Stanezze (3)

L’orologio della grande cucina segnava ormai le due e Maya ancora non si era fatta viva. Dodo aveva acceso il fuoco e stava riponendo gli avanzi del pranzo in frigorifero. Il tempo stava peggiorando e cominciò a preoccuparsi. Attese ancora un po’ prima di chiamarla, perché non voleva sembrarle impaziente, o peggio, invadente; lei in fin dei conti era in vacanza e sapeva per esperienza che quando Maya poteva rilassarsi non teneva in gran conto degli orari. Però il tempo che si metteva sul brutto lo fece decidere di chiamarla. Il cellulare di Maya sembrava essere non raggiungibile. Allora Dodo si tranquillizzò, perché Maya teneva sempre il cellulare acceso e se non rispondeva significava che doveva essere di strada, perché in quella zona non c’era molta ricezione.

Grandi fiocchi pesanti cominciarono a cadere sempre più copiosi e l’aria si era fatta di un grigio muto, chiarissimo ed immobile. Dodo aveva preparato la casa e la stanza per Maya, pulendo tutto con una precisione ed una pignoleria quasi maniacale, la stessa con la quale eseguiva ogni lavoro manuale. Il giorno prima fece una spesa che avrebbe potuto sfamare trenta persone per un mese e gli piacque la sensazione di rassicurante abbondanza che gli davano il frigo e la dispensa pieni.

Era agitato all’idea di avere Maya in casa per due interi giorni, perché aveva la sensazione che fra loro qualche cosa della bella amicizia che li aveva accompagnati per tutta l’infanzia e per buona parte dell’adolescenza fosse cambiato. O forse erano loro ad essere cambiati, pensò. L’aveva reincontrata da poco tempo, dopo la sua lunga assenza e l’aveva ritrovata più sicura e anche più bella di quando sei anni prima era partita per la Scozia. Di certo meno bambina. Lei era tornata al paese per un breve periodo in attesa che la chiamassero per un lavoro che le avrebbe permesso finalmente di vivere con meno ristrettezze di quelle che, da studentessa e stagista, era stata costretta a subire fino a quel momento. Era molto felice delle prospettive professionali che le si presentavano e lui era stato felice con lei quando gli raccontò tutto.

Anche lui era rientrato al paese da poco. Si era laureato in architettura a Venezia un anno prima e poi si era preso un periodo di svago, girando un po’ il mondo. Era stato in Africa e ciò che vide lo lasciò estasiato e sgomento allo stesso tempo. Lui poteva permettersi di non pensare troppo al denaro perché i nonni, oltre alla casa con la grande faggeta circostante, gli avevano lasciato anche una cospicua eredità, accumulata in anni di lavoro che, comunque, a loro piaceva e che a Dodo aveva permesso di studiare senza fare troppi sacrifici.

Pensava di aprire un piccolo studio nella cittadina vicina, per cominciare, e fu felice di poter parlare a Maya dei suoi progetti quando lei tornò in paese. Dodo non aveva molti amici; per lui era molto difficile farsi coinvolgere in un rapporto che andasse al di là di una superficiale conoscenza. Solo con Maya era sempre riuscito a sentirsi in sintonia e spesso aveva pensato che questa fosse davvero una cosa strana. Aveva anche pensato di rivolgersi a qualcuno che ne sapeva più di lui per capire se la sua tendenza ad isolarsi fosse frutto di qualche patologia, ma poi si disse che lui non stava per niente male, che accettava il mondo, accettava anche la vita sociale se quasta non era troppo invadente, ma potendo scegliere preferiva stare da solo, tutto qui.

L’orologio segnava le tre e Maya ancora non si vedeva arrivare.

 

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