Stranezze (2)

Quando le giornate sono così corte è meglio alzarsi presto, godersi i colori dell’alba e vedere le colline ed i boschi che piano salutano l’aria nuova, perchè poi tutto il bello portato dalla prima luce svanisce in un soffio e la sera ti sorprende alle spalle come l’ombra di un grande corvo nero.

Maya però preferiva dormire, la mattina. E anche oggi ha dormito fino a tardi, anche se si era ripromessa che, essendo sabato, sarebbe andata da Dodo in tarda mattinata per aiutarlo a preparare il pranzo, fare due chiacchiere come ai vecchi tempi, quando erano più piccoli e passavano interi pomeriggi a giocare e scorrazzare nei prati e nei boschi.

La casa di Dodo si trovava a venti chilometri dal paese, in una grande radura in mezzo ai faggi ed era circondata da un bel prato pianeggiante. In primavera e fino a tardo autunno il prato veniva visitato dai caprioli e dalle lepri, mentre nella boscaglia non era raro avvistare i cervi e tutta la zona era piena di uccelli grandi e piccoli per quasi tutto l’anno.

Dodo aveva ereditato la grande casa a tre piani dai nonni contadini e un tempo, quando i nonni vivevano ancora, in quel maso ci allevavano cavalli, maiali, galline, vacche e conigli e nel frutteto maturavano mele e susine e anche delle piccole pere selvatiche che avevano un sapore dolcissimo.

Ora quel posto sembrava deserto e vuoto; il bosco avanzava ogni anno un po’ di più verso la grande casa di sassi, come a volerla raggiungere per abbracciarla e farla diventare bosco. Adesso lì ci abitava solo lui che non aveva esattamente la vocazione del contandino. 

Dodo era figlio unico e non aveva mai conosciuto suo padre. La madre, e di conseguenza anche i nonni, non gli vollero mai dire di chi era figlio e questo fatto lo aveva segnato nel carattere. Era di indole dolce e tranquilla, ma troppo taciturno, diceva la nonna, introverso e con l’aria di aver sempre paura che qualche cosa di orribile potesse capitargli da un momento all’altro.

A Maya però Dodo piaceva, perchè con lei lui diventava un altro. Fin da quando erano piccoli sembrava che quando Maya era presente, lui si dimenticasse di aver paura e tutto diventava gioco e nuova sfida! Lei era l’unica con la quale lo si sentiva ridere davvero, con il cuore. Erano fratelli, si dicevano, o meglio: “amici fraterni” specificò lei un giorno che se ne stavano appollaiati sui rami di un vecchio faggio.

Maya fra i due sembrava la più forte, la più spregiudicata, la più temeraria, ma in realtà non era proprio così. Era stata allevata da una sorella molto più grande di lei e in paese si mormoravano strane storie sulla famiglia di Maya, ma lei, che queste storie le aveva sentite sussurrare mille volte sul sagrato della chiesa, nel piccolo negozio di alimentari, nei campi durante il raccolto del fieno e vicino alle fontane, fingeva di non saperne nulla e tirava dritto. L’indifferenza era sempre stata la sua arma e se ne serviva anche come scudo.

A Maya e a Dodo piacevano gli alberi e gli animali. Tutti gli alberi e tutti gli animali e per di più lei fin da sempre aveva questo vizio di raccogliere tutti gli esseri che, a suo modo di vedere, avevano bisogno di protezione.
Una volta all’età di otto anni, Maya catturò una piccola lucertola, convinta che si fosse persa, perchè la vedeva debole ed affamata. La mise in una scatola dove praticò dei forellini e le diede da mangiare alcune mosche grosse come scarafaggi. Il giorno dopo trovò tutte le mosche ancora intatte e la lucertola sul fondo della scatola agonizzante. Maya si disperò.
Allora Dodo le disse che era meglio se riportava la piccola lucertola dove l’aveva trovata e lei così fece. La lucertolina era davvero messa male e lei l’adagiò con delicatezza sopra un masso del muretto a secco del frutteto dietro la grande casa, nel punto dove l’aveva catturata. Maya si allontanò un po’ e intanto incitava la lucertola a scappare via, ma niente, l’animale sembrava senza forze.
Allora Dodo le disse che non doveva preoccuparsi, perché lui conosceva le lucertole come nessun altro e la rassicurò dicendole che una volta che il sole le avesse riscaldato ben bene il sangue, quella si sarebbe ripresa e se ne sarebbe andata da sola più vispa che mai!
Maya guardò Dodo negli occhi e ci vide la certezza rassicurante che lui riusciva sempre a trasmetterle, anche nei momenti peggiori. Si accucciò lì, in attesa, fissando l’animaletto con gli occhi tristi e preoccupati. Dodo in piedi accanto a lei in attesa, in silenzio.
La lucertola rimaneva immobile e le si vedeva appena appena il piccolo cuore che pulsava debolmente sul fianco. Arrivò il sole e scaldò la pietra e con lei anche la piccola lucertola, ma niente, l’animaletto non si muoveva.
Allora Maya si voltò per guardare Dodo con gli occhi pieni di ansia e lui si limitò a mettersi l’indice sulle labbra, per indicarle di fare silenzio e di aspettare ancora un po’.
Poi gli occhi di Dodo videro un’ombra alle spalle di Maya e si rabbuiarono per un attimo; Maya se ne accorse e si girò piano verso la lucertola, che era sparita.
Allora Maya si alzò in piedi con gli occhi che le sorridevano, felice abbracciò Dodo dicendogli che aveva avuto ragione, che la lucertola si era ripresa e che era scappata via, finalmente. Dodo sorrise un po’, ma con troppa poca convinzione, però lei non se ne accorse e annuì, allegra!
Poi lei si girò verso il prato e si mise a correre, chiamando Dodo affinchè la seguisse in nuovi giochi.
Dodo non le disse mai che in quei pochi attimi in cui lei si era girata verso di lui un merlo nero con un lungo becco giallo si era avventato sulla lucertola inerme e se l’era portata via.

Maya si decise a prendere la macchina per andare da Dodo che era già quasi mezzogiorno; il cielo era coperto da una sottile nebbia grigia e nell’aria l’umidità fredda invitava a starsene al chiuso ed al caldo. Lei avrebbe voluto che per quei due giorni il tempo fosse bello, per potersi fare anche due passi nel bosco di faggi che era meraviglioso sempre, anche in inverno e che lei non visitava più da troppo tempo. Pareva invece che la neve non si sarebbe fatta attendere.
Durante il viaggio Maya continuò a pensare ai campanellini che Dodo sentiva di notte e una leggera inquietudine cominciò a insinuarlesi nell’animo; scrollò la testa come a volerla liberare dai troppi pensieri, accese la radio e si mise a cantare una vecchia canzone mentre la piccola utilitaria si addentrava sempre più nel paesaggio nebbioso fra i vecchi faggi.

 

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Stranezze (2)

8 pensieri su “Stranezze (2)

  1. Non hai svelato ancora nulla, marrana! Questa Maya mi sembra la persona giusta per aiutare il Dodo a scoprire il mistero dei campanellini. Amici fraterni, poco socievoli con gli altri esseri umani, ma in sintonia con la voce e il respiro degli animali e della natura. Mi piace. Attendo gli sviluppi.

  2. sei senza cuore. un racconto che si rispetti, per funzionare, deve essere come la vita vera, per quanto surreale e fantastico: ci devono essere il dolore, la menzogna e la morte. ma la mossa della lucertola è stata senza cuore 😦
    sono rimasto indietro. recupero!

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