Snezze(5)

La foresta sembrava urlare ed ovunque si alzavano mulinelli infiniti ed altissimi di polvere di ghiaccio, i rami piegati e contratti dal peso insostenibile della neve gemevano e oscillavano, l’aria era diventata una coltre impenetrabile di ghiaccio polverizzato e nessuna forma sembrava più avere definizione; tutto era immerso in sagome goffe e deformi, il tempo e lo spazio avvolti nello spaventoso e feroce freddo glaciale mentre il vento impazziva correndo senza direzione.

Il rombo scosse la superficie della terra compressa dal manto nevoso e le vibrazioni scorsero lungo i tronchi sofferenti degli alberi, ferendoli nell’intimo delle fibre compatte e spente e arrivando nel profondo, smemebrando le radici, smuovendo il sottosuolo, infilandosi in una minima frazione di secondo fra infinite e sottili crepe che si diffondevano invisibili in ogni direzione, percorrendo filamenti di spazio fra i sassi e le rocce e sprofondando ancora più giù, nella terra nera e scossa della foresta che adesso sembrava agonizzare.

Maya si mise inutilmente i palmi delle mani sulle orecchie per non sentire il suono assordante che si era spanso ovunque nell’aria e che nell’abitacolo della piccola utilitaria aveva come effetto il vibrare incessante dei componenti metallici, delle viti, dei vetri, delle plastiche che inverosimilmente stavano resistendo. Poi di colpo la macchina tremò ancora più forte, paurosamente e Maya si raggomitolò su se stessa, sollevando le ginocchia fino al mento, in una posizione fetale, forse nell’inconscia attesa della fine. Gli occhi sbarrati, incapace di distogliere lo sguardo dalla superficie ghiacciata del parabrezza, dietro il quale il mondo stava finendo, ne era certa.

Poi tutto cessò, all’improvviso, così com’era cominciato. La terra smise di tremare, il vento si quietò e la polvere di ghiaccio tornò a scendere piano, depositandosi in ogni dove, coprendo la foresta lentamente, come una benevola carezza consolatrice, una debole richiesta di scuse per quanto appena accaduto. E l’aria tornò limpida, immobile, inspiegabilmente quieta. Nel cielo la luna si stava alzando piano, con discrezione, come ad indicare alla Terra di fare silenzio, che adesso era notte e bisognava stare ad ascoltare.

Maya continuava a fissare il parabrezza, il cuore che ancora le martellava in petto, il respiro pesante. Si guardò attorno e non credette ai suoi occhi. La polvere di ghiaccio era scivolata via dal parabrezza e davanti le si presentava un paesaggio notturno che aveva dell’incredibile, visto ciò che era accaduto pochi attimi prima. Deglutì, provò a schiarirsi la voce e poi, presa da una reazione nervosa battè i palmi delle mani sul volante, più e più volte, sempre più forte e urlò.

“Ma che cazzo sta succedendo, eh? Che cazzo, cazzo, cazzo sta succedendo?!!!”

Il suono della sua voce la calmò un po’, si guardò le mani: aveva i palmi arrosati nel punto in cui aveva battuto per colpire il volante. Si toccò la faccia con le dita, come per sincerarsi di essere reale, di essere nel reale e intanto guardava fuori. Si era fatto buio, ma c’era una luce lunare sufficiente per distinguere le sagome dei tronchi degli alberi immersi nei cumuli di neve trasportati dal vento. La strada era stata riempita completamente di neve.

Maya provò ad accendere il motore che però non ripartì. Provò ad accendere i fari che sembravano funzionare, ma non riuscivano ad illuminare la strada. Maya allora si rese conto che il cofano della macchina era sommerso dalla neve. Il termomentro del cruscotto segnava meno due gradi. Girò la chiave e spense per non scaricare la batteria della macchina.

“E adesso che faccio?! Mica posso rimanere qui tutta la notte!!”

