Il contagio

Era uno di quelli che la gente non vedeva; seduto sulla panchina del parco, o sulle gradinate davanti alle chiese, davanti all’ entrata della biblioteca pubblica, o sul solito sgabello da bar abbandonato nell’angolo della stazione centrale.

Era uno di quelli che se per caso la gente si accorgeva per un attimo che faceva parte del paesaggio, pensava fosse uno dei tanti che, con la chiusura dei manicomi, è stato costretto a vivere per strada. Nulla degno di nota, insomma.

Però io, non so perché, lo avevo notato. Lo vedevo spesso, anche, e, cosa strana, mi ritrovavo a volte ad osservarlo da lontano.

In realtà mi ero fatta un’idea alla fin, fine… sul suo conto, intendo; pensavo che lui non si occupava di nulla in particolare e allo stesso tempo vedeva tutto e capiva tutto. Ma non sapevo da dove mi era venuta tale idea. Boh…

Lui se ne stava appostato in qualche angolo in apparenza improvvisato, pensavo io, un po’ come fanno i corvi posandosi sui rami più alti e secchi degli alberi. Se ne stava lì immobile per delle ore, in mezzo al via vai della gente, con quel corpo minuto e tanto fermo da diventare una piccola ombra rannicchiata su se stessa, invisibile, sommersa da una giacca scura, pesante e troppo grande.

Sì, mi dicevo, osservandolo lì, con quegli occhi che anche da lontano si vedeva che erano grandi, e neri, e sempre in movimento, e con la testa che scartava a tratti di lato, proprio come fanno gli uccelli quando notano qualcosa, e beh, sì… osservandolo avevo la netta impressione che lui non fosse un essere umano, ecco. E mi dicevo che era dovuta al fatto che leggevo molti libri di fantascienza in quel periodo… così mi dicevo.

Cioè, voglio dire, avevo come la sensazione che in lui ci fosse qualche cosa che non riuscivo a spiegarmi e che gli umani non hanno, ecco. Ne ero sicura. Ero sicura di questo… più o meno.

E io, che non capivo bene come mai, ma lo avevo oramai individuato come mio elemento d’osservazione prediletto da alcune settimane, tutte le sere, quando finivo di lavorare e facevo i miei giri da dipendente stressata con l’urgente necessità di svago e sfogo dopo interminabili giornate spese a buttar sangue sulla scrivania di un’azienda che stava per fallire, ecco… io quando lo vedevo da lontano, quando vedevo la sagoma di lui appostato da qualche parte, mi rasserenavo un po’, quasi subito, ogni volta, al solo percepirlo con gli occhi. Mi faceva questo effetto benefico, lui così sporco, evitato e solo, di un’età indefinibile, tranquillo e concentrato.

L’impressione che avevo guardandolo, ogni tanto, era che lui seguisse una melodia afona, una danza invisibile che aveva luogo nella trasparenza dell’aria circostante e fatta di refoli di vento… lo si capiva dagli occhi, da come si perdevano a fissare, si sarebbe detto, qualcosa che stava dietro, dentro, e che poi all’improvviso si muovevano veloci, come a inseguire qualche cosa che fuggiva via, chissà come e chissà dove.

E quando accadeva questo, avevo notato che la gente che gli passava accanto si scostava, si allontanava un po’, forse senza saperlo, senza rendersi conto, come colti da un senso di paura, o di disagio, chissà!

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Un giorno di mezza estate, mentre lui se ne stava sulle gradinate della chiesa a fissare il vuoto in quel suo modo strano che a me faceva tanto bene, mi stavo gustando una granita seduta ai tavolini del bar antistante. Deglutivo e lo osservavo, e all’improvviso mi si affacciò un pensiero che mi lasciò un profondo senso di inquietudine frammisto al sapore di fragole.

Pensai per un attimo, solo per un attimo, che quegli occhi attenti e vigli, che percepivo da lontano,che quel tipo di sguardo non era tanto una ròba normale. Pensai, sulla scia delle mie letture, che quegli occhi appartenessero a un altro tipo di essere, distante e molto diverso da quello umano. Sì… pensai questo, ricordo.

Questo pensiero mi spaventò e lo controllai subito scartandolo con un sorriso. E in quell’istante mi resi conto che anche lui mi stava guardando da lontano e che annuì, come se fosse soddisfatto di me, o di qualche cosa di me che gli pareva degno di nota.

No, no, mi dissi mentre mi stavo alzando per andarmene, quello lì era un essere umano, non c’erano dubbi! Chissà come mi era venuta un’idea tanto folle! Forse un essere umano particolare, quello sì, ma certo era di questo mondo.

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Una mattina di novembre, mentre gli passavo davanti e lui era appostato tutto raggomitolato sul muretto alla base dei portici, avvolto nella sua giacca nera, lo salutai. Mi venne così: un ciao istintivo.

Era la prima volta; non lo avevo mai fatto prima. E da quel che mi ricordo, non avevo mai osservato nessuno che lo salutasse, ma mi resi conto di questa cosa solo in quell’istante, quando dissi quel ciao spontaneo e sorridente.

Lui non disse nulla, ma alzò lo sguardo e fu la prima volta che lo vidi così da vicino, che vidi davvero quei due laghi neri nei quali mi sembrò per un istante di cadere, e dai quali mi allontanai un po’, quasi subito, presa da una leggera vertigine. Avvertii distintamente un profumo dolcissimo che riconobbi, ma non seppi definire e che mi stordì ancora di più.

E’ il profumo dei mughetti eforse un po’ di cannella, mi disse. Sì, dissi, mughetti e cannella… è vero.

