DI QUELL’ALTRA RESISTENZA

L’enorme ballerino dalle membra liquide procede a scrosci e balzi immondi, maldestro, privo del senso del ritmo, spinto da sé medesimo, ingordo, famelico d’aria e spazio.
Avanza e ingoia la materia che gli si offre al passaggio; la lambisce con lingue lanciate a frusta e spacca, spezza, ruba e trascina fra salti e passi di lunghezza inarrivabile, strascicati lungo un letto di steccati divelti, massi,sassi,fossi melma, fango e flutti urlanti.
Si fa grosso man mano che avanza, urlante come un dragone ferito.
Soffoca con i suoi muggiti le urla delle fibre strappate a se stesse.
Ha le movenze sconnesse di un grosso, enorme danzatore dalla pelle annerita e sporca, la carne metamorfica, la foga ineguagliabile, il movimento disperato e sconnesso, indifferente, potente.
Salta in avanti con un moto perpetuo che sembra crescere di balzo in balzo, attingendo potenza forse dalle radici dell’inferno.
Avanza e cerca respiro, scalciando frenetico come un impiccato.
L’uomo con la faccia scarna e gli occhi infossati ha mani nodose e secche.
Gli occhi di quest’uomo fissano ogni tanto il danzatore impazzito e in quegli occhi c’è la paura, la disperazione, ma anche la determinazione.
Le dita gialle dalle nocche sporgenti e fredde afferrano e stringono un manico di legno umido e le braccia con i polsi nodosi fanno da perni per il lavoro di leva, come a voler spingere loro due da sole un’enorme locomotiva spenta.
Il fiato esce a nuvole di gocce sottili dal fondo della gola, filtrato dai denti gialli, tinti dai sorsi brevi di caffè tostato sulle piastre delle stufe, dal vino scuro e denso lasciato uscire con parsimonia dall’unica, enorme botte conservata in cantina, dal tabacco acre e pungente che s’aggrappa come colla alle fessure fra dente e dente e fa nido fra i peli sporgenti delle narici.
L’uomo con la faccia scarna lavora con la pelle che gronda pioggia e sale, i pori che buttano rivoli che sembrano nascere direttamente dal centro dello sterno ossuto, dalle pulsazioni frenetiche che gli arrivano alle tempie, dal fango e dal pulviscolo di acqua e terra che il danzatore dannato gli fa piovere addosso senza requie.
L’uomo che non si ferma mai ha memoria limpida delle regole per costruire case solide di sassi scolpiti e fango e le usa per disporre massi su massi.
Ricorda quella regola antica e immortale, fatta di esperienza tramandata, di dettami indiscutibili; è una regola dura, forte e tenace come le mani di chi lo ha preceduto.
E dal centro del suo petto si dipartono le radici; l’uomo dalla faccia scarna le sente.
E sono quelle che lo saldano a quel pezzo di terra ripida e ostile che da sempre sembra voler scalzare ogni presenza vivente per farla rotolare oltre i canaloni, le cenge, le valli infossate nel nulla del buio profondo, scavato nei secoli dai danzatori folli.
Sono quelle le fibre che lo trattengono e che nel corso degli anni della sua testarda esistenza hanno saputo farlo resistere e hanno saputo crescere con il necessario amore, con la necessaria passione e la necessaria disperazione per resistere lassù.
Il suolo che gli si presenta ogni giorno faccia a faccia, senza che egli debba abbassare troppo lo sguardo per vederlo, lo accoglie passo dopo passo anche adesso, mentre il cielo sembra voler piangere tutta l’acqua degli universi; quello stesso suolo sembra ora chiedergli di lasciare che le zolle pesanti gli si aggrappino alle caviglie, per non venir spazzate via, franando laggiù in basso, oltre le rocce nude, oltre i dirupi, le forre, nel buio degli antri sotterranei, per disperdersi poi lontane, troppo lontane.
L’uomo dalla faccia scarna affonda i piedi nel fango e lascia che le zolle disperate si aggrappino alla sua disperazione e intanto continua a lavorare, continua a scavare, continua ad affondare la zappa per incanalare le fruste del danzatore feroce, continua a cercare di dar loro la direzione necessaria perché si allontanino dalle sue mura, dal suo tetto, dai suoi animali, dalla sua gente.
Le braccia sollevano massi e sacchi e tronchi, le mani cercano di rafforzare, di inchiodare, di trattenere e tutto il corpo si fa puntello per non cedere, per non sparire, travolto dalla danza frenetica del danzatore, che ormai continua da troppi giorni e che sembra divenuta perpetua.
L’uomo dalla faccia scarna ha smesso di pensare e da molti giorni ha smesso di sperare guardando dai vetri della finestra; ha capito che non aveva scelta.
L’uomo dalla faccia scarna da molti giorni ormai ha smesso di aspettare, da molti giorni resiste, per salvare ciò che gli appartiene, per salvare ciò che i suoi padri gli hanno lasciato dopo aver resistito a loro volta.

