La via d’uscita

Mi chiamo Suade e sono una via d’uscita.

Mi trovo in un vicolo cieco, all’angolo di un vecchio edificio, in una lurida città dal selciato divelto, sgretolato, sconesso e lercio dove ogni tanto dorme chi si ferma a dormirci, solitamente troppo fatto o troppo ubriaco per rendersi conto che esisto.

Davanti a me, quando tira vento forte fra i palazzoni costruiti male, si fermano i cartoni di imballaggio dei grandi magazzini, poi arriva la pioggia e li bagna e si sente odore di colla; il cartone si appiccica al selciato lercio e diventa gommoso, scivoloso, viscido.

Allora arrivano i piccioni di primo mattino e ci cagano sopra, poi arriva il sole e il tutto si secca, catturando un po’ di polvere nera e fine che arriva dalla metropoli che pullula lì, dietro quell’angolo.

Qui ci vengono i gatti di notte, a pisciare sul cartone; prima uno, poi l’altro, poi un altro ancora e intanto miagolano forte, in calore, fuori di testa a rivendicare un territorio che personalmente troverei orrendo per tante effusioni amorose; ma loro, si sa, non son tipi da formalizzarsi tanto. C’è gran puzzo, ma io per fotuna non lo sento più; sono qui da sempre, sono l’unica via d’uscita e mi sento inutile: nessuno si è mai accorto che esisto. 

Ogni tanto mi appisolo un po’ e mi chiudo, per pochi secondi magari, però mi succede, specie nei pomeriggi d’estate, quando il trambusto lì dietro l’angolo sembra quietarsi e l’aria si fa immobile, sempre più fetida perchè il caldo solleva gli umori più malsani, ma quasi ferma.

Una volta qui ci passò un cane, annusò a lungo il piscio dei gatti gironzolando in circolo, con la coda sollevata ed il pelo chiaro e corto che gli si rizzava sul collo. Era un cane davvero brutto, magrissimo, con il naso rosa chiazzato di un color marroncino chiaro, come se non avesse annusato nient’altro che merda; niente di più probabile visto che veniva da lì, da dietro l’angolo, cioè. Ho pensato che doveva essere un gran bastardo, quel cane, per farla franca in mezzo a quel fetidume metropolitano. Aveva gli occhi da gran bastardo, infatti, ma con un qualche cosa di umano sul fondo, ma proprio in fondo; forse era la sua parte più bastarda.

Mi vide, il cane, e fu tentato, ma poi un gatto peloso miagolò un po’ più forte e lui, che era solo un povero cane con gli istinti bassi di un povero cane, girò la testa e si allontanò per cacciare il gatto. Peccato; sarebbe stato il primo cane. Lo avrei lasciato entrare in un gran prato verde pieno di conigli, dove avrebbe potuto correre e scavare e giocare, e trovare molta acqua fresca e cibo e dove avrebbe potuto dormire sotto le fronde fresche degli alberi. Lo avrei portato di là, dove vivere è un’attività degna.

E’ un peccato che nessuno giri l’angolo, che nemmeno i gatti, che sono esseri curiosi e furbi, mi si avvicinino e mi oltrepassino. Eppure sto qui da sempre e nessuno mi vede, nessuno mi vuole.

E’ un’attività piuttosto inutile la mia. Sono una via d’uscita, nessuno mi vede e non ho nemmeno un sindacato al quale far riferimento per le mie rimostranze. Non che mi possa lamentare d’altro, se non di perpetrata inattività, questo no… però mettetevi nei miei panni; una ad un certo punto si sta a chiedere che ci sta a fare, no?

Ecco che ricomincia il vento, i sacchetti di carta che si disperano nel vicolo cieco, il cielo sempre grigio che adesso si fa nero e ricomincia a piovere. Se fosse per me, in questo posto schifoso non ci rimarrei un secondo di più; chissà chi sono quei pazzi che l’hanno costruito e che magari si ostinano a viverci, senza nemmeno cercare mai una via d’uscita.

