Ingombrante

Era una presenza ingombrante, molto ingombrante, tanto ingombrante che quando entrava in una stanza saturava l’aria e ogni pulviscolo di polvere, ogni particella aerea si scostava, creando una specie di assembramento assiepato alle pareti e, se possibile, una fuga repentina dalle finestre o da qualsiasi via d’uscita possibile.
Era una presenza ingombrante, lui, il Capo degli Eletti e lo sapeva; era per questo che lui era diventato Capo, mica perché aveva talento, o fiuto o una qualsiasi capacità di interazione o di relazione, intuitiva o altro.
Lui era il capo perché era una presenza ingombrante, lo era sempre stato, fin dai tempi della sua gestazione, quando era contenuto in un grembo materno esageratamente enorme che fin dai primi mesi non vedeva l’ora di liberarsene.
La madre lo partorì in un bagno di una casa popolare e si rese conto che per lei non c’era spazio nella vita di quel figlio così esageratamente presente e infatti lo abbandonò in una busta della spesa sulla panchina della metro; lo trovò un barbone pazzo, di quelli convinti che nel mondo c’è spazio per tutti, l’unico cioè che avrebbe potuto accettare un essere che pretendeva di imporre una presenza tanto esagerata a tutte le altre presenze viventi che invece si sapevano accontentare di molto meno.
Il vecchio pazzo lo allevò e nessuno si chiese mai che ci facesse un barbone pazzo con un bambino di pochi mesi in braccio, perché quel bambino risultava problematicamente ingombrante al solo vederlo, e nessuno ne voleva sapere, nessuno voleva chiedere, nessuno si avvicinava per il semplice fatto che la sensazione netta che si provava era che “non c’era posto”, no davvero, per nessuno se non per lui che ingombrava e saturava tutto, coscienze comprese.
Il vecchio pazzo morì abbracciato alla sua bottiglia in una notte di novembre; morì di freddo, perché stordito e stanco si era dimenticato di portare le ossa vicino al fuoco.
Quando il vecchio morì il Capo degli eletti aveva otto anni e da allora visse solo e pensava solo, mangiava solo, osservava il mondo da solo, perché lui occupava uno spazio inzuppato di una strana luce, scomoda, esagerata, satura e invisibile, ma colma di un’energia sfibrante per chiunque vi entrasse in contatto, sollevando ombre spaventose.
Era come se lui divorasse le energie circostanti nello spazio di almeno otto metri. Il rifiuto innescato da una forma atavica di preservazione inconscia e apparentemente inspiegabile faceva in modo che si creasse uno spazio assoluto e inavalicabile tutt’attorno al Capo degli Eletti; lui non lo sapeva e pensava che quella era la condizione ordinaria, un dato di fatto, perché per lui era sempre stato così, e non c’era nemmeno da pensarci, non c’era da dire nulla, da chiedersi nulla.
Il Capo degli Eletti non lo sapeva di essere una persona ingombrante. La sua vita era la strada e da quando il vecchio morì non aveva condiviso nulla con nessuno, mai, e viveva nella baracca di lamiera vicino al vecchio ponte, da solo, da anni.
Non sapeva di essere ingombrante, finché un giorno, a undici anni, decise di fare il grande salto: entrò in un caffè a chiedere l’elemosina. Il vecchio gli aveva sempre proibito di entrare nei luoghi chiusi, perchè diceva che non bisognava inimicarsi il quartiere, diceva che si deve chiedere e non pretendere, perché quando cominci a pretendere la gente ti prende a calci e non sgancia nemmeno mezzo centesimo.
Lui aveva ubbidito, fino a quel giorno, quando il freddo si fece più feroce e cominciò a mordergli la carne, un po’ dappertutto e lui non seppe più sopportare.
Le strade erano deserte e lui non mangiava da almeno due giorni; doveva trovare il modo di racimolare qualcosa.
Entrò nel caffè pieno di gente, di voci, di rumori di posate, piatti e sedie che venivano spostate per far posto, per alzarsi, per sedersi.
C’era un bel caldo, lì. C’era odore di cibo, di buono.
Appena la porta si chiuse alle spalle del Capo degli Eletti tutti si voltarono a guardare, tutti si zittirono.
Da dietro il bancone il barista rimase immobile a fissare quell’essere assurdamente, insistentemente, esageratamente presente.
Allora lui sorrise, li guardò ad uno a uno, dritto negli occhi, come per volerci entrare dentro in quegli sguardi spaventati, come per cercare di capire quanto erano disposti a dargli perché si levasse di torno.
Si tolse il berretto, lo rigirò fra le mani e poi cominciò a girare fra i tavoli, con il berretto proteso con entrambe le mani, fermandosi di tanto in tanto per fissare i clienti ad uno ad uno e ognuno, ritraendosi sgomento, si affrettava a cercare qualche moneta nelle tasche o nel portafogli, o nelle borse dove le signore rovistavano in fretta facendo tintinnare chiavi e spiccioli.
Nessuno fiatò, nessuno si mosse.
Il berretto si riempì magicamente e quando lui ebbe finito il giro si diresse lentamente verso la porta da dove era entrato, si girò verso i presenti e con un inchino sorrise. “Grazie molte” disse.
Ed uscì, incredulo, con un bottino come non ne aveva mai racimolti nemmeno in due settimane sui marciapiedi.
Quando il capo degli eletti liberò il locale un sospiro di sollievo generale si levò dagli animi dei presenti, di tutti i presenti e a tutti sembrò di ricominciare a respirare di nuovo dopo interminabili minuti di apnea.
Fu quella la prima volta e poi ce ne furono molte altre e lui divenne il Capo degli Eletti, perchè la voce si sparse e vi fu chi spinto dalla fame si avvicinò a lui per chiedere, per avere aiuto. Lui si sorprese, all’inizio, ma poi capì. Nessuno lo voleva avvicinare, ma molti, spinti dalle contingenze avevano bisogno di avvicinarlo. Trovò tutto questo naturale e non se ne risentì mai, per nulla. Lui conosceva la fame e capì di essere ingombrante, finalmente. Non negò mai aiuto, si abituò al via vai e cominciò ad abituarsi anche al rispetto dei disperati e morti di fame, quelli che un giorno sentì chiamare “gli Eletti” da un prete di provincia che aveva l’abitudine di predicare per le vie del porto, solitamente più sbronzo di tutti quelli che lo stavano ad ascoltare.
Allora anche lui che aveva bisogno di dare una definizione a quello che gli stava succedendo, cominciò a chiamare tutta quella gente che gli si rivolgeva per chiedere, “gli Eletti”.
Cominciò a capire che altri pensano da soli, che altri hanno fame e cercano cibo e che altri, molti altri, non sanno fare quello che sapeva fare lui quando entrava in un locale.
Ebbe l’accortezza di non entrare mai due volte nello stesso locale, perché capiva che la tensione che lui creava poteva rivoltarglisi contro; prese così l’abitudine di spostarsi da una città all’altra, di viaggiare, di occupare carrozze dei treni, delle metro.
Di città in città divenne il Capo degli Eletti, lui che era nato occupando troppo spazio, in un mondo che per lui non ne aveva a sufficienza e che forse, nessun mondo abitato da umani, ne avrebbe avuto mai a sufficienza.

