Il tempo di finire

Non so da quanto tempo, per quanto tempo, non lo si può sapere. Il tempo; che nemmeno sai se davvero c’è un tempo, o c’è stato, o ci sarà. E nemmeno sai se si può dire “c’è stato”, “c’è”, “ci sarà”, perché se non è, se il tempo non è, allora non è mai stato, non sarà mai.

Chinò il capo, appoggiò i gomiti e gli avambracci sul vecchio tavolo, guardò l’ombra della sua testa che si deformava sull’orlo sbeccato di formica consunta, sentì odore di fumo e di legna bruciata che entrava dal lungo corridoio; qualche barbone aveva acceso dei pezzi di un vecchio mobile per scaldarsi, lì fuori, che faceva freddo.

Nemmeno una porta da poter chiudere in quel casermone, solo finestre con le inferriate grosse e tarlate dalla ruggine, stanze tutte uguali sospese sopra la città, verso i burroni finestrati del niente. Ci si proteggeva con le tele cerate appese alle corde con i ganci da macellaio fra un vano e l’altro e lui guardava i brutti disegni floreali e sentiva il dolore causato dalle vecchie caffettiere che appoggiate roventi sui tavoli delle cucine vi lasciavano il loro marchio di plastica segnata, un marchio perpetuo.

Aveva un’idea che gli ronzava e sapeva di pezzo di tabacco da sputare dalle labbra; non ci riusciva, non ci sapeva fare con le cose vere, con il darsi da fare per uscirne. Non aveva più tabacco, tra l’altro. Era intrappolato e non aveva nemmeno mai visto una chiave e se anche fosse, si disse, non c’è nemmeno una porta da aprire, qui.

I bambini piangevano giù in cortile, o forse ridevano; lui non sapeva distinguere, ne sentiva le voci, le urla e non avrebbe saputo dire se erano allegri, o se stessero urlando di dolore. Erano come lui, quelle voci: vive, eppure lontane, disperse chissà dove, a voler dire chissà cosa. Si sorprese a pensarsi allo specchio, con un volto dalla pelle traslucida e flaccida, appesa alle ossa a penzolare dagli zigomi porosi, dalle insenature del cranio. Una sfera levigata e luminescente, con i larghi pori soffocati dai troppi capelli sporchi e da una pelle floscia; così si specchiava e la cosa strana era che non vedeva occhi. Era una faccia senza occhi, la sua, e gli rimaneva solo il tatto, lasensazione di freddo.

Si sentiva la faccia spenta e si passò le dita sul naso, per volersi accertare se la sensazione era reale. Il naso, lungo, affilato, eterno, non finiva mai… ed il dito indice seguito dall’anulare ne seguivano il profilo mentre la pelle azzurrina e traslucida cadeva via come la tela che si toglie da una tazza di latte ormai freddo. Si stava sgusciando come un’arancia dalla pelle sottile, pensò. Gli sembrò di essere quel martire che aveva visto in un vecchio quadro al museo, con tutta la pelle afflosciata ai suoi piedi ed i muscoli e la carne sanguinante in bella vista. Si sentiva la faccia spoglia, tutto il corpo spoglio, esposto, gracile, sanguinante e inadatto ad affrontare l’aria che lo circondava. E faceva freddo, nudo così com’era. 

E là fuori il cielo era senz’altro buio, anche se da lì non lo vedeva. Non sarebbe sopravissuto senza pelle addosso, pensava. Guardò l’angolo della stanza, lì in fondo, e ne seguì l’ombra, tenendo gli occhi bassi, radente al pavimento. L’ombra finiva sull’uscio aperto e ne fu contrariato; è un’ombra troppo breve, non copre abbastanza, si disse. Le ombre vere sono molto più lunghe, in realtà, più intense, non così velate e sfumate, malate. Si disse che viveva in una casa troppo buia per avere delle ombre reali, vere, sane, abbastanza lunghe da potersi dire tali. 

Guardò l’uscio e lo vide grigio, spalancato verso un muro scrostato e ammuffito; lo vide esattamente com’era.

Da quante ore sono qui seduto?

L’uscio aperto, il muro scrostato… Devo alzarmi e cercare qualche cosa che mi copra tutta questa carne in vista.

Ma poi alzò lo sguardo davanti a sè e guardò la parete di mattoni e malta scrostata che aveva di fronte; erano anni che osservava quella parete e ne conosceva ogni singola crepa, ogni singola fessura e macchia, ne individuava le ragnatele appesantite dalla polvere e dalle microscopiche carcasse secche degli insetti decomposti. Individuava le ragnatele nuove, mosse appena dal movimento dei ragni dalle lunghe zampe. Amava i ragni perché sapevano essergli indifferenti, mentre lui non ci riusciva, lui li amava.