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La via d’uscita

77 pensieri su “La via d’uscita

  1. Stilesimia, leggere la tua prosa urbana, ricca di filosofeggiante verità, mi conferma quello che già so: converserei con te per ore, sul cocuzzolo del mondo, con boccia di grappa in una mano e gatto pucciosissimo nell’atra. Oppure anche in silenzio, per un po’, ad ascoltare la stessa nota.

    1. Ma lei sta lì, è sempre stata lì e nessuno la vede! E’ fra le cose visibili che appaiono invisibili perché non si guarda il mondo con gli occhi giusti. Lei non ha colpe… forse nessuno ne ha.

            1. Il grappinon non è la sola possibilità: ci sono anche gli insaccati, la peperonata, i cetrioli… un mucchio di altre cose che mi confermano dolorosissimamente che ci sono.
              Scherzi a a parte, ho compreso il senso. Ricambio l’abbraccio.

  2. E’ un vero peccato che nessuno ti voglia. Forse un mezzo ci sarebbe per fare in modo che qualcuno ti voglia: trasformarti da strada di uscita in strada di entrata.
    Ciao : )

  3. Solo per un bacio al volo, poi torno con calma. Sono triste e sola, che sia l’autunno?
    Il punto di forza, il punto di forza, il punto di forza…
    Ti abbraccio, amica.

    1. Mia cara, non so a te, ma a me l’autunno mi mette sempre addosso un malinconico buon umore che se ne va solo con le prime nevicate, quindi non direi che trattasi di autunno, non lo direi mai. Ma magari a te ti fa quest’effetto, non so…. Sola? Non disperare; la solitudine apre porte inaspettate all’immaginazione! E’ na roba che non può accadere se sei distratta dalla piacevole compagnia di qualcuno, o nel peggiore dei casi (che sono i più frequenti), dalla spiacevole compagnia di qualcuno. Questo per dirti che anche al solitudine ha il suo perchè. La tristezza è poi il più delle volte preludio a qualcosa di meglio…. c’è sempre qualcosa di meglio della tristezza.

  4. Mi piace come hai reso la fredda natura di Suade: non ha nulla di umano, in fondo, lei è solo una via d’uscita.
    Quindi, costretta dalla sua natura ad un’attesa senza emozioni, si sofferma tanto sull’escremento d’un piccione quanto sulla fragilità di un povero cane, con uguale trasporto.
    Solo alla fine si tradisce – o ti tradisci, non saprei, potrebbe essere una tua scelta narrativa – mostrandosi prima seccata per l’ignoranza che la circonda e poi quasi superiore a quegli stupidi che le passano accanto quotidianamente senza neppure ipotizzare che in realtà lei sia proprio lì.

    1. Ma mi hai psicanalizzato il pezzo, quasi!? O—o La via d’uscita è un po’ delusa dal Mondo che non la caga di striscio, se vogliamo metterla su un piano emotivo. E’ una forma di fristrazione che hanno tutte le prime donne che sanno di essere prime donne, ma lo sanno solo loro… una roba così. E’ la sindrome dell’invisibile, dell’incompreso, o dell’ignorato, se vogliamo. E’ tipica di chi sa di valere qualcosa, ma non vive nell’epoca giusta, nel paese giusto, nel contesto giusto per poterlo dimostrare. E’ la frustrazione dell’inutile esistere… così si sente la via d’uscita, che se ne sta lì, inutilmente.

    1. Suade se ne sta lì a bersi i pensieri ellittici al posto del caffè ed è tanto presa che un caffè mi sa che non sa davvero che cosa sia, che gusto abbia…. ma secondo me le farebbe bene. E ne uscirebbero fuori altri pensieri, magari sferici, o di altra natura più o meno geometrica, di quelli che se ne vanno come una linea all’infinito e poi tornano indietro, all’infinito, ma questo dipende dalla forma dell’infinito.

