Vi racconto un’altra storia vera

Fu così che uscii dall’apatìa e smisi di guardare diritta davanti a me decidendo nel contempo, (ma si trattò di un contempo lento) la mia mossa decisiva. Fui temeraria e agii, ricordo: spostai il bicchiere di lato, lentamente, è ovvio, e la manica mi seguì spalmando il liquido versato sul ripiano del tavolino e li vidi inzuppati, loro, la manica e il tavolino, di un po’ di tutto e tutto quel tutto puzzava acremente, fortemente, indiscutibilmente di alcool e di rancido.

Ebbi l’impressione scomoda e sgradevole che una palpebra, la destra mi pare, si rifiutasse di rimanere sollevata, non seguendo l’esempio della palpebra sinistra che, invece, pareva incollata alla parte superiore della cavità orbitale, come a volersi rivoltare a rovescio e raggiungere a tutti i costi il sopracciglio; impresa ardua, quasi impossibile, mi permisi di commentare fra me e me, ma la palpebra non mollava e tenacemente insisteva in quello spasimo muscolare che comunque, già lo sapevo, prima o poi avrebbe avuto la peggio.

Eran solo futili sensazioni, ma quest’assimetria inconsapevole nel movimento dei miei organi visivi mi ha resa piuttosto di cattivo umore, per non parlar del fatto che contribuirono a intorbidirmi la vista e, seppur non mi lagno mai di nulla per una questione di stoica sopportazione insita nella mia indole di guerriera avezza alle peggiori condizioni esistenziali, un mugugno sommesso mi nacque dal profondo della cassa toracica e trovò un’uscita all’angolo della bocca, così, seguendo una via già segnata da un rivolo di saliva che mi arriva tutt’ora fin sotto il mento, o più probabilmente,  trattasi di essudato alcoolico che il mio corpo cominciò a produrre da ogni poro e mucosa da un po’ di ore a questa parte, ormai.

Concentrata com’ero sull’evolversi della lotta impari che la mia palpebra si era assunta il compito di portare a termine, non mi avvidi per lungo tempo del contesto e presumo che fu per via della mia presenza discreta e rintanata nell’ombra che il locale chiuse senza che nessuno fra i camerieri si rendesse conto che qualcuno stava ancora occupando un tavolino nell’angolo più buio, qui, a ridosso del muro buio di mattoni rossi.

Qui non ci viene mai nessuno, perché fanno schifo a molti i cimeli appesi su questa parete: un’enorme, triste testa d’alce impagliata e una coccarda con i colori della bandiera giamaicana ad ornare il collo di uno gnu che fa capolino con il suo sguardo mesto, come un fantasma bovino e disperato che ha oltrepassato con la sola testa il muro di mattoni rossi. A me queste teste di pelo e paglia con gli occhi di vetro non mi fanno schifo, ma solo molta pena e per coerenza io vengo sempre a sedermi qui, perché va da sé che anch’io mi faccio spesso molta pena e che mi sento così anch’io un po’ cimelio, roba passata, insomma.

Mi ritrovai, dicevo, al buio, ma non mi spaventai, non dissi nulla quando le luci si abbassarono e tutto si spense; non avrei potuto, tanto ero concentrata sulle sensazioni di cui sopra. Poi, all’improvviso, un pensiero tremendo mi fece trasalire e sentii un brivido agghiacciante lungo la schiena e poi su, fino alla nuca, a farmi rizzare i capelli su tutto il cuoio capelluto!

Il pensiero agghiacciante fu il seguente: “Le bottiglie!! Non le avranno mica messe sotto chiave?!!!”

E fu allora che anche l’altra palpebra, come presa da un moto d’orgoglio competitivo, si sollevò rendendomi una visuale più nitida, si fa per dire, dell’ambiente. Sullo sfondo, di fronte a me, ma parecchio in lontananza mi parve, vidi il bancone con alle spalle il grande specchio e sulle mensole davanti al grande specchio e dietro al bancone stavano ben allineate le bottiglie; fra tutte, con mio grande sollievo, riuscii a individuare in lontananza la bottiglia contentente il prezioso liquido che preferivo: tequila! Sospirai rassicurata.