Da quanto tempo sono qui seduto?

Mi sto decomponendo. E all’improvviso l’idea che voleva sputare fece capolino dalla fessura fra le labbra e uscì di getto: il tempo esiste in funzione del mio stato di decomposizione. Sono senza pelle e mi sto decomponendo.

E finì.

 

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Il tempo di finire

58 pensieri su “Il tempo di finire

  1. la pelle è un organo di senso, forse il più sensibile… senza pelle si perde molta sensibilità, appunto.. e senza sensibilità ci si vede morire in diretta senza che la cosa ci turbi poi molto. ne conosco parecchi di morti che pensano di essere vivi malgrado la loro evidente decomposizione.
    oggi è la domenica delle metafore, perdonami. 😉

    1. No, no, non scusarti…. il senso che tu hai dato al post mi sorprende e allo stesso tempo mi rendo conto che non fa una piega. E’ interessante come si possano dare interpretazioni diverse ai messaggi che si cerca di inviare e come tutte possano essere vere come le persone che le esprimono. E’ una di quelle cose che del web mi affascina di più. Succede solo se le persone sono vere, però. Nel tuo caso accade sempre. 🙂

      1. spero che non sia un modo gentile per dirmi “pannò, non hai capito una cippa”!!! 😀 😀 😀
        scherzi a parte, grazie di avermi dato della persona vera, che è un gran complimentone, à mon avis.. 😉

        1. …a me sei sempre sembrata questo e mò te lo dico. NOn era un modo gentile per dirti un’altra cosa rispetto a quella che ti ho detto, giuro! Quando mi metto a scrivere non riesco a pensare all’effetto che può fare quello che scrivo a chi lo andrà a leggere ed è per questo che io non riuscirò mai a “scrivere davvero”: Però gli effetti che posso osservare una volta scritto un post mi interessano moltissimo, come mi interessano le persone che lo leggono. E’ un fattore appassionante questo del tenere un blog, a mio avviso.

  2. E’ solo, si decompone compostamente, i bambini giocano .fuori….e il tempo passa. Dopo tutto questo tempo, tanto, tantissimo in un attimo si accorge che non ha più pelle: non si era mai osservato prima?

    1. Forse non è passato tantissimo tempo e forse ha sempre avuto una pelle troppo sottile per vivere lì. Forse è successo tutto in un attimo brevissimo, o forse sono passati anni. Non può saperlo perchè un prima forse non ci è mai stato. Banalmente c’è chi dice che negli ultimi istanti di vita si condensa tutta un’esistenza… chissà che vita ha fatto, lui, che esistenza ha avuto, per sentirsi così alla fine.

  3. “i burroni finestrati del niente” è una di quelle definizioni che ti schiacciano le vertebre per quanto sono incisive. Vedo che ti stai preparando allo spirito del Natale, cara Stilesimia per nulla allineata al rutilante mondo caramelloso del volemose bene e scambiamoci i regali (anche se, come tu ben sai, qualcuno ci deve un cesto).
    La storia della fine di un uomo, improvvisa quando compresa, mi fa venire in mente colori e polvere: grigio e ruggine e bianco non più bianco. L’annientamento. E tu sei brava a renderlo.

    1. Il rutilante mondo caramelloso non mi ha mai veramente raggiunta; e adesso ancor meno, che negli eremi o si è immuni o lo si diventa, per fortuna. Fa eccezione il famoso cesto che qualcuno dal cuore grande e generoso promise e che è ovviamente tenuto a fornire entro la data fatidica. La storia della fine di un uomo forse non è mai come la può pensare chi come me ancora non è finito (sto tenendo duro, io), ma ci si prova a immaginare e ci si mette a pensare a quanti tipi di fine ci possano essere; forse tante quante sono gli uomini… ed è banale, lo so, ma se così è, allora raccontarle diverrebbe un’impresa infinita, impossibile e nemmeno poi tanto sensata. Mi piacciono molto le imprese senza un senso apparente, quelle che appaiono improbabili, impossibili.

      1. Un’impresa, per essere tale, deve aver parvenza d’impossibile. Ci si cimenta, con l’incertezza di un destino sconosciuto. Dice il saggio: facile, aver la certezza del riuscire!
        Per la cronaca, il famoso cesto resterà miraggio, come potrai desumere leggendo lo scambio di commenti sul post del traditore.

        1. Amo le imprese con molte incognite, in effetti; almeno fino a quando le ingognite non mi arrivano direttamente sui denti. Per il cesto ho fatto le dovute pressioni, ma il soggetto è ostico, irrecuperabile, andato. Si è dato alla politica della peggior specie! E ho detto tutto!