        1. NOn so, cubici non so… se cubici allora si possono cubare… però si possono cubare anche se sono di altra forma, purchè si abbiano i dati delle tre dimensioni. Ma ritengo possibili almeno altre sei dimensioni non conoscibili, quindi la geometria e la matematica mi sa che non bastano, non quelle che convenzionalmente conosciamo, mi sa. E allora io direi che è il caso di lasciare Suade alla sua suerte; chissà che un giorno impari anche a prendersi un caffè…

  5. No, la via d’uscita serve,servirebbe a tutti. La pigrizia della quale parli, Tilla, è reale, diffusa e pesante. Ma mi chiedo da dove venga tutta questa pigrizia e mi chiedo anche se non è stata “insegnata” in anni di rimbambimento mediatico e di assoluta indifferenza politica ai problemi della pubblica istruzione, perché se siamo ignoranti e non vediamo le vie d’uscita, e non abbiamo più delle buone idee ci sarà pure un motivo. Mi chiedo anche perché per ottenere notizie “pulite” ci si debba barcamenare a dribblare continuamente informazioni e notizie costruite male, spesso ambigue, a volte del tutto false. MI chiedo anche perché non viene più insegnata l’educazione civica nelle scuole e l’educazione nelle famiglie. Mi chiedo perchè u genitori prendono le parti dei figli quando sono bulli e violenti e mi chiedo perché oggi c’ho la vena polemica… me lo chiedo e non lo so.

  6. A me questa via d’uscita ha un po’ inquietato, devo dire la verità. Perché, benché promettesse cose mirabili al cane bastardo, mi pareva non sapesse bene neanche lei su che realtà si aprisse. E io, che pure sono curioso almeno quanto un gatto, se l’avessi vista, l’avrei evitata. Una via d’uscita che non sa cosa c’è dietro al vicolo da cui vengono i disperati che dovrebbero imboccarla è ben pericolosa, no?

    1. Può essere, ma se non la imbocchi non saprai mai… e non è vero che lei non sa che cosa c’è dietro al vicolo; lei lo sa bene, mica ha bisogno di occhi per saperlo. Le basta vedere chi gli passa accanto e la ignora.

      1. sicura? e che ne è di tutti quelli che di là non sono passati mai, e sono alla ricerca disperata di una via d’uscita, ma viaggiano su un binario, e per girare l’angolo dovrebbero solo deragliare?
        magari anche le vie d’uscita dovrebbero adattarsi ai tempi di oggi, e urlare o spalancarsi, invece di starsene lì, nei vicoli bui.
        o dovremmo cominciare a deragliare tutti, incuranti dei danni.
        bellissime le tue immagini, comunque. se fossi lì diffiderei di suade, l’ho detto, ma terrei molto da conto averla conosciuta…

        1. io direi che dovremmo deragliare tutti… i danni li stiamo vivendo forse proprio perché pochissimi lo sanno fare. I danni sono davanti agli occhi di tutti, ma nessuno vuole vederlo, perché vuoi mettere accomodarsi nel quotidiano rassicurante, anziché mettersi in gioco con un pensiero nuovo e incognito? Chi non rischia non produce cambiamento.

            1. …credo sia necessario guardare ciò che non si è mai visto, ovvero imparare a fermarsi un attimo, per osservare ciò che “va oltre” l’odinario, superfluo avvicendarsi di immagini apparentemente insignificanti. Credo lo si possa fare con qualsiasi cosa, pensieri compresi. Sembra una cazzata, ma in definitiva è questo… e non è una cazzata. E a lungo andare quasto insegna a vedere le cose secondo prospettive nuove, inimmaginabili, stando sui binari. E fa sentire liberi. Camminando senza binari si fa più fatica, perchè bisogna immergere i piedi nel fango, nella sabbia, nella terra arida, o nell’acqua, però dà grandissima soddisfazione!

