altro mondo, al di là del mare. Dico forse. I personaggi sono veri, non sono inventati. Anzi, ogni riferimento a persone o cose non è per niente casuale. 😛

  2. Si, scaviamo sempre nella mente, per estirpare le nostre sofferenze che vengono dal cuore. Ma non sappiamo come scavare nel cuore, e le mani, forse, non bastano. Bellissimo, grazie.

  3. Trovo emozionante questa interdipendenza tra: “Occhio, mente e cuore”.
    L’occhio focalizza l’immagine e la trasmette alla mente, la mente elabora l’immagine e la trasmette al cuore (cuore simbolico, la sede delle emozioni, che fa agire). Chissà cosa avrà visto o lasciato al di là dell’orizzonte… da dove era venuto spingendolo a ritornare con forte desiderio… boh!!!
    L’occasione mi è gradita per porgerLe i miei affettuosi saluti, Edo

    1. Gentile Edo, lei si emoziona per dinamiche che son di tutti e che forse si potrebbero banalmente definire emozioni? Fa bene. Non credo lui sia tornato da dov’era venuto; penso sia andato altrove, più precisamente non saprei dirle.
      Non si sa da dove venuiva e non si sa dove è andato, esattamente come accade a tutti noi. 🙂 Una cosa è però certa: mentre è rimasto, ha sofferto, molto.
      Cordialità
      Stile

    1. 🙂 Scassa, scassa, che nel mucchio di parole io poi sistemo, se le vedo. Ma di solito le vedo due o tre giorni dopo. :PO magari mai, perché nel mio cervello è proprio così che vogliono essere… per dirti come sto messa.

      1. Ahahahahahahah ok, allora il problema non è di parole ripetute ma di concetti. E ti passo una “impressione” che mi viene dal dietro del cervello. Ho la sensazione che hai ripetuto più volte il fatto che fosse arrivato. Tonto, dico. Ma in un modo che non richiama un artificio retorico/dialettico, ecco era questa l’impressione, e da qui l’idea che ci fosse una ripetizione (più d’una in realtà, perché mi pare che questa cosa dell’arrivo ci fosse un paio di volte dopo la prima).
        Per il resto però bello stile, scorrevole e ricco nelle descrizioni. Con l’attenzione a piccoli particolari che completano il quadro generale. Un po’ come guardare un Caravaggio, dove guardi innanzitutto la scena ma poi inizi a guardare questo e quel particolare perché sono particolari che hanno un peso specifico elevato nel dipinto, se solo ti ci soffermi un attimo. Non so se riesco a spiegarmi…

        1. Ti sei spiegatissimo! 🙂 Sto fatto che è arrivato più volte, mi sa che hai ragione, forse sta scritto più volte, come se la storia avesse più inizi, ma sempre lo stesso e invece magari, sicuramente ne bastava uno solo. 😀
          Non so metterci mano, adesso. Forse lo farò un giorno, quando la sensazione centrale sarà sbollita. Paragonarmi a un Caravaggio è stata fra le cose più belle che mi sia sentita dire negli ultimi quarant’anni, credo. 😀

          1. Sai qual è il vero problema, tra i millemila che ha questo sciagurato paese? Che esistono più scrittori che lettori, e che se scrivi in italiano scrivi solo per l’Italia, dove per l’appunto non legge nessuno.
            E il paragone con Caravaggio era voluto, trovo realmente che tu abbia uno stile di quel tipo, dove si prende il senso generale ma poi ci sono dei particolari che catturano l’attenzione. E non è manierismo, è questo che mi colpisce. E tendo a essere sincero di solito, senza esagerare con i complimenti ma se mi piace lo dico 🙂

            1. A maggior ragione mi fa immenso piacere. Se io sapessi scrivere in inglese, avrei un po’ il senso di tradire ciò che sono, ma mi rendo conto che forse, visto come stanno le cose, è un po’ una cazzata questa. Ma il problema non si pone, perché io non so scrivere in inglese e manco lo so parlare, purtroppo. Scrivere è terapeutico per me, perché se non avessi un modo per dire, scoppierei senz’altro. E invece preferisco vivere.

