L’ingenua

Benvenuti, io sono l’ingenua.

Ho le ciglia lunghe e le guance rosse e un dito storto: l’indice.

Sono bamboccia di pezza scozzese e ho gli scacchi azzurri, tutti azzurri. Sono l’ingenua.

Mi prude l’occhio destro e mi fibrilla la palpebra sinistra, mi sollazzo, mi accuccio e stramazzo, ramazzo, e faccio ragionamenti del… dell’ultima ora, così, come rimpiazzo del … tempo che perdo.

Schiudo un orologio a cù cù e ci snido l’implume con il dito ritorto e storto; quello mi sfratta con una zampata da rapace scaltro, io cado, mi scompongo, rimpiango l’ermellino, sostengo a piene mani il gerundio e mi flagello e sfracello di rimando, con un pollice verso a darmi l’ultimo convegno, da sola, che son l’ingenua, son quella che spera sempre e ci crede e non dimentica la tregua.

Son l’ingenua consapevole e mi traccio una linea netta e marcata lungo il capello che ho appena spaccato in sei, ci faccio la treccia e la linea mi si affloscia. Mi dispero io? Macché!! Son l’ingenua, mica una bambola qualsiasi, mica una che si accascia!

La linea che s’affloscia che cos’è? Ma è logico, è un curva e la prendo con fiducia a treccentottantamila all’ora! Son l’ingenua, io ci credo, ed il codice mi investe, la strada è un posto duro, la curva non è più sicura e la lascio a frigger zeppole finché non svolta sull’altura; una scampagnata di ferraglia ritòrta, altro che sciagura!

Era meglio la linea retta, che almeno evitavo l’olmo, mi mettevo la cintura, guardavo all’orizzonte e sarei arrivata alla fine, all’infinito con le siepi ai lati, forse di gelsomino; ma io son l’ingenua e sento solo puzzo di petrolio, forse d’olio, forse di pneumatici sfatti, saltati, scoppiati, ovalizzati, mai cambiati.

Io ci credo (eh, son l’ingenua) che la gomma dura in eterno; ho fiducia, mi affido, mi confido, mi insufflo e mi gonfio.

Cado e mi frantumo.

Pezzi d’ingenua, tutti sparsi, tutti persi, tutti diversi. Son l’ingenua e io ci credo; son finita, son fottuta e sopraffina frangiata polpa spolpata di molle fonduta.

L’occhio che prude saluta, la palpebra che freme s’inchina.

Benvenuti, son l’ingenua, son bamboccia di pezza scozzese, scacchi azzurri, tutti azzurri e gambe di solido miele!

Son quella dalle corde tagliate, l’ingenua che ha lasciato il teatrino e si è fatta un giro nella canna del camino. Mi vedi, mi guardi? Non commiserarmi, che l’ingenua sono io; lascia che sfumi, lascia che beva l’illusione e poi lasciami svanire con il nero del fumo, imbellettata di fuliggine e disincanto; cinica, nera, stronza e cretina.

L’ingenua mutata in bastarda felina!

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L’ingenua

41 pensieri su “L’ingenua

  1. Benritrovata Stile!

    ….direi uno stile incalzante…molto raffinato: un gioco acrobatico di parole incredibili…..
    e per niente….. ingenue!
    Bravissima…davvero

    buona serata
    .marta

    1. Grazie, Massimo! Quando ti leggo mi vien da pensare spessimo sta cosa: “io a sta persona gli voglio molto bene!” Questo è un fatto! 😀 Meno male che i poeti esistono ancora! Meno male!

  2. Et voilà!!! Sul finale invece di inciampare, l’ingenua fa una doppia capriola e si rialza, mutata, accidenti che bel salto, la qualità innalza lo spessore… Tutte le comparse sono avvisate. Attenzione alle bambocce di pezza scozzese, possono stupirvi, sempre, e graffiare anche.
    Saluti!!!

  3. Che cadenza musicale, questa ingenua! Mi piacerebbe chiudere gli occhi e ascoltare una voce bella che reciti le parole come una canto.
    Ingenua redenta? Mi piace, la banalità non è di casa da queste parti!

      1. La possibilità del forse rende la bamboccia meno bamboccia e più baldanzosa. Mi domando: conosci codesta ingenua, o è frutto del tuo osservare (filosofeggiando) dall’eremo?

        1. Conosco codesta ingenua, o meglio, la riconosco a volte, quando torna perché vorrebbe essere ciò che non è più o quando vorrebbe non essere mai stata quel che è stata. A volte codesta ingenua se ne frega delle cornici e le sta bene quel che è e quel che è stato. Le serve fare il punto, a volte, e allora si compiace d’esser ingenua, di esserlo stata e di esserlo ancora, in parte, un po’, o molto. E gongola, la bamboccia baldanzosa! 😛

            1. Ma è un gongolare ridicolo, che si compiace di se stesso e all’ingenua lascia poco, ma fa niente… è bello che almeno qualcosa si compiaccia, se qualcuno non riesce a compiacersi.

              1. Un compiacersi che vive di vita propria, insomma, ma meglio che niente. Ridicolo mi piace, io sono bravissima a rendermi ridicola; tento di compiacermene, ma è magra consolazione.

                1. Il ridicolo è un’arte solo se è spontaneo, un talento innato, insomma. Io modestamente mi diletto abbastanza. La consolazione non mi appartiene, Back, perchè trovo che accontentarsi di qualche cosa in funzione di una carenza di qualcos’altro equivalga a sminuire le potenzialità che la vita ci mette a disposizione. Piuttosto che consolarmi continuo a struggermi pateticamente! 😀

                    1. Qualcuno con una maglietta ha svoltato… ma era molto meno cervellotica; una facciona gialla che ride è più geniale di chilate di dissertazioni, pare.

  4. E’ un pezzo, una pièce, magistrale, dalla lingua scoppiettante, che verrebbe voglia di sentire ben recitata da un’attrice fantoccio, con diettro immagini di auto che si schiantano sui muri o si incendiano fuoriuscendo da curve a mill’all’ora.

    1. Lo sfondo che proponi mi piace davvero moltissimo, Aitan; e che cos’è l’ingenuità se non il modo migliore per schiantarsi a mill’allora più e più volte?! 🙂 La fiducia profusa all’ennesima potenza! 😛

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