Neze (4)

L’uomo senza faccia gli stava sussurrando all’orecchio qualcosa, ma Dodo non riusciva a sentire, non capì, ma avvertì la ripugnanza, la sgradevole sensazione che quell’essere gli faceva entrare nella pelle. Così vicino, così schifosamente avvinghiato al suo corpo, aggrappato alle sue spalle con lunghe dita scarne dalle unghie sporche e unte che gli entravano nella carne, la pelle flaccida e lattiginosa che gli cadeva addosso ovunque come se le ossa non riuscissero a svolgere alcuna funzione in quel corpo sfatto e molle. Doveva scrollarselo di dosso, ma non riusciva a muoversi, non sapeva in che modo prenderlo per scaraventarlo lontano. Gli si era incollato addosso come un lattice putrefatto e se lo sentiva ovunque, mentre da dietro l’orecchio quello ghignava e biascicava qualcosa; un’orrenda litanìa senza senso.

Dodo cercava con tutte le sue forze di toglierselo di dosso e con una mano riuscì ad afferrargli un avambraccio, trascindandolo su uno dei suoi fianchi, per poterlo avere di fronte e liberarsi le braccia, mentre quello tentava continuamente di risalirgli sulle spalle e di aggrapparsi a lui con ogni mezzo. Dodo si sentì salire una rabbia inconsulta e con uno sforzo estremo lo afferrò sotto la gola con la mano sinistra e riuscì a liberarsi la spalla ed il braccio destri. Lo afferrò alla gola con entrambe le mani e l’uomo senza faccia cominciò ad assumere un colore rossiccio, poi violaceo, bluastro e infine mollò la presa e lasciò cadere le braccia flaccide e magre all’indietro. La grossa testa penzolò fra le mani di Dodo che non accennavano a mollare la presa. Dodo si stupì del fatto che quell’essere non aveva peso; era come uno straccio inutile e schifosamente sporco fra le sue mani. Istintivamente lo gettò lontano e si guardò le mani. Erano pulite e lui lo aveva ucciso.

Il Cane Bianco Riapparve mentre Dodo dormiva sdraiato a terra, nella ghiaia umida, spossato dalla situazione e da tutti quei pensieri cupi e oscuri che lo avavano avvolto all’improvviso. Il rumore dell’acqua che scorreva in lontananza e il gocciolìo della caverna lo avevano cullato e portato fra le braccia di Morfeo.

Il pelo dell’animale riprese a brillare, come alimentato da un’energia vitale che proveniva dall’ambiente circostante, o da chissà dove. Man mano che il Cane Bianco si avvicinava a Dodo con passi brevi e lenti, la luce dapprima fioca, simile a una nebbia rada, si accese pian piano, divenendo sempre più intensa e chiara.

Il Cane Bianco si accucciò vicino a Dodo, così vicino che lui ne sentì l’odore acre di terra e acqua e muschi; fu quell’odore a svegliarlo. Quando riaprì gli occhi, come in un sogno, ci mise un po’ a mettere a fuoco la sagoma dell’animale che gli stava accanto; era davvero magnifico, un cane come non ne aveva mai visti, si ritrovò a pensare. E si stupì di non averlo notato prima. Poi la consapevolezza si fece strada nella sua mente assonnata e Dodo si riebbe improvvisamente, quasi con un sussulto.

Si rese conto della situazione; la caverna era nuovamente illuminata, poteva procedere il cammino, si disse con una concitazione che gli cresceva dentro. Si guardò attorno: si trovava al centro di uno stanzone dalle pareti altissime, una magnifica cattedrale di roccia sotterranea; stalattiti e stalagmiti si allungavano a creare torri gotiche dalle forme meravigliose e incredibili, altissime fino all’inverosimile, tanto che non se ne vedeva la fine.

Dodo non aveva mai visto nulla di simile e nemmeno si sarebbe mai immaginato che in Natura potesse esistere un posto come quello; invece era lì davanti ai suoi occhi sgranati e increduli. La luce che emanava il cane Bainco illuminava l’enorme grotta con un’intensità notevole, ma l’effetto era dolce, quasi che le particelle luminose andassero ad accarrezzare le superfici fredde, lisce, fantastiche, senza aggredirle. Tutto quanto, le forme, le proporzioni, la materia, tutto ciò che lui vedeva era armonicamente bilanciato in quella visione sublime e a Dodo sembrò, ancora una volta, di essere stato risucchiato in un sogno, in una qualche dimensione a lui prima sconosciuta, ma concreta, viva e pregna di elementi che gli lasciavano sensazioni così vive e forti da stordirlo.

Non ricordava, non sapeva da dove gli venisse la consapevolezza che quella che gli stava sfilando sotto gli occhi era in realtà la Vera Bellezza, e si disse che forse era la prima volta che la vedeva davvero. Qualche cosa di simile lo aveva provato nelle sue lunghe camminate nella faggeta, o lungo i sentieri che lo avevano portato in alto, sulle montagne scoscese che si protendevano sul Grande Lago, ma per quanto quei momenti e quelle visioni lo avessero lasciato con il cuore leggero e felice, non fu nulla di così vivido e intenso come ciò che stava provando in quel momento. E fu stranamente felice di rendersene conto. Questo sentimento di leggerezza lo sconvolse un po’ mentre il pensiero tornò a Maya e si sentì una fitta nel petto.

