Scena madre, ultimo atto

Sollevandosi appena e a forza, con grande sforzo, così, appoggiata al gomito e al di sopra delle parti si accasciò sul copione e si accinse a dirigere l’ultimo atto con lo sguardo che spaziava sul ripiano di caratteri in prospettiva, troppo vicini alla pupilla, quasi a sfiorare il bulbo e per nulla a fuoco.

“Su, su! Sollevate il marchingegno, fate leva!!”

Un sole blu si gonfiò come onda d’acqua sullo sfondo e la scenografia si fece liquida e inquietante, quasi sferica e come un fungo malefico pronto ad asplodere riempì l’aria e forse esplose davvero, quasi certamente saturando l’ignoto con le sue spore tossiche.

“Buio in sala, prego!”

Il mimo si stagliò nero con i guanti neri e anallergici sullo sfondo nero e asettico e fece il suo numero con una maestrìa che chiunque gli avrebbe riconosciuto, se solo si fosse visto, ma che per mancanza di contrasto passò inosservata. Tuttavia c’è da dire che ce la mise tutta e fu un successo, seppur condiviso fra pochi intimi che ebbero la fortuna di vederlo di profilo; il riconoscimento gli venne da pochi ma affidabili addetti ai lavori.

Sacchi di sabbia salivano ad aprire il sipario, sacchi di sabbia scendevano ad aprire il sipario e non c’era verso; a sipario aperto solo all’ultimo atto si riusciva a chiuderlo, quasi fosse una maledizione, o un incepparsi dei marchingengni, o delle manovelle, o delle carrucole poco e male oliate.

Venne l’alluvione ed i sacchi di sabbia non bastarono a salvare il sipario ed il salvabile; “Tutto andò a puttane!” venne detto da quelli che si ritirarono sulla collina, dove il bordello fu l’unico edificio che rimase all’asciutto. Nessuno si scosse, ma nessuno nemmeno si riebbe ed il buio copriva oscuro e sovrano le scene furbe, acquattate, malefiche e dispettose, umide di assi ammuffite e di battute assiepate negli angoli dalle lampadine spente ormai da anni, forse da secoli; nessuno tenne il conto.

La compagnia si sciolse come sale in acqua.

Vi fu un lungo incedere e galleggiare di maschere smorte, di costumi a cadere e sarti pignoli, nani e mangiatori di piante d’interni. Era fatto così il palcoscenico sotto l’eclissi di sole cobalto e non ci si poteva fare nulla, se non sedersi in platea, da soli, a mani incrociate sul ventre a stare a guardare, con la testa un po’ reclinata ed il lobo a sfiorare il bavero, mentre i caratteri arial e comic sans scendevano sulle altalene di ragnatele; dive di varietà senza musica, appese alle dimensioni infinite, ai vetri fluidi delle quarte pareti.

Ed il colpo di scena sgretolava e frantumava e rovinava al suolo, sollevando vecchia polvere che provava a recitare la parte della giovin donzella con la pelle troppo molle.

All’ultimo atto, come da copione, qualcosa andò storto ed il filo delle altalene un po’ cedeva e c’era il lato comico, quello che entrava con grancassa senza pelle e spandeva fracasso muto come un cerchio vuoto; poi ci provava lo sfavillare del manto smunto di testi frantumati sulle tavole impregnate di caverne tarlate e imbevute di sudore antico, mineralizzato, ruvido, fossile, ma comunque di successo. Niente, il vero successo lo ebbe il grande fiasco, anche quello ormai vuoto, prosciugato dai soliti goderecci e goliardici di passaggio.

I topi ci avevan preso gusto a rosicchiare i fili collegati al quadro centrale e le scintille penzolanti dai fili tranciati saturavano lo sfondo di lampi e temporali; oltre le finestre dipinte si aspettava la scena madre, dove l’assassino alza il pugnale e colpisce e colpisce e colpisce ancora e ancora e ancora… e ancora e ancora, esagerando un po’ e infierendo su un cadavere invisibile, come le ombre invisibili, in un giallo buio e invisibile, quasi nero, probabilmente mai scritto, mai letto e quindi mai messo in scena.

Ma la scena madre era sposata con un pirla misogino e aveva un mucchio da fare e da portare i figli al nido; alla fine non si fece vedere, uscendo fuori campo indifferente alla Grande Arte, alle responsabilità date dal ruolo, dall’essere il fulcro di una rappresentazione ignorata, lasciata a se stessa e poi scorrere via, come un rivolo di melma coagulato appena, come nulla fosse, tumulata nella fossa dell’orchestra vuota, invisibile alle prime e alle seconde e terze donne, ed alle prime file, ai mattatori accecati dal buio.

Lei, la scena madre, spenta a se stessa, ed effettivamente invisibile fino alla fine, quando i sacchi si staccarono e cadde il sipario a terra, lasciandola al centro della scena, sola e nuda.