              1. tutto vero, tutto vero.
                ti confesso però che quello su cui mi arrovello da tempo è: qual è la corrispondenza fra quelli che tu chiami “pensieri fuori dall’ordinario” e la pratica della vita quotidiana? oltre ad avere un’idea, il tuo pensiero nuovo ed incognito, cosa altro dovremmo fare per far deragliare la vita e non solo noi stessi?
                gaber diceva: un concetto, un’idea, finché resta un’idea, è soltanto un’astrazione… se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione

                1. Quando tu fai delle cose che senti corrispondere al tuo pensiero, allora sei potenzialmente fuori dai binari, a meno che il tuo pensiero non si trovi naturalmente sui binari. Prima di agire devi sapere che cosa pensi, come pensi; se ti accorgi che pensi solo come ti hanno insegnato a pensare, allora sei nei binari, ma se accade che tu arrivi a pensare libero dai pensieri altrui, allora sei fuori dai binari e puoi cominciare a fare secondo il tuo modo. Non dev’essere una forzatura, dev’essere una cosa naturale, che viene da te, solo da te, per quello che sei, che senti di essere. In buona sostanza significa saper pensare da soli, senza paletti, senza citazioni, senza incanalamenti inculcati. E richiede una fatica immane, perché parte dal reale e concreto osservare il Mondo.

                  1. curiosamente dici in questa risposta cose molto simili a quelle che ho scritto poco fa nel mio post, oggi. ribadisco che siamo in sintonia. ma ribadisco anche che quello che mi preoccupa è l’applicazione delle idee. ci vuole coraggio, ci vuole coerenza, e spesso non bastano neanche quelle…

                    1. Sono daccordo. Ci vuole coraggio, ma solo dopo che hai capito a che cosa ti serve. Ho letto il tuo posto solo dopo che hai postato il tuo secondo commentato qui; credo di aver seguito il filo del tuo pensiero ed il risultato è questo. 🙂

                    2. c’è un’altra cosa che dico spesso: bisogna accettare di avere paura. non c’è coraggio senza paura, e il nostro primo atto di coraggio deve essere quello di avere il coraggio di avere paura. è un po’ ingarbugliato ma mi piacciono le cose ingarbugliate. spesso non facciamo nulla non perché abbiamo paura, ma perché non vogliamo avere paura, abbiamo paura di avere paura, vogliamo stare al calduccio, come dici tu. io voglio sdoganare la paura, annullare il tempo e dare senso al coraggio. togliere punti di riferimento ci emanciperà dalla necessità di deragliare: non avremo binari

                    3. …a me a volte vien gran voglia di aver paura, altre meno; dipende molto dall’umore, credo. Però ho visto che quando la paura mi assale la so gestire, perché spesso la paura ce la costruiamo dentro ed è quella che ci logora come un pensiero malsano. La paura che si prova nelle situazioni di Reale pericolo invece è un’altra cosa; a quella si fa fronte perché non si ha scelta ed allora ti rendi conto dei limiti reali che hai e che non hanno niente a che fare con i limiti mentali che ti inventi. La paura mentale crea una staticità spesso razionalmente insipiegabile, perché è un qualche cosa di interno a noi stessi, di atavico, spesso fondato su esperienze che nemmeno ci ricordiamo di avere avuto. In questo caso solo la razionalità può combatterla e non è detto che riesca a vincerla. Ma è necessario provare, a meno che non si ami lo stato di staticità perenne e l’incertezza in merito ai nostri limiti reali.

                    4. ehm, non sono d’accordo solo su una cosa: anche la paura, come tutto, si allena. se ti tieni lontano dalle tue paure, anche quando si presenta la paura per quello che definisci un pericolo reale, potresti non essere in grado di fronteggiarlo pur non avendo scelta, ti paralizzeresti

                    5. …puoi allenarti ad affrontare le paure reali con la mente, ma non è detto che poi in reale condizione di pericolo questo basti; però può essere utile visualizzare la condizione di pericolo per trovare una soluzione razionale. Il punto è che quando sei in una reale condizione di pericolo, non è detto che tu riesca a razionalizzare in maniera efficace… in tal senso puoi allenarti finché vuoi, ma non serve. Questo si chiama incontrare il proprio limite. A volte sapere fin dove puoi spingerti serve a preservare la pelle e in tal senso la paura è utile e benefica.