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52 pensieri su “Ingombrante

          1. Perché ? Ogni tanto ciascuno di noi ha ragione ..da vendere! 🙂 e’ la diversità’ che ci arricchisce quando positiva e se negativa beh…dovrebbe farlo lo stesso mostrando il lato oscuro Dell umana e buona e serena convivenza…della serie guardate cosa può’ accader vi se vi adeguate al basso!

  1. Effimera ha detto:

    Trovo molto vicino intimamente quel non entrare due volte nello stesso locale. Lo comprendo, è la sensazione dell’estraneità, del disagio, del volere restare anonimi.

  2. Esimia stileminimo, bentornata in codesto loco di scrittura che ti ha fatto procreare un nuovo personaggio originale, sapientemente tratteggiato dalla tua bravura. Grazie, mi sei mancata 🙂

      1. tu puoi andare e venire come ti pare: casa mia è a tua disposizione, anche se, credo, viste le temperature demoniache, si sta meglio sull’eremo, filosofeggiando al fresco e guardando la calura dall’alto.

            1. dipende… a volte le idee si ingarbugliano e vanno in cerca di altre idee e non si riesce mai a trovare il bandolo… e si suda parecchio pure a filosofeggiare, seppur non è che faccia male, per niente!

              1. tu filosofeggi con maggior impegno, io metto le idee in cerchio intorno al fuoco di notte, come al campeggio, e le ascolto raccontare storie inventate e anche no…perciò non è più filosofeggiare, io credo, e non so se faccia male o bene, ma la mia testa calda è indisciplinata come le idee che produce!

                1. Ma no! Quello che fai tu è “immaginare”, che più o meno è quello che fanno i filosofi quando cercano di darsi delle risposte ponendosi un mucchio di domande che a loro volta danno luogo ad altre risposte che inevitabilmente obbligano a porsi altre domande. Il tuo metodo è divertente; lo faccio spesso anch’io, così, quando ho bisogno che la testa smetta di ragionare con troppi paletti. L’immaginazione libera è più efficace di mille metodi, perché lascia spazio all’intuito che, spesso, da più risposte lui di mille seghe mentali. Le seghe mentali son quelle che gira e rigira ti riportano sempre allo stesso punto di partenza, ovvero da nessuna parte.

                  1. son qui che tento di scrivere e leggo questa tua riflessione. Mi fermo a riprendere fiato per aver letto senza curarmi della punteggiatura e dico: ma mi sei mancata davvero! Le tue osservazioni sono quieti squarci profondi che mi fanno annuire con la testa mentre approvo col sorriso.