Tentai allora la mia mossa successiva: puntai le nocche delle mani sul ripiano del tavolino, decisa, risoluta, accantonando ogni tipo di tentennamento e incertezza, con lo sguardo fisso sull’obiettivo!

Ma vi fu qualcosa che mi trattenne, qualche cosa di altrettanto tenace quanto la mia risolutezza; parve una specie di chiodo, forse, o una mano invisibile che si era avvinghiata alla mia maglia di pura lana zuppa ed ai miei calzoni in puro cotone imbrattato e che non voleva lasciarmi alzare dal tavolino, incollandomi inesorabilmente alla sedia di giunco.

Maledetto! Lasciami andare! Mollami! dissi… ma niente, non c’era verso: il mio deretano pareva più pesante di un menir celtico. 

Tutti i miei sforzi furono vani e la spossatezza mi sopraffece! Dopo innumerevoli tentativi, cedetti. Una lacrima mi rigò il volto e si mescolò alla bavetta all’angolo della bocca, così, come per mimetizzare la delusione cocente che mi bruciava dentro. O forse quel che mi bruciava dentro, qui, all’altezza del fegato, era altro, ma non è il caso di sottilizzare; il momento si era fatto drammatico.

E fu allora che li vidi… lo so, voi non mi crederete, perché penserete che ero ubriaca fradicia e che avrò avuto le traveggole e che una che si è scolata due bottiglie e mezza di tequila, perlomeno, non è attendibile, ma io vi giuro, vi assicuro che li ho visti, proprio qui in questo posto, pochi minuti fa e che erano reali quanto è vero che è reale il fetore del mio fiato in questo preciso istante!!!

Uno di loro mi si avvicinò talmente che ne sentivo l’odore, o meglio, il profumo: sapeva di gelsomino, o forse di mughetto, non so bene… comunque aveva un buonissimo odore e mi venne a guardare negli occhi stando a due palmi dal mio naso, proprio così: qui, a venti centimetri, ce l’avevo. E aveva, credetemi, aveva gli occhi più belli che io avessi mai visto! una cosa che nemmeno gli smeraldi più lucenti, vi assicuro! un verde magnifico, che pareva ci scorressero dentro i torrenti e ci sorgesse il sole in mezzo alle foglie di primavera! uno spettacolo d’occhi, credetemi!

E ce n’erano molti! praticamente qui era tutto pieno di questi esseri che profumavano l’aria e tutti si muovevano e ridevano, oh se ridevano!! Sembravano pazzi di gioia da quanto ridevano! E sussurravano, anche, come fanno i bambini quando si dicono i segreti all’orecchio e si tenevano per mano anche loro, come fanno i bambini e ogni tanto qualcuno si metteva a correre fra gli altri e a fare le acrobazie sul bancone, con delle piroette da salti mortali tripli e quadrupli che nemmeno al circo! Ed erano piccoli, ma forti, ben vestiti, decisamente vestiti di gran gusto, tutti con un foularino colorato che faceva molto gentil uomo, ma loro eran piccoli; dei gentil omini, si può dire. E no, non dei nanetti, che mica siamo a natale, per fortuna, che quella roba lì è ormai passata! No, erano proprio degli omini con la testolina piena di treccine morbide e lunghe, lunghe e gli occhi meravigliosi!

E sì, insomma, sapete che fecero quando mi videro? Eh? lo sapete? Fecero la cosa più bella che vi possiate immaginare: mi andarono a prendere la bottiglia della tequila sul bancone, si sedettero qui con me e a turno si bevve tutti insieme, mentre io continuavo a guardarli negli occhi e mi pareva di stare in riva ad un meraviglioso laghetto alpino con l’acqua smeraldina. Una bellezza di bevuta, signori miei, credetemi!