http://dadoveprendoilvolo.wordpress.com/2014/11/18/perche-la-terra-si-ostina-a-franare/

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DI QUELL’ALTRA RESISTENZA

19 pensieri su “DI QUELL’ALTRA RESISTENZA

    1. L’impresa è vana ogni qual volta ci ostiniamo a voler “imbrigliare” e dirigere con la forza gli elementi della natura; è necessaria e ha buone probabilità di riuscire ogni qual volta sappiamo assecondarli, seguirli con grande rispetto. Per fare questo occorre osservarla con la dovuta umiltà, quindi conoscerla bene.

  1. Questo post andrebbe inviato ai nostri politici che hanno permesso si arrivasse a questo degrado, a questo scempio.
    Ma no, che dico, non servirebbe a nulla, non ne capirebbero una parola.
    Altrimenti non saremmo qui a parlarne.

    1. … i politici sono i rappresentanti della maggioranza di noi cittadini. Le responsabilità sono di tutti, ma molta va data a chi tecnicamente ha portato avanti delle scelte in materia di gestione del territorio in vari ambiti, da quello urbanistico a quello di prevenzione in termini idrogeologici. Chi nel tempo è stato a conoscenza degli errori palesi che si stavano perpetrando in tali ambiti nel nostro paese e per questioni di interesse o di comodo se ne è stato zitto, o ha appoggiato la speculazione ed il menefreghismo, ha forse maggiori responsabilità rispetto ad altri, ma nessuno di noi dovrebbe prendersi il lusso di tirarsi fuori. Noi siamo lo specchio dello spazio che occupiamo, perché il territorio assomiglia sempre a chi lo abita; è così anche in natura. Infatti i luoghi più belli in assoluto, a parer mio, sono quelli che non sono stati ancora toccati dall’uomo… certo non sono forse i più sicuri, ma sicuramente i più belli. Non dovremmo quindi nemmeno lamentarci delle brutture che ci circondano, visto che ce le scegliamo quotidianamente, tanto ci siamo abituati. E lo stesso vale per la messa in sicurezza delle aree abitate; molto spesso si tratta di ignoranza, perché abbiamo perso la capacità di leggere il territorio, di riconoscere i segnali di allarme prima che sia troppo tardi. Abbiamo perso il contatto con la componente fondamentale delle nostre esistenze, con i luoghi che ci ospitano. E’ una forma di cecità, di ignoranza che ci costerà cara, questa.

    1. …nel senso che mi potevo risparmiare tutta la parte precedente, vero? 😛 Mi rendo conto, Marta. Sto fatto della sintesi un po’ mi sfugge di mano, ultimamente. Sarà che la questione mi preme in modo particolare e controllo poco la mia tendenza alla grafomania.

  2. Enzo ha detto:

    Invece c’entra, proprio perchè la faccenda ti sta a cuore.Questo strano paese è pieno di gente competente messa in condizione di “non nuocere” e di assoluti imbecilli messi in posti di responsabilità.Se come credo ritieni importante questa problematica ” Noi siamo lo specchio dello spazio che occupiamo, perché il territorio assomiglia sempre a chi lo abita; è così anche in natura.” è tuo dovere scriverne in modo incisivo, fare la tua parte di blogger, colpire e attrarre sulla tua posizione altri blogger. Se ci riesci in versi o in prosa, usando la metafisica delle parole o la loro cruda e nuda essenza, importa poco: in questo caso conta solo che chi legge percepisca subito il concetto di base, ci rifletta e magari ci si incazzi. Questa è la mia opinione ciao.