          1. Il soggetto si è rivelato impresa con l’incognita del cesto che ormai si è fatta certezza: ce la prendiamo nei denti. Ci costringe ad un natale senza strenne, dopo aver millantato miraggi a noi, che eravamo pronte ad un desco povero ma sincero. Come i milioni di posti di lavoro. Per non rimanere a bocca asciutta, potremmo farci uno scambio affettuoso di regalo sotto l’albero da per noi: io ti faccio avere la piadina, il sangiovese e i cappelletti, e tu m’impacchetti la boccia di grappetta e un blocco di speck. Alla faccia di chi non mantiene le promesse.

              1. Oppure ci mostriamo superiori quali noi siamo, e gli spediamo un pacco di tagliatelle e un quartino di liquore ai licheni. Il gatto dice che non bisogna covare rancore.

                1. Ok, ci sto! Mi pare una buona azione da compiere, ma preferirei lasciare che passassero le feste; che non si pensi che tal gesto ha a che fare con dei riti buonisti. Trattasi unicamente di dimostrazione di superiorità.

                  1. A natale gli facciamo avere una copia del “Canto di Natale” di Dickens, facendogli notare con garbo e gentilezza l’impressionante somiglianza con Ebenezer Scrooge.

                    1. E’ un’ottima idea! Hai moltissime buone idee, Bak. C’ho pure il dvd, volendo… ma mi sa che bisognerà spiegargli, sì con garbo, ma con molta insistenza il senso del nostro regalo… da solo non ci arriva, ne son certa. Lascio a te il compito, perché ti sento diplomatica al punto giusto, mentre io son poco propensa alle mezze misure… sai com’è, qui non si usano.

    1. Spero che Stileminimo mi perdonerà, ma mi permetto di intervenire per rimarcare il tasso elevatissimo di scalogna che ti ritrovi! Come si evince dal botta e risposta con l’Esimia, credo non ci sia bisogno di aggiungere altro. Ti lascio all’onta derivata dal tuo gretto operato, Albini. La porta resta aperta, se mai volessi evitare la trafila dei fantasmi dei Natali passati…

              1. Mi son sempre piaciute le minacce indirizzate nella giusta direzione! In pulp fiction c’è una minaccia con pistola che dura almeno due minuti… non so se è indirizzata nella giusta direzione, però è molto gustosa da seguire. Qui la situazione un po’ è quella, vero Bak?

                    1. Hai ragione, hai ragione… è che io non c’ho la sindrome da crocerossina, sai com’è. Quando un vinto stramazza al suolo, mi limito a guardarlo con disappunto e una punta di fastidio… son spietata?

                1. NO! I facoceri no! Io li evito come le feste, i facoceri, che hanno un non so ché di umano! Ma tutto il resto va bene… io pure mi dedico alle bestie poco umane, che mi rassicura assai.

                    1. …non ce l’ho con i facoceri in genere, in effetti…. ce l’ho con IL facocero…. e guarda caso è troppo umano per essere come gli altri facoceri… del facocero conserva la componente più bestiale, mentre dell’umano… anche.

                    2. Perdonami ma mi sembra un giudizio superficiale. Ci sei mai stata a cena tu col Facocero? Ti ha mai sbavato sul braccio? Tu di lui in fondo non sai nulla.

                    3. …ci sono stata a pranzo e sì, mi ha sbavato sulla mano! E la sbava è rimasta a penzolare dalle labbra per almeno due minuti di monologo, prima. Ne so più di quanto vorrei, credimi!!

                    4. …ci sono stata a pranzo e sì, mi ha sbavato sulla mano! E la sbava è rimasta a penzolare dalle labbra per almeno due minuti di monologo, prima. Ne so più di quanto vorrei, credimi!! E vorrei parlar di giraffe, adesso, piuttosto.

                    5. Gli unici che non meritano di far parte della specie dei facoceri, perché troppo bestialmente umani. E non li frequento per scelta: mi pagano. Detta così può sembrare quel che non è, ma son certa che non faresti mai illazioni, che sei troppo puro e ingenuo per cogliere un eventuale apparenza d’ambiguità, mentre io son prevenuta e avezza al peggio, quindi metto le mani avanti… e nelle mani tengo sempre qualche cosa di puntato… o puntuto.

    1. Son contenta che ti sia piaciuto, Nicola… e sto fatto dell’atmosfera kafkiana mi riempie di un non so ché che forse è orgoglio… voglio dire, mica è roba di tutti i giorni sentirsi dire che si ricrea un’atrmosfera kafkiana! E che Kafka ci perdoni!!Anche se tutti i giorni un po’ ci si vive dentro in queste atmosfere… solo un po’. Grazie!

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