OZIO

Una pila di fondi di bottiglia precaria sotto il sole e sullo sfondo la spiaggia bianca, il cielo velato di foschia, l’acqua che delinea l’orizzonte accecante, vibrante.

Silenzio e vento caldo, stracci che si muovono nel colore ocra tigrato d’azzurro, nero, squarci rossi e scuri.

Passi pesanti e lenti che affondano nelle sabbie fino alla battigia piatta, perfetta ed il deserto dei cespugli di ginestre sulle rocce lì in fondo, le pale dei fichi d’india striati di giallo sulle punte, i grossi massi neri e levigati a fare da corona alla terra corteggiata dal mare dolce.

Non ci sono, non sono qui, sono invisibile, sono la sensazione di farne parte, niente più.

Mi sento il caldo sulla schiena, sui polpacci, secco e amico che mi arriva dentro fino ad asciugarmi nel profondo, liberarmi e lasciarmi evaporare, riconoscermi più scura, come sono, come dovrei essere.

Avevo gli occhi neri un tempo, me lo ricordo e me ne stavo sulle verande a pulire i fagioli, con il grembiule largo, le mani grinzose e leste, la voce roca e sdentata che cantava parole tristi con molte vocali da tenere lunghe e meste.

Il cane bianco camminava con la testa bassa, me lo ricordo, a cercare lento il suo posto, poi si fermava, rimaneva immobile qualche secondo con le zampe piantate a terra e con un lieve tonfo si lasciava cadere nella polvere, con il muso all’ombra delle foglie di una pianta di limone; cicale, erba stopposa, radici secolari, terre rosse, fiori meravigliosi, succosi di veleni mortali.

La catena inutile dagli anelli enormi e dal colore della ruggine immersa nell’acqua salata, splendida e terrificante, avvolta sul niente ad imprigionare il tempo.

E’ l’immobilità delle dimensioni che s’insediano nelle immagini e che mi restituiscono brandelli di altrove a rendere gustoso l’ozio breve e raro, cercato, inseguito e mai veramente posseduto. Ne corteggio i brandelli di vestito che si lascia cadere di dosso quelle poche volte che passa di qui; lo inseguo con lo sguardo mentre il sole mi ferisce gli occhi e lui si allontana e ancora una volta sparisce.

Era nudo alla fine e perfetto, penso, distante come gli attimi che davvero ci vengono da dentro e che nel momento in cui nascono già non ci appartengono più.

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30 pensieri su “OZIO

  1. ci sono parole messe insieme che anche se fossero, rimescolate e riscritte, toccherebbero sempre quel nervo emotivo, perché si sa, non sono le parole a emozionare, ma il pensiero che le usa.
    con ossequi!

    1. …tu dici, Germogliare? Le parole da sole, volendosi buttare sul poetico ma nemmeno poi tanto, sono come quei fiori che sbocciano troppo presto e che per quanto belli nessuno vede e poi sfioriscono; i fiori il più delle volte li si nota solo se sono in mezzo ad altri fiori e tu che di cromatismi te ne intendi, sai che ciò che attira l’occhio è l’armonia di colori. Le parole sono come i fiori e stanno bene e hanno più senso se sono con altri fiori. Le parole uniche esistono e come i fiori solitari sono bellissime, a volte, ma in pochi le capiscono. E allora per farsi capire si devono accompagnare.

  2. E io ti amo, quando filosofeggi pigramente tra cromatismi interiori e stracci di ricordi belli.
    Sempre con stima sincera, mia carissima Stileminimo 😀

            1. Abbi pazienza, bak, ma potresti per cortesia non prinunciare mai la parola “fatica” abbinandola all’ozio, perchè ne sono innamorata, di entrambe voglio dire, e mi cra un conflitto difficle da gestire metterle lì, vicine, in competizione quasi. Dovrebbero convivere inzuppate di armonica e tacita, complice intesa, invece; è così che dovrebbe essere perché la soddisfazione possa essere massima. La fatica porta alla soddisfazione… di poter poi oziare godendo degli effetti di entrambi. E’ il massimo, quando succede.

              1. Comincio a sospettare che ci abbiano separate da piccole: sono assertrice fervida dell’ozio come premio meritato dopo la fatica. Ammetto, però, di oziare immeritatamente, a volte. Meno soddisfacente, eppure non me ne sento in colpa, felinamente parlando!

                1. La mia più grande fatica, a suo tempo, fu debellare i sensi di colpa in tal senso; la mia più grande soddisfazione fu riuscirvi! Umanamente parlando, perché i felini, che son saggi e sornioni davvero, nemmeno sanno cos’è il senso di colpa.

                  1. Detesto il senso di colpa e credo profondamente nell’imparare dal proprio operato, senza cenere sul capo e ginocchia sui ceci. Umanamente parlando 😀

                    1. Sei dello stesso mio avviso, dunque! Ma non avevo dubbi! I ceci son buoni da mangiare e la cenere fa bene agli orti; questo è l’utilizzo che riconosco ad antrambi, mentre trovo raccapricciante l’utilizzo che mi hanno insegnato a farne a suo tempo. i ceci son cibo, la cenere è sostanza minerale ed è blasfemo conferire alle cose del mondo un significato che simboleggia porcherie come il senso di colpa ed il pentimento per fini manipolatori. Si fottano (con rispetto parlando)… il senso di colpa ed il pentimento!

                    2. E i manipolatori, pure, che pullulano e imperversano!
                      Potrei avere scritto io ciò che hai scritto, se non fosse che tu lo hai scritto meglio 🙂

                    3. No, è che a volte m’incazzo e sarebbe meglio di no, che non c’ho più l’età… e poi dico sconsideratezze e banalità. ma me ne frego abbastanza, con il solito rispetto parlando. Mi sto facendo prendere da una sorta di mania di onnipotenza fomentata dal tuo fare accondiscendente e compiacente, hai notato?

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