E poi, ad un certo punto, pure loro eran più contenti di prima, il che è tutto dire, ma cominciarono a cantare e non vi dico! Avevano una voce meravigliosa vi dico, dolcissima, piena d’armonia! Altro che i miei soci di bevute che si sentono tanto tenori e contralti con le penne nere e dopo il terzo bicchiere nemmeno si rendono conto che ragliano come asini bastonati!

No, questi erano delle meraviglie di cantori e ad un certo momento mi pareva addirittura di starmene sospesa fra le nuvole, tanto eran celestiali le loro voci e allora pensai che forse questi erano angeli, ma dopo che si eran scolati l’intera cassa di tequila del retrobottega, ridimensionai la mia ipotesi, che lo sanno tutti che agli angeli non piace la tequila: al massimo, se proprio proprio son presi dalla sete, arrivano a bersi un po’ d’acqua santa, così credo.

Questi invece parevan proprio che non avessero fondo; piccoli com’erano tenevano l’alcool più di mille Super Ciuk! E io che di bevute con Super Ciuk ne ho fatte tante, posso testimoniare che questi lo superavano di almeno cento litri ciascuno. 

Li sentii affini e mi prese un gran senso di complicità. Cantai pure io e loro mi lasciarono fare, che eran dei tipi pazienti, oltre che molto belli a vedersi e di gran compagnia. Alla fine, non so che avvenne, mi prese una gran spossatezza e non so se fu il profumo inebriante o l’acqua che scorreva smeraldina nei loro occhi, credo di essermi addormentata.

Mi sa che fu il rumore schifoso del traffico fuori a svegliarmi. Qui siamo lungo la super strada e i camion che vengono a far rifornimento la mattina presto fanno un gran baccano con i loro maledetti freni. Pessimo risveglio dopo una notte tanto dolce! Insomma, è l’alba, aspetto che mi vengano ad aprire, perché qui non c’è più niente da bere e devo pur trovarmi un posto un po’ più fornito.

Ora, io questa cosa che, mi rendo conto, può sembrare un po’ strana ve l’ho raccontata perché so che siete gente di spirito e che sapete guardare oltre alle apparenze; gente che ha la mente aperta, capace di considerare qualche cosa che va oltre alla ordinaria comprovabilità dei noiosi fatti quotidiani, quindi confido nel vostro sostegno quando mi chiederanno il conto. Voglio dire: nessuno crederebbe che una persona sola può aver fatto fuori la scorta di un intero locale in una notte sola, no?! Sarebbe inverosimile! Io la verità ve l’ho raccontata e come mi avete creduto voi, spero mi crederà anche il proprietario di questa bettola! Io ho fiducia nel genere umano e confido nel buon senso dei miei simili. Faccio bene, no?

 

 

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Vi racconto un’altra storia vera

56 pensieri su “Vi racconto un’altra storia vera

    1. Dici, Melo? Io non son molto ferrata in astronomia e stando a quel che dici dovrei forse trovare un modo per evitare un incontro tanto poco propenso alla salubrità della mia persona (alla quale tengo moltissimo, non si fosse capito), seppur potrebbe risultare anche educativo, forse. Ma sulla Treccani on line trovo tutto il sistema solare e avendo notato or, ora una finestrella aperta nel bagno delle signore, credo che propenderò per un’indegna fuga in tal poco onorevole direzione.

    1. NOn è cosa saggia ripresentarsi, che il mondo è pieno zeppo di gente in mala fede e alla verità non ci crede più nessuno! Pazienza: le bettole del mondo sono infinite!

  1. Cara Stilesimia, la prossima volta che si esce, scegli tu il locale e i beveraggi, perché sento che ci sarà da divertirsi! Comunque, durante una gita in limo, sono arrivata in alto, molto in alto, e ho incontrato una schiera di angeli in libera uscita (era venerdì sera). Sono sicura che avessero in mano almeno quattro bottiglie di limoncello, due di nocino, un’anima nera (c’è sempre quello fuori dal coro), e alcune bocce di grappa di montagna il gusto ci guadagna.