    1. Io credo, Enzo, che non mi interessa fare sensazionalismo, e un po’ mi ripugnano i metodi da manuale mediatico e giornalistico volti a calamitare l’attenzione delle masse; forse ho torto, perché mi rendo conto che potrebbero essere ben utili se indirizzati ad attirare l’attenzione là dove veramente è importante farlo… sarà che li vedo usare in continuazione per fini futili o peggio, per sviare l’attenzione pubblica da problemi reali, incombenti e scomodi.
      E per di più, Enzo, per scriverne in modo incisivo ci vogliono doti che io non credo di avere. Scrivo a modo mio, un po’ per sfogare l’indignazione, un po’ per sentirmi meno sola condividendo, perchè ritengo importante dire quello che vedo, che so, perché potrebbe essere utile per un fine comune. Il web è un mezzo per poter fare questo, per non sentirsi sempre e comunque impotenti e sconfitti di fronte alla stupidità ed al menefreghismo. Ma non mi illudo; nè in merito all’efficacia delle mie parole, nè alla capacità di prendere realmente coscienza del probelma da parte di chi legge. Diciamo che ho poca fiducia nel prossimo e che non ci posso fare niente. Il punto è che finchè un problema non ci tocca da vicino, per la maggior parte di noi, quello non è davvero un problema… specie se i media ci confermano che è così, liberandoci la coscienza con un po’ di intrattenimento in più. Io so che di alluvioni, di danni a cose e persone e di quei morti che ci sono stati in questi giorni e negli anni scorsi, una volta che ritornerà il sole più nessuno ne parlerà. Lo so, perché ogni anno è così… e nessuno, una volta che torna il sereno, si chiede nemmeno più il perché accadono queste cose. Siamo un popolo che si abitua a tutto, specialmente al peggio. E quando si arriva a questo, mi dici dove si può andare a prendere un po’ di fiducia per cambiare rotta?

      1. Mi piace molto questo tuo commento, e mi sembra corretto esplicitarne anche il motivo, anzi i motivi: è chiaro e immediato e – mi preme sottolineare – onesto.
        Lo condivido in molti punti, al di là degli aspetti che rilevi, tuoi personali, che quindi ti appartengono e non possono essere suscettibili di intrusioni.
        Lo condivido lì dove le tue considerazioni sono riportabili a dati di fatto, a quella che è una realtà odierna.

        1. Mi stai dicendo implicitamente che sarebbe bene se io mi mantenessi sui fatti evitando inutili elucubrazioni. Credo tu abbia ragione, ma c’ho l’indole contorta, così, in generale, mi sa. Eppure pure io mi capisco meglio quando so attenermi ai fatti… è che mi capita poco.

          1. Trovo simpatica, e molto, la tua risposta 🙂
            Mi fa ribadire quell’ “onesto” soprascritto.
            Con rinnovata… stima! (Stima, parola grossa di questi tempi, ma non me venivano altre, abbi pazienza) 🙂

      2. Enzo ha detto:

        Ma io non pensavo di averti invitato al sensazionalismo, comunque, è vero, ognuno di noi scrive quel che può e sente e tu lo hai fatto. Devo dirti che a mio parere era più stimolante la tua risposta che il post. Pensaci e buona settimana.

        1. Ci penso… e son contenta se quel che non mi è riuscito di fare con il post mi è riuscito un po’ meglio con un commento, tuttavia io non disgiungo mai le due cose; i post sono un modo per avere un confronto, per passare da un unico punto di vista, ovvero di chi scrve, a altri punti di vista, ovvero quelli di chi legge e scrive a sua volta. A me piace questo gioco da web, devo dire. Se il confronto avviene, allora il post ha fatto la sua parte, ma di solito è nei commenti che si trova la parte interessante, specie in quelli di chi il post non l’ha scritto. Specie se oltre alle valutazioni, apprezzatissime, per carità, sul modo e sullo stile di chi propone il post, gli altri dicono la loro entrando nello specifico dell’argomento, magari.

  3. Mamma mia, leggere questo pezzo fa venire i brividi. Penso a tutti coloro che in momenti disastrosi come quello di un’alluvione,debbono rimboccarsi le maniche per salvare quel poco rimasto ancora salvabile . Penso a un territorio troppo spesso non salvaguardato e verso il quale non c’è attenzione sufficiente. Non so se esiste qualcuno con un pò di lungimiranza , capace di guardare al futuro e immaginarlo come dovrebbe essere consegnato alle nuove generazioni. Pur tuttavia voglio sperarlo. Un abbraccio di cuore. Isabella

    1. …credo che mettersi nei panni di chi ha subito danni o, molto peggio, lutti per la morte di persone care a causa delle alluvioni, frane, smottamenti degli ultimi anni nel nostro paese, sia molto importante, perché per come è stato trattato il nostro territorio dalle varie amministrazioni e sopratutto dall’inciviltà di noi cittadini, quelli che si possono ritenere “al sicuro” da queste situazioni sono davvero pochi. Non dovrebbe essere così. E se davvero ci troviamo a chiederci “se esiste qualcuno con un po’ di lungimiranza”, se siamo a questo punto, mi vien da dire che le generazioni future avranno ben poco per cui doverci dire grazie. Alla speranza, se posso dire la mia, preferisco la consapevolezza e l’azione concreta che si muove di conseguenza. Contraccambio l’abbraccio.

      1. La speranza è una forma comunque di concretezza.e averne è stimolo per non stare fermi a guardare ma per agire in meglio. Buona giornata con sorriso. Isabella

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