Il Cane Bianco si alzò, lo guardò fisso negli occhi e Dodo ebbe per un momento la sensazione che quell’animale gli leggesse fino nel profondo dell’Anima; distolse lo sguardo, come per proteggersi da tanta invadenza. Il Cane Bianco si mosse ed il pelo luminoso ondeggiò in un movimento d’invito. Dodo si rialzò in fretta e lo seguì, sperando che tutta quella luce non svanisse di nuovo.C’era qualche cosa di diverso, adesso, in quell’animale magnifico; Dodo se ne rese conto, ma non riusciva a capire quale fosse il particolare che gli stava sfuggendo.

Mentre camminava seguendo il passo del Cane Bianco, Dodo osservava tutta quella magnificenza di rocce e colori e riflessi liquidi che gli sfilavano attorno, si rese conto che in lui era accaduto qualcosa durante quel sonno arrivato all’improvviso, dopo la disperazione per la perdita di Maya; si rese conto che l’idea della perdita della sua amica lo feriva ancora e dolorosamente, ma c’era qualche cosa che gli permetteva di non cedere, di sentirsi presente a se stesso e di godere di tutta quella bellezza che lo stava accompagnando.

Era come se i suoi occhi riuscissero a vedere la sua Realtà in un modo diverso, più luminoso e più efficace, ora. E man mano che questo pensiero si allargava nella sua mente, la luce che emanava dal Cane Bianco si faceva più intensa e netta; era come se la mente di Dodo fosse direttamente legata alle reazioni fisiche dell’animale. Anche la stanchezza che si era portato addosso in tutti quei mesi di notti insonni e id penseri invischiati di paure irrazionali stava svanendo, e si sentiva forte e tranquillo, mentre i suoi passi si facevano sicuri, cadenzati e ritmati dal rumore della ghiaia.

Giunsero in un punto dove la caverna si stringeva fino a ridursi ad una galleria piuttosto stretta e angusta. Durò a lungo e Dodo in alcuni punti dovette piegarsi fin quasi a camminare con le mani appoggiate a terra, ma non sentì la stanchezza, non avvertì nessun disagio e tantomeno si chiedeva se alla fine di quel lungo cunicolo ci sarebbe stata la vita e la salvezza, o se lo stava aspettando solo un’altro stanzone di roccia. Smise di pensare a quello che lo attendeva, smise di pensare a tutto e si limitò a camminare senza perdere di vista il Cane Bianco. E fu allora che se ne accorse: non avvertiva più nessun suono, solo i suoi passi e quelli del Cane Bianco sulla ghiaia ed il fiume d’acqua che scorreva lontano, da qualche parte sotto la roccia.

Dodo realizzò in quel momento che il collare di campanellini era sparito dal collo dell’animale.

Dodo si ritrovò a vivere il disagio dei mesi precedenti, all’improvviso e senza alcuna spiegazione. Pensò che qualcuno doveva averglielo tolto… pensò che un cane non si può togliere un collare da solo… pensò che però quello non era un cane come tutti gli altri e che niente di ciò che stava vivendo aveva sentore di logica e di razionale. La luce del Cane Bianco si fece un po’ più fioca e Dodo sussultò. Il Cane Bianco si fermò e lo guardò e Dodo capì. Doveva smetterla di occupare la mente con pensieri inutili e continuare a camminare. Nell’istante preciso in cui si affacciò questo pensiero nella sua mente il pelo del Cane Bianco tornò a illuminare il cunicolo con la stessa intensità di prima e l’animale riprese a camminare. Dodo lo seguì.

Il cunicolo si stava aprendo sempre più ed il rumore dello scorrere dell’acqua era sempre più vicino ed intenso. Quando il Cane Bianco uscì dalla galleria e Dodo lo raggiunse, quello che si aprì davanti ai suoi occhi fu qualche cosa di grandioso.

 

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Digressione

13 pensieri su “Neze (4)

  1. Molto bello, con suspance e anche incognite che incuriosiscono.
    Chissà cosa hanno visto gli occhi di Dodo quando la galleria si è aperta, forse l’Eden…. chissà!!!!
    Ciao, serena notte. Pat

    1. Mia cara, ma tu sei troppo, troppo buona! Paragonarmi a Tolkien mi fa sprofondare di vergogna! Anche se mi piacerebbe molto aver camminato per i sentieri dove ha camminato lui. Esagerato come complimento, direi, ma ti ringrazio, davvero, di cuore! 🙂

      1. Bella ragazza, mò non ti montare la testa, Tolkien è sempre Tolkien, però lo sguardo sul paesaggio e i suoi abitanti, beh, un po’ vi somiglia, un po’, dico 😉 Ringrazio io te, perché qui, si respira sempre una bella aria buona, ricca di sogni e fantasia.

  2. Passare da te, dopo una passeggiata troppo lunga tra le insulsaggini, le sofferenze o i discorsi pensosi della rete, è come aprire uno squarcio sulla meraviglia.

    1. Caspita! cacchio!! cribbio! (no, cribbio no, che mi ricorda brutte facce) Aitan, GRAZIE!!! Davvero, di cuore! Eeee, sì; sospensione………, ma prima o poi continuo, eh… davvero, lo continuo… Ancora grazie!

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