    1. Ciao Bak…. ciò che miracconti un po’ mi stordisce (ma forse è una condizione in me innata) e un po’ mi spaventa! Vuoi dire che gli angeli lassù s’embriacano pure loro? Con tutti i rischi annessi e connnessi di cadute dall’alto per le quali NOI saremmo i primi a rischiar grosso?!! Sto fatto mi rende preoccupata e perlplessa, ma son certa che riuscirò a farmene una ragione, così come mi faccio quotidianamente una ragione della m..rda umana con cui ci tocca avere a che fare. E sai che ti dico? Prost!

      1. Secondo te gli angeli caduti sono esseri arroganti, puniti dal volere divino? Nooo, sono semplicemente angeli ‘mbriachi, dall’equilibrio malfermo, impegnati a cantare e a darsi pacche sulle spalle con le ali. Credo che, una volta a terra, si trasformino in esseri umani, dimentichi delle nuvole e delle libagioni. Cheers!

        1. Cazzo! Ma lo sai che hai ragione? Cioè, che la tua tesi potrebbe aver degli ottimi punti a suo (tuo) favore?! No, perché di solito i poveri diavoli che si embriagano di continuo hanno un qualche cosa di trascendentale, di mistico… di angelico, appunto… anche. A volte. E forse quando sono embriaghi marci un po’ di quei bei tempi lassù gli torna in mente… ed è per quello che cantano e che si abbracciano e che si danno delle gran pacche sulle spalle! C’è da tenerne conto, di sta cosa… c’è da tenerne gran conto!

          1. In fondo, siamo tutti un po’ angeli ‘mbriachi: caduti da una nuvola senza averne memoria, e ci ritroviamo su ‘sta palletta rotante, cercando di tirar sera, senza sapere perché diavolo siamo finiti qui.

              1. Giornata sfrangiminchia? Consiglio filmone terapeutico o buon libro sul divano, felino fusante sulle ginocchia e, quando cala la palpebra, sciabattamento verso il letto e dormitona in diagonale. A sognare cascatelle frizzanti.

                    1. Vero, vero, e non hai bisogno di istruttori, non devi diventare pazzo per sciogliere e allungare i muscoli (anzi, li devi lasciare rattrappire ben bene tra i cuscini), si pratica indoor.

                    2. Si può risolvere compiendo brevissime, isteriche corsette sul posto giornaliere, cercando di portare le ginocchia il più possibile all’altezza del petto. Il tutto va fatto sopra lo scendiletto, da ridurre a fisarmonica, emettendo un ringhio continuo e, se forniti, muovendo la coda in modo convulso, come se si fosse attaccati da un branco di pantegane assassine.

                    3. Abbi pazienza, Bak… io quando metto i piedi sullo scendiletto nemmeno so di esistere, ancora… solo se fossi posseduta da un demonio maratoneta potrei mettere in atto la tecnica che mi proponi. Al massimo languo fino alla ciotola, beevo un po’ di tè e poi ricado nel torpore di prima. In alternativa mi trascino fino alla doccia e lascio che il giorno mi scorra addosso almeno per un paio di minuti… poi piano comincio a rinsavire… molto piano.

                    4. Io pure. Il commento di prima lo aveva scritto il gatto, che ci teneva a dire la sua. Gatto, peraltro, con pancia importante, per cui poco adatto a elargire consigli di forma a chicchessia.

                    5. Forse sono poco adatti a elargire consigli…però c’è da dire che i gatti con pancia importante fanno moltissima simpatia… moltissima.

                    6. Tranne quando depositano inaspettati cadeaux autoprodotti sul tappeto e non nell’apposita cassetta, come è successo poc’anzi. Mi ha suscitato poca, pochissima simpatia.

                    7. Uh? Davvero esprimono in tal modo poco igienico ed elgante la loro impellente necessità di espressione? Ma son casi rari, o sono opere che lascia spesso sparse per ogni dove, l’artista?