                    6. oh beh, certo, resta sempre il fatto che ognuno è diverso da un altro. ma il meno adatto (quello che si paralizza davanti al pericolo) di solito viene mangiato…

                    7. …pazienza: bisogna metterlo in conto. C’è questa cosa del senso di umiltà di fronte ai fatti della vita che qualcuno ci ha insegnato a ignorare: lo trovo stupido. Non siamo immortali, non siamo invincibili; detto questo, non mi resta che fare del mio meglio per sopravvivere, possibilmente arrecando meno danni possibili a me stessa e a chi/cosa mi sta attorno. Siamo diventati così irrispettosamente maldestri nella nostra smania di onnipotenza, che a volte preferirei non ricordarmi che faccio parte della sgraziata specie umana!!!

                    8. …sì, vabbeh… dipende molto dall’interesse per l’argomento. Non si può pretendere… Trovo che l’essenziale sia lo scambio, la condivisione e questo può esserci anche se non tutti son prolissi come la sottoscritta. 🙂 E il più delle volte è anche dovuto al momento più o meno felice in cui ci si trova a commentare. A volte escono riflessioni che meritano, altre meno, ma pazienza. Anche questo ha a che fare con i nostri limiti…

                    9. non replico. non vorrei far offendere nessuno con esempi di commenti “superflui”. poi sì, ok, anche la prolissità è da evitare, anche se non mi riesce per niente facile, personalmente

                    10. I commenti a volte vogliono dire anche soltanto: “io ci sono e ti leggo” e chi lascia questo tipo di commento equivale a qualcuno che passa e ti saluta; ergo non sono mai da giudicare. Per me un commento è positivo, a prescindere dall’impegno che uno o una ci può mettere nell’elaborare un post. Se poi c’è anche impegno nell’elaborare e condividere, ben venga, allora mi sento felice! Altrimenti è ok comunque. Viaviamo in contesti dove l’indifferenza reciproca fa danni immani, specie agli animi più sensibili; un semplice “ciao” può fare la differenza in tempi bui come questi. Il resto è tutto un di più. Sulla prolissità…. dicevi?

                    11. [qui potrei offendermi ;)]
                      in ogni caso questa cosa potrebbe essere vera solo se ci fosse un’unica risposta possibile a ciascuna domanda, cosa che non è, credo 🙂

                    12. …no, credo che le uniche risposte vere sono quelle che di volta in volta ci corrispondono e in tal senso non esiste una verità universale, hai ragione. 🙂 E non so perché, ma ho la sensazione che questo sia un gran bene, perché è inevitabile in tal modo che si coltivi un dubbio perenne, condivisibile all’occorrenza, ma anche no.

                    13. il dubbio è fondamentale, bisogna sempre dubitare, su questo non ho alcun dubbio ! 😀
                      perciò farò finta di non aver capito che mi volevi dire che ho le risposte in tasca 😉

  7. Nessuno sceglie la via d’uscita perché ci hanno messo davanti un cartello di pericolo generico e un buontempone ci ha scritto sotto, con la vernice rossa, “sabbie mobili”!

    1. Vabbeh… qui nessuno ha fatto tanto e ogni tanto varrebbe la pena rischiare quel tanto in più che permetterebbe di andare un po’ oltre alle paure che ci son proprie, no? E sennò che gusto c’è?! Come si potrebbe cambiare, migliorare?

    1. Non so che dire, Allorizzonte… mi metti in agitazione così! 😛 I complimenti li so gestire poco; a maggior ragione se mi arrivano da chi sa esattamente di che cosa parla. Faccio quel che posso; ho dei limiti che tu non puoi conoscere, ma che io conosco benissimo. Ma ti assicuro che ci provo, forse con troppa poca convinzione, questo è vero, un po’ perché non smetta di piacermi diventando qualcosa di troppo grande per me e un po’ perché son dell’idea che nel mio caso non è proprio il caso di prendermi troppo sul serio.

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