Maya parlava con se stessa a voce alta e la voce le tremava. Aveva bisogno di sentire che lei in tutto quell’assurdo evolversi di eventi era reale. Cercò di calmarsi e di ricordarsi in quale punto della foresta si trovava prima che iniziasse la tempesta di neve. Realizzò che non era molto distante dalla casa di Dodo e probabilmente lui, una volta che la tempesta si era calmata, si era messo in qualche modo per strada per venirla a cercare. Prese il cellulare, nella vana speranza che in quel punto ci fosse campo, ma niente, l’apparecchio non dava nessun segnale.

Decise che la cosa migliore da fare era quella di muoversi a piedi per raggiungere al più presto la casa di Dodo, anche perchè rimanere fermi significava rischiare l’assideramento; aveva già sperimentato che non era il caso di fidarsi della stabilità delle temperature.

Nel bagagliaio Maya teneva una piccola pala per le situazioni di emergenza; pensò che decisamente quella lo era. Aveva calcolato che l’unico modo per uscire dall’abitacolo era quello di passare per il finestrino, dato che le portiere erano bloccate dalla neve. Si girò quindi verso il baule della macchina per recuperare la pala dall’interno e quello che vide le fece gelare il sangue.

Dall’esterno del lunotto posteriore due grandi occhi rotondi, luccicanti alla luce della luna con un riverbero rosso dell’iride la stavano fissando, immobili.

 

 

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Snezze(5)

30 pensieri su “Snezze(5)

  1. Ad ogni nuovo post sale l’attesa e l’ansia si fa palpabile. Inoltre la storia sta prendendo una piega che non era nemmeno lontanamente immaginabile dall’inizio del racconto. Brava davvero! Ho il cuore in gola… chi è, cosa è?!?!

    1. Si che puoi saperlo… basta che ti vai a leggere la prima parte, la seconda parte, la terza parte e la quarta parte della saga. Ma in sintesi:come Cappuccetto Rosso doveva attraversare il bosco per andare a trovare un amico probabilmente schizofrenico.

  2. Saranno gli occhioni di Dodo?
    Be’ che dire, mi hai tenuto incollato al video per un’ora buona a leggere tutte le puntate precedenti. A quando la prossima?
    Andrea

    1. Dodo credo abbia gli occhi neri come quelli di un bue con le pupille dilatate… questi son rossi. Non so, vedremo…appena mi si ricaricano le pile arriva la prossima puntata, Andrea. Devo andar per boschi, prima; tu mi capisci.

            1. Come ho avuto modo di dire con un post in circostanze analoghe in passato, mi fa molto piacere e ringrazio (anche per la fiducia). Tuttavia non sono molto brava con le catene di s. antonio, davvero. Ma mi lusinga che tu ci abbia pensato.

                  1. Si dice anche da noi.
                    Però io ero serio: è evidente che è una catena di S. Antonio e anch’io di solito non rispondo, anche perché di solito promettono fortuna e felicità e quindi rispondere significherebbe essere superstiziosi.
                    In questo caso però non c’è alcuna conseguenza (positiva o negativa) nel rispondere o meno e l’aspetto degno di nota è invece la stima e l’apprezzamento per quanto pubblicato, professionale o ludico che sia. Per questo io ho dato seguito alla catena.
                    Come in tutte le cose sono diverse le possibili interpretazioni…
                    Poi c’è anche chi usa il blog per ragioni professionali e quindi è ancor più comprensibile che preferisca non mescolare il proprio lavoro con questi giochi…
                    In ogni caso la tua scelta è corretta!
                    Ciao e buona giornata
                    Andrea

  3. Arrivo pure io, buff, buff…
    Finale di post da fiato sospeso, come nelle migliori tradizioni letterarie. Vorrei però farti i complimenti per la scrittura, soprattutto la prima parte di questo capitolo: il senso della tormenta quasi sovrannaturale che compenetra ogni cosa…hai reso con grande bravura, mia cara stilesimia, e son stata compenetrata pure io, ah sì sì sì!

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