                    1. …c’ho lo squarcio facile, Bak. E’ un periodo così, un po’ forroso… ma ne esco, forse… ne esco. A questo fatto che ti sono mancata poi, ci devo pensare, per rendermi conto che mi fa bene e che è reciproco, presumo. Grazie!

                    2. Strano periodo davvero, ognuna per le sue faccende. Ho scoperto che il mondo vero e quello virtuale sono popolati da maschere e poca autenticità, laddove avevo accordato fiducia. Ti percepisco vera, e per questo e per ciò che dici, apprezzo. Grazie a te!

                    3. Non mi interessa molto essere falsamente presente; faccio già molta fatica a capire chi e cosa sono, se poi mi metto pure a interpretare le parti, ciao! Pirandello mi sosterrebbe, ne son certa… tuttavia è per questo che mi proteggo. Ho molti nomi, ma solo perché mi fanno sentire più libera di cercarmi per quella che sono. Funziona. 😛

                    4. Il mio amorissimo cazzuto e dolcissimo dal baffo bianco ti saluta con un gron gron mieaaaaooo e una zampata assestata con convinzione, ma senza artigli sul tuo naso, come sa fare lui. E tutto ciò è assolutamente importante, dici bene, assolutamente.

                    5. la mia panciuta e poco cazzuta felina ricambia nascondendosi sotto il letto, essendo codarda anzichennò ma pronta a rivedere il proprio giudizio, a differenza di noi bipedi che ci crediamo sempre portatori di grandi verità.

                    6. …ci son bipedi che sapendo che non esistono verità se non quella che attesta che non ne conosciamo se non molte e tutte opinabili, si sentono spersi e codardi e a volte arrivano a provare sincera ammirazione per i felini che all’occorrenza si sanno vigliaccamente e saggiamente nasconodere sotto al letto. Mi piacerebbe seguire l’esempio, ma non so se ci entro. Un tempo ci entravo comodamente. Presumo sia da queste cose che una capisce che sta invecchiando, forse.

                    7. Forse i quadrupedi, felini nella fattispecie, sanno che non esistono verità, anzi, per loro è il segreto di pulcinella e si stupiscono nel vederci arroccare in posizioni assolute che li fanno ridere sotto le vibrisse. E noi si invecchia e non si sa più dove andare a nasconderci!

                    8. sì, sì, ci stiamo dentro in queste verità, a dire il vero, ma non sono poi così certa di dire sempre il vero, ma questa volta sì, veramente…

                    9. anche a me, ma dammi il conforto della tua esperienza gattifera: anche il tuo quadrupede si mangia le vibrisse caduche? Il mio lo fa e si strafoga, lo stolto!

                    10. Teoria: non trattandosi di umani, ma di felini, non trattasi di stoltezza; è amore incondizionato per tutto ciò che concerne il loro felinissimo personale; soffrono terribilmente nel momento del distacco e quindi una pulsione atavica li spinge a riappropriarsi del pezzo perduto, anche se questo significa strafogarsi. Detto questo non posso dire di aver mai assistito personalmente a tale interessantissimo fenomeno, ammetto.

                    11. Lo dico sempre che il confronto porta all’arricchimento del proprio bagaglio culturale! Il fenomeno dell’auto-ingollamento non è supportato, ahimè, da folta casistica e potrebbe trattarsi, dunque, di fenomeno random e di quadrupede, purtroppo, stolto…ma pucciosissimo!

                    12. La stoltezza del felino non è contemplata nei manuali; se sei coinquilina di tale fenomeno dovresti farlo presente ai luuminari come caso anomalo e assolutamente raro, nonché provare un certo orgoglio.

                    13. Mi consultai e il responso fu che trattasi di rarissimo esemplare affetto da straripamento di pucciosità, i cui sintomi possono erroneamente essere confusi con quelli della stoltaggine acuta, ma che quest’ultima non è prerogativa felina ma esclusivamente umana. Perciò, con orgoglio confermo che il mio gatto ingurgita vibrisse in quanto sue!

  3. eppure ti dico che mi ricorda qualcuno…mah. tu hai eleganza da vendere e questo si sa, senza esternazione, eppure con forza indefinibile squarci il silenzio e le tue parole arrivano forti. stammibene

  4. harleyquinn86 ha detto:

    Percepiamo come insopportabilmente ingombranti tutte le realtà di cui non vorremmo mai prendere coscienza, perché intaccherebbero l’illusione che tutto vada bene, ci farebbero sentire colpevoli e in dovere di agire, di prendere un’iniziativa controcorrente (troppo faticoso, troppo rischioso, troppo “folle”). E siamo noi ingombranti quando, in un momento di tristezza, di lutto, non riusciamo a fingere il sorriso e la perfetta integrità psichica richiesti per essere accettati socialmente.
    La sensazione dell’ingombro arriva chiara e forte al lettore. Bellissimo!

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