            1. NO, mi lusinga il fatto che tu lo abbia riletto. Non era un test. Non faccio giochetti. 🙂 Potrei, ma mi annoiano, specie con chi non se li merita proprio. Ho provato a togliere “era arrivato” e l’ho trovato scritto almeno 4 volte… dava fastidio, effettivamente. E ho trovato altre cose che mi infastidiscono, ma ormai questo pezzo è nato così, un po’ confuso e ciccia. 🙂 Mi scuso con gli animi letterariamente sensibili.

              1. Ahahahahahahahah “letterariamente sensibile” è qualcosa che veramente non si attaglia alla mia persona! Ho imparato, purtroppo tardi, ad ascoltare la mia parte emozionale, e a non fidarmi della critica, facendomi un’idea estremamente personale, a 360° nel campo artistico. Se un dipinto mi emoziona, mi emoziona. Se non mi emoziona, non mi piace. Idem per la scrittura. Era questo che tentavo maldestramente di spiegare… Comunque credo che ci capiamo più di quanto non appaia. 😉

  4. Forse, finalmente, ha trovato la pace, Tonto, e, forse avrà anche ritrovato la via di casa. Di sicuro ha portato il sole nel paese. E’ sempre scritto che ci vuole un uomo pronto al sacrificio per donare luce ad un paese, e spesso è considerato un tonto.

  5. Tonto. Perché uno che soffre lo si tratta come uno scemo, uno sconsiderato, nel migliore dei casi come un ubriaco. La scrittura è nitida e partecipe e mi pare che quelle ripetizioni di cui si parlava più su rafforzassero un aspetto importante del racconto, l’arrivare come rivelazione, come epifania della sofferenza che riesce a generare compassione (negli ultimi fra l’altro, quelli che hanno dimestichezza con la morte, i ragazzini sono crudeli perché sono i più lontani dalla morte) in un paese di anime grigie. Per non parlare dell’arrivare dal mare, che è nutrimento e terrore, che può portare e strappare. Brava, molto intenso.

    1. Chi soffre in maniera evidente è fastidioso, perchè è uno specchio scomodo e sgradevole e fa paura, innesca una forma di timore che però si può tramutare in venerazione. Lo sanno bene quelli che hanno fatto del dolore il mezzo per elezione per sconfiggere la morte. Se soffri vivrai in eterno, perchè verrai ripagato in un’altra vita. La sofferenza come mezzo per riscattarsi da una vita infelice non viene però riconosciuta quando la paura innesca il pregiudizio, il terrore della follia. La follia si preferisce ignorarla e quando è necessario, tramutarla in qualche cosa di diverso: in santità, ad esempio. E’ una forma di difesa che diventa necessaria quando la paura inculcata o innata non è controllabile in altro modo. E per di più la santità è utile alla causa. I bambini sono privi delle molte paure che gli verranno insegnate dagli adulti mentre crescono e finché ne sono immuni, non c’è sofferenza che li spaventi, perchè non ne sono consapevoli. Se è vero quello che dici, Jihan, ovvero che i bambini sono quelli più lontani dalla morte, allora mi viene da dire che la morte (la paura della morte) gliela insegnano gli adulti; e così crescono e in molti casi quella crudeltà non svanisce, tutt’altro, ma imparano a diventare crudeli in un modo meno evidente, più “educato e corretto”.

  6. harleyquinn86 ha detto:

    L’ha ribloggato su -Referto Psichiatrico di una farfalla impazzita e ha commentato:
    Non so se la sofferenza di Tonto abbia qualcosa in comune con la mia o se quello che lui cerca nel suo petto siano le stesse cose che io cerco nella mia testa, ma “più sotto, più dentro” sono le parole che mi hanno angosciato e tormentato nelle mie “disperazioni”.
    Tanta sensibilità fatta poesia…

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