Ee (9)

Il Cane Bianco portava un collare con campanellini di cristallo al collo; aveva il pelo traslucido, come se fosse stato immerso in una tinozza di polvere fluorescente e si muoveva nel buio in circolo, lentamente, come fanno i lupi quando in branco accerchiano la preda, ma il Cane Bianco non aveva intenzioni minacciose, non sembrava nemmeno inquieto, non sembrava avere fretta; sembrava invece essere a proprio agio, seppure un po’ risentito dall’attesa, lì nel buio della caverna, al centro della montagna.

Dodo lo vide attraverso gli occhi annebbiati dalle lacrime; dapprima vide una luce sfuocata e flebile come la fiamma di una candela che ondeggiava nel buio, poi le forme presero contorni più nitidi e definiti, chiari. Emanava una luce propria, il Cane Binaco, come se il manto fluorescente fosse percorso da una corrente elettrica che ne definiva le forme di lupo. Adesso si era messo flemmaticamente seduto al buio; stava in attesa. Sembrava una di quelle abat jour che si trovano sulle bancarelle cinesi, quelle a forma di elefante con le lampadine interne.

Il Cane Bianco fissava Dodo dal buio della caverna e dal suo atteggiamento, da quello sguardo canino immerso nel buio, sembrava trasparire una certa sonnolenza, o forse noia, come se fosse stato sempre lì e fosse stato costretto ad attendere per chissà quanto tempo.

Dodo si ricordò di aver notato quel tipo di sguardo negli occhi di alcuni cani lasciati ad attendere dai loro padroni all’entrata dei supermercati. All’improvviso, come ipnotizzato, venne assorbito da quella strana visione sotterranea e per un momento si dimenticò del dolore che provava per la perdita della sua amica Maya.

Osservò per un tempo indefinito il Cane Bianco: non riusciva a decifrarlo. L’atteggiamento dell’animale non faceva pensare a nulla di minaccioso, ma la strana luce che emanava dal suo manto rendeva l’atmosfera pregna di un’inquietudine sottile, latente, come quando l’aria si carica di elettricità in vista di un temporale estivo.

Dodo riuscì a rimettersi in piedi, sfiorando con la testa la roccia del cunicolo che si apriva verso un’ ampia stanza di roccia al centro della quale lo strano animale se ne stava seduto immobile, con un atteggiamento da ospite svogliato e un po’ distratto. Dapprima lentamente, poi con un movimento sempre più frenetico, il Cane Bianco si grattò dietro ad un orecchio con la zampa posteriore ed i campanellini di cristallo presero a suonare velocissimi per alcuni lunghi secondi.

Dodo trasalì riconoscendo il suono che lo aveva tenuto sveglio in tutti quei mesi. Era quello il suono dei campanellini dei quali aveva tanto parlato a Maya; erano quelli appesi al collare di quello strano cane. Nel momento esatto in cui Dodo se ne rese conto il Cane Bianco si alzò e si mosse, addentrandosi verso il fondo della caverna; si muoveva lentamente, con estrema flemma ed eleganza e dopo alcuni passi si fermò, girò la testa verso Dodo, come per dirgli che doveva seguirlo, e poi riprese a camminare.

Dodo si mosse e seguì il Cane Bianco, mentre la caverna si apriva sempre più ampia man mano che i due si addentravano nella montagna e più si addentrvano e più la luce che emanava dall’animale si faceva forte ed intensa, illuminando le nude pareti di roccia e gli ampi stanzoni ed anfratti che si aprivano tutt’attorno; era come se il buio più profondo alimentasse la luce dell’animale e più si spingevano in profondità e più il Cane Bianco si caricava di luce viva.

L’odore della terra arrivò al cervello di Dodo e lui si rallegrò stranamente della freschezza umida che ne scaturiva; gli ricordava i prati bagnati dalla pioggia, l’odore dei torrenti in piena, del legno secco trascinato a riva, dello scrosciare degli acquazzoni sulle foglie della faggeta, della fuga degli animali selvatici e della loro paura improvvisa, dei loro movimenti invisibili e silenziosi nella boscaglia.

Erano sensazioni che riaffioravano dal buio antistante, mentre i suoi occhi fissavano la strana fonte di luce che lo precedeva.

Dodo era come ipnotizzato da quella luce sempre più intensa e cercava di tenere il passo, per non perderla, per starle dietro; il Cane Bianco da parte sua teneva un’andatura lenta, procedeva senza fretta, come se fosse sua intenzione farsi seguire senza che Dodo lo perdesse di vista.

Le pareti di roccia si coloravano di blu cobalto, argento e piombo e ampie venature di rocce più chiare, alcune lisce, altre frastagliate e dalle forme bizzarre di quarzi violacei e cristalli trasparenti brillavano tinte vivacemente dai riflessi dei minerali, dipingendo il passaggio di luci incredibili e dalle tonalità fantasiose. Le ombre di Dodo e del Cane Bianco si muovevano altissime, stagliandosi e allungandosi in alto, verso il vuoto degli stanzoni che si facevano sempre più ampi e vuoti.

Il suono dei loro passi sulla ghiaia li accompagnava in un ritmo lento, continuo, come fosse il battito di un unico organismo e come se la ghiaia stessa facesse parte di questo organismo.

Il Cane Bianco all’improvviso si fermò, si voltò per guardare Dodo; si fissarono negli occhi per alcuni brevi istanti e poi, all’improvviso, la luce si spense e Dodo si ritrovò al buio, ancora, di nuovo. Si rese conto in quel momento di trovarsi chissà quante centinaia di metri sotto terra, al centro della montagna. Si rese conto che lungo il tragitto non aveva tenuto conto di alcun punto di riferimento, tanto era assorto dalla luce del cane Bianco e nemmeno aveva cognizione di quanto fosse durato.

Si ricordò che  aveva tenuto il frontalino acceso e che ora la pila era completamente scarica. Dodo venne colto dal panico e la sua testa cominciò a girare. Cadde in ginocchio, mentre la disperazione gli saliva dallo stomaco. Disse qualcosa, chiamò il cane, ascoltò la sua voce nel buio, ma nulla. Gli rispose solo l’eco sordo e prolungato della sua voce e poi fu di nuovo il silenzio ed il buio più profondo.

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Ee (9)

20 pensieri su “Ee (9)

        1. ..per una volta il capitolo 10 credo sia già scritto… ed anche i successivi. In questo modo io ho perso un po’ il gusto della sorpresa, ma fa niente. Magari riesco a rinnovarla. Il mio limite è davvero enorme come la montagna di cui parlo, ma ne sono consapevole e pazienza. Non si può mica sfuggire a se stessi, no?

          1. sfuggire a se stessi? proprio no. in compenso, ho sempre pensato che i limiti più grandi sono quelli che c’è più gusto a scalare (del resto, faccio il ricercatore per questo)

  1. Sempre più suggestiva direi.
    Dodo mi sembra sempre più Dante e il cane bianco è un po’ lonza, un po’ lupa, un po’ leone, un po’ Virgilio e tanto Beatrice salvatrice (che poi magari la situazione si ribalta… Vedremo… aspettando la E!)

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