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Scena madre, ultimo atto

84 pensieri su “Scena madre, ultimo atto

  1. Le grandi donne, come la scena madre, sanno uscire dalla scena in silenzio, senza alzare la polvere (fuoriuscita dai sacchi), e sanno camminare al buio, perché la luce è nei loro occhi. e tu vedi oltre, sempre. con inchino 😉

          1. blogandrealiberati ha detto:

            L’inquietudine stimola il racconto e non è riconosciuto come un cavallo di troia dall’ antivirus del tuo pc … non temere… e fatti un’ amatriciana …

            1. Tu conosci il mio antivirus? Gli potresti spiegare che non fdovrebbe bloccarmi sempre tutto tutto?
              L’amatriciana, eh? Me la farei volentieri, ma sono a dieta e così mi faccio il risotto con la zucca, che non è la stessa cosa, mi rendo conto, ma compensa abbastanza.

  2. Dopo questa lettura La informo che ho intenzione di diventare ufficialmente Sua fan certificata: Le invierò in giornata la documentazione necessaria. Non sono necessarie, da parte Sua, strenne natalizie, a parte un Suo post doppio in concomitanza della festività 🙂

    1. Le comunico che sto approntando un post per le festività in modo tale da non deludere le Sue aspettative di fan, perché non vorrei trovarmi alla vigilia con i compiti ancora da fare! 😦

      1. Lei non può deludere: come ben sa, ho esperienza sul campo di fan con scrittori (o sedicenti tali), dal carattere complesso e scontroso…Lei sarà una passeggiata di salute 😉

                    1. Senta, io porto una cassa intera, e non se ne parla più. Noi si scende, ci si ferma, si guarda il panorama, sotto un cielo stellato, e si brinda alla vita 😀

                    2. Pensavo di domandare un passaggio sull’elicottero privato di qualche scrittore famoso di cui faccio turni di fan (qualche vantaggio si deve avere, no?). O dice che così è troppo facile?

                    3. NOn ci sono scrittori con l’elicottero. Gli scrittori, i pittori ed i poeti hanno d’essere squattrinati, arrancare a piedi e soffrire il mondo; altrimenti vuol dire che non scrivono davvero i libri, ma se li fanno scrivere da chi soffre al posto loro. E io confido nel fatto che tu non sei fan di chi si fa scrivere i libri, ma di chi li scrive davvero. Neh?

                    4. Mi butto in ginocchio sui ceci e confesso che ho fatto una sostituzione, solo una volta, per una fan di Federico Moccia perché doveva portare il figlio a nuoto…ma è successo solo una volta, ok?

                    5. Ok, ok… se proprio fosti costretta… Certo però, per uno come Moccia… ci vorrebbe un’espiazione con tanto di flagello e cilicio, ma non vorrei tu pensassi che ho dei pregiudizi.

                    6. No, la penso così pure io. Infatti, per espiare mi sono chiusa in camera a Ferragosto, senza ventilatore, e mi sono letta d’un fiato l’Ulisse di James Joyce, in lingua originale e senza appendice di spiegazioni.

                    7. Lei ha una sua profondità squisitamente filosofica che apprezzo quanto la sua ironia. Pronta a brindare e filosofeggiare quando vuole!

                    8. Io sto qui; sono anni che dall’eremo non mi schiodo! Per forza che poi una filosofeggia! Ma effettivamente, forse sta cosa un po’ ce l’avevo da prima, altrimenti non si spiegherebbe l’eremo. Lei ha còlto il mio punto debole, che in realtà son due. Prost!

                    9. Se non si schioda dall’eremo, tocca proprio che sia io a muovermi. Ci daremo del tu, filosofeggeremo sul tasso alcoolico e ci scambieremo i punti deboli.
                      Cheers!

                    10. Signora Bakaneko, se lei permette avrei da dire una cosa: preferirei tenermi i miei punti deboli, che ci ho messo anni a capirli e se mi metto a fare a cambio non completo più l’album, lei so che saprà capire; abbia pazienza.

                    11. Lei ha ragione: speravo che avesse qualche doppione, perché ci terrei anch’io a completare l’album. Io ho dose doppia di mancanza d’autostima e di pessimismo. Se le dovessero servire, dica pure, che faccio una posta celere.

                    12. Hmmm… siam messe malaccio, mia cara, che io ne ho accumulate almeno una dozzina dell’uno e una dozzina dell’altra di quelle lì che cita. 😦

                    13. E allora le faccio recapitare l’album dei punti forti: le garantisco che ci impiegherà un attimo a completarlo, il tempo di bere un ultimo bicchiere alla nostra salute, sul monte, sotto un cielo stellato.

            1. Tacco 25,5, mi raccomando, scarpe laccate, non zeppate… sono la parte che si nota di più quando si gira la scatola sul palco… la faccia non la guarda mai nessuno.

            1. …per non parlare dell’umore, che non ne vuol sapre di salire, almeno un po’, qualche cm, se non proprio qualche metro; immobile, come un luccio in catalessi sul fondo di un lago buio…

                1. Ah ecco… quel Franchino! Non me lo ricordavo mica… tremenda lacuna la mia. Sei decisamente più giù di me, sì! Mi spiace sai? Perchè se si è giù in due non c’è uno dei due che tira su l’altro… anche se questo video ammetto che mi ha fatto ridere.

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