                    8. Lei è gatta maniacale nel suo essere pulita e la cassetta è il suo tempio, il luogo sacro cui nessuno deve azzardare neppur rivolgere lo sguardo. Ogni tanto, però, credo le pesi il culo e non faccia in tempo a raggiungere lo spazio deputato al rilascio, Il momento di debolezza le procura profondissimo nocumento che mostra soltanto sul luogo del misfatto, dimenticandosene appena la scellerata si porta in un’altra stanza.

    1. Prima dovrai trovarmi, poi farmi fuori (e questa è la parte più difficile, se non impossibile, renditi conto… perché son roba passata, ma non andata del tutto) e poi forse ne riparliamo.

  2. Folletti giamaicani con foulard britannico sull’ugola? Ti dirò, questa non riesco proprio a bermela.
    Però sul fatto che ti abbiano aiutato a svuotare la cantina non nutro alcun dubbio. E non credo che nemmeno l’oste potrebbe, se solo desse prima una “vera” occhiata al fantasma di alce sospeso tra dentro e fuori, sulla sua testa. Fossi in te, glielo suggerirei.
    Intanto, cin cin fanta-asmatico e buon anno: che passi in un sogno di torrenti smeraldini e foglie di primavera in sol diesis.

    1. Marilù… il cin cin con la fanta asmatica mi mancava! Fa lo stesso se brindo con un bicchiere di cognack (o cognac… non so come si dice) e ti auguro così un anno pieno di salvia pratensis e di buonissime cose?

  3. Ma sì, certo che sì. Tanto, sia detto tra noi, io bevo praticamente solo tè (con o senza accento, a seconda dei casi). Grazie e complimenti per le enciclopediche conoscenze botaniche, oltre che gastronomiche ed enologiche.

  4. Bella questa storia quasi realistica. Comunque, che queste cose succedano è bene saperlo. Dirò a mio figlio, che in un bar ci lavora, che se il giorno dopo non trovano più una bottiglia piena, probabilmente sono stati gli angeli. Ma poi chi glielo va a dire al proprietario?

    1. Se posso permettermi un consiglio da ex barista navigata da riportare a tuo figlio: mai dire al proprietario che manca una bottiglia! Mai! Che anziché dar la colpa agli omini con le treccine, capace che incolpi ingiustamente qualcun altro.

      1. C’è da dire che questi proprietari di bar sono proprio persone aride e razionali. Magari non credono nemmeno agli ectoplasmi, agli alieni, ai cerchi nel grano e alle madonne che piangono!

        1. Vero! Gente senza fantasia, priva di creatività che gli interessa solo che ci sia scorta di fusti di birra nel retro e qualcuno pagato male dietro al bancone che spina. Si dice che i cerchi nel grano hanno una spiegazione razionale… è una roba legata alla presenza di acqua nel sottosuolo e a delle forze elettromagnetiche che si vengono a creare nell’atmosfera. I disegni che si vengono a formare sono molto simili, se non uguali, a quelli che producono le onde elettromagnetiche. E spesso ripropongono simboli archetipici… il che mi fa pensare che l’umanità un tempo ne sapeva più di adesso, o che forse poneva attenzione ai fenomeni naturali in un modo più efficace di quanto sappia fare adesso. Sulle madonne che piangono dovrei indagare, ma ritengo che le madonne e non solo quelle hanno parecchio di che piangere, quindi esiste il movente, ma personalmente ad oggi conosco solo quello, quindi non mi sbilancio oltre. Agli alieni ci credo perché è una questione di probabilità e i fisici dicono che la vita è probabile che si sia formata anche da altre parti nel cosmo, oltre che sulla Terra, ma che aspetto abbiano mi rimane un punto da chiarire; chiarirò quando ne vedo uno. Per gli ectoplasmi ho una conoscenza che si rifà al cartoon dei Ghostbusters… dovrei consultare qualche esperto in materia per potermi esprimere, che non ne so abbastanza; mi piacerebbe quantomeno capire come si possono verificare, se si verificano, che cosa sono. E non dirlo a nessun proprietario di bar, che quelli son capaci di riabilitare la Sacra Inquisizione.

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