E (1)

Erano mani di donne anziane. La lavarono da cima a fondo, passando spugne profumate d’essenze leggere sulla sua pelle, senza tralasciarne nemmeno un millimetro, carezzandola e strofinandola appena un po’ più forte sui muscoli delle braccia e delle gambe, sulla schiena, e poi dolcemente, di nuovo, a lungo, fino a rendere il suo corpo fluido, liquido come un’acqua che scorre nell’acqua.

Le lisciavano i capelli con un olio che sapeva di buono e di caldo e lei si sentiva una bambina, troppo piccola e troppo debole per dire nulla, per fare un qualunque movimento, per respirare un po’ più forte, prendere fiato e avere una reazione, anche minima.

Si lasciava fare, si lasciava manipolare languida, mentre i suoi occhi guardavano l’aria satura di vapori, colma di uno strano e lieve color rosa, un alone di petalo morbido, senza contorni, senza linee, sospeso fra lo spazio ed i suoi occhi. Non capiva, non sapeva costruire che pensieri molto brevi, che si perdevano l’un l’altro nel vuoto, sciogliendosi come nodi e poi abbracciandosi molli in una danza della mente, leggera, effimera, inconcludente.

Maya a tratti sentiva il profumo delle rose selvatiche ed aveva timore di scostarsi, di muoversi troppo, come se il suo corpo fosse circondato dai dei rovi tristi, tenaci, forti e vigorosi e un movimento brusco e involontario avesse potuto portarla a ferirsi la pelle.  Lasciava che i nodi delle sue fibre si sciogliessero, cadendo uno ad uno e adagiandosi piano nelle stoffe morbide che l’accoglievano; quello era l’unico modo per non ferirsi, pensava, e mentre le mani delle vecchie donne si allontanavano lente, fino a svanire del tutto, immerse nel vapore dei suoi sensi, lei si ritrovava immersa in un altro colore, in un blu profondo, rassicurante e forte come gli abbracci di suo padre, quegli abbracci nei quali si rifugiava quando era molto piccola, come adesso, e lui l’accoglieva cullandola, fino a farla riaddormentare, ancora.

“…non mi ha mai cullata, mio padre…” la voce le usciva in un sussurro e le lacrime l’accompagnarono improvvise, copiose, lente. Il vento si levò appena ed un profumo di gelsomini riempì l’aria; Maya vide la rugiada brillare e scorrere lenta lungo gli steli dei gigli e la sua bocca sorrise, mentre gli occhi gorgogliavano in un rivolo di acqua dolce. Il blu l’avvolse, il vento la sollevò e la cullò, a lungo, cantando appena.

Si aprì una finestra, alta e stretta. Dalla finestra entrò un uomo vestito di rosso, con una cravatta bianca dal grande nodo, un cappello verde e grandi baffi bianchi. Era senza naso, ma aveva grandissimi occhi dolci di cerva e lunghe,arcuate sopracciglia nere. Le fece un inchino e chinando la testa verso il suolo, i lunghissimi baffi si mossero come un’onda, seguendo fluidi il movimento del capo e sfiorando appena le falde del grande cappello. Maya sorrise all’uomo vestito di rosso, allungò una mano per toccargli i baffi, ma si sentì troppo debole ed il braccio ricadde sulle stoffe profumate.  Il blu svanì.

 

 

 

 

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