Non chiesi da dove veniva quel profumo, ma sentii la sua voce e mi parve di dovermi concentrare solo su quella; era leggera, quasi un soffio, un po’ afona; la voce di chi non parla da molto, molto tempo.

E poi avvenne: lui sorrise all’improvviso in quel modo incredibile. Un sorriso bellissimo, completamente sdentato, ma un sorriso con il quale fermarsi e con il quale mettersi a chiacchierare un po’, lasciando che tutto il mondo attorno scorra alla velocità che più gli piace, perché in quell’istante sentivo che nemmeno il tempo ci poteva toccare, a me, a lui e al suo sorriso.

Era una sensazione di gioia indicibile e arrivava da quegli occhi profondi e oscuri e non capii bene cosa stava succedendo, solo capii che ci stavo bene in quel sorriso, ci stavo davvero bene lì dentro.

Venne la sera e io non mi resi conto. Davvero non mi resi conto del tempo che era passato. Lui ad un certo punto mi disse che doveva spostarsi, perché il sole stava allungando l’ombra del campanile e fra un po’ sarebbero uscite le vecchiette dalla chiesa. Va bene, gli dissi a malincuore, ci vediamo domani. Lui non disse niente, si alzò e si allontanò in quel suo modo speciale, come gli avevo visto fare tantissime altre volte.

Non ci eravamo detti quasi niente, pensavo, eppure erano passate delle ore. E io non capivo come poteva essere successo. Eppure l’orologio mica raccontava balle, e nemmeno il sole che era ormai quasi sceso del tutto!

Lui si mise sui gradini all’entrata della chiesa e di nuovo divenne il piccolo uomo che avevo osservato per tante settimane da lontano. Pensai che si era fatto tardi. Lo pensai con una grande malinconia nel cuore e mi avviai verso casa.

Le vecchiette nel frattempo uscirono curve dal portone della chiesa, un po’ piegate in avanti, alcune ancora con il capo coperto da un pizzo, altre sotto braccio a qualche compagna silenziosa. Serie, concentrate, mi pareva. E lui lì, invisibile, fermo a seguire la danza meravigliosa del vento.

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Quella notte feci un sogno e verso le due mi svegliai. Mi ricordai all’improvviso del mio nuovo amico con gli occhi neri e con il sorriso che non era di questo mondo. Mi chiesi se era accaduto, se era vero. Il ricordo di quel volto sdentato e bruciato dal sole, dagli occhi che non erano di questo mondo, mi fece sorridere. E pensai che era da molto tempo che non sorridevo così, fra me e me.

Che mi sia rincretinita? Mi dissi con una punta di cinismo… e anche questo mi fece sorridere. Sì, mi son rincretinita, mi dissi… più del solito.

E pensai che nelle ultime ore mi era già successo diverse volte sta cosa; non di rincretinirmi, ma di sentirmi di buon umore. E questo pensiero mi rese ancor più contenta; stranamente, inspiegabilmente contenta… chissà di cosa, poi, pensai… e intanto sorridevo ancora.

Mi alzai e mi feci una tisana, visto che il sonno non tornava.

E mentre il cucchiaino rigirava il miele nel liquido caldo, mi avvolse un altro pensiero, così, all’improvviso; e fu la spiegazione. Era na ròba fuori da ogni logica, mi dissi, ma chissà perché sentii che era esattamente quella la spiegazione di tutto quello che mi era successo e che, sì, sì; doveva essere proprio così.

Pensai che gli occhi del piccolo uomo solitario e senza denti offrivano tutti i sorrisi del mondo; pensai che in quel giorno mi ero sentita così bene, così felice, perché avevo visto in una volta sola ed in un unico sguardo tutti i sorrisi mai fatti affiorare, mai regalati, mai lasciati scivolare sui volti contratti degli umani corrucciati, preoccupati, distratti da se stessi, dai propri pensieri cupi, paurosi, ansiosi.

Pensai che negli occhi di quell’uomo erano racchiusi tutti i sorrisi mai nati, tutti i sorrisi soffocati, che avevano spinto per vivere e che erano stati rimandati ad un mittente invisibile e deluso; tutti i sorrisi nascosti da altri sorrisi non veri, non vivi, relegati per questioni di circostanza ad attimi successivi e poi dimenticati.

Pensai che erano tutti lì, tutti insieme, avvolti in quegli occhi neri e meravigliosi, di quell’ uomo che si appostava per catturarli, per non lasciarli soli e per renderli a chi poi voleva accoglierli.

Pensai che lui mi aveva regalo tutto questo, tutto in una volta sola. E mi sentii davvero fortunata, immensamente fortunata, perchè lo avevo incontrato e lui mi aveva fatto quel regalo incredibile e fantastico. Mi sentii felice mentre mi infilai sotto le coperte e mi ripromisi di andarlo a cercare il mattino seguente, appena sveglia.

Il giorno dopo lo cercai a lungo, lo cercai per tutto il giorno e poi fino alla sera, girando tutta la città e anche le periferie.

Quando la luce stava allungando l’ombra del campanile, mi resi conto che non lo avrei trovato. Non quel giorno e forse nemmeno il giorno successivo. Mi sentivo triste e delusa e forse un po’ tradita, perchè pensavo che ormai, dopo tanti giorni che avevamo passato a guardarci da lontano, eravamo diventati amici e mi parve una cosa scorretta da parte sua sparire così. Mi venne un po’ di magone.

Poi pensai al suo regalo, a quegli occhi e, manco a dirlo, mi venne da sorridere, ancora, di nuovo. Mi parvedi vedere il vento danzare, lì, nell’aria, tutt’attorno al campanile e sentiii che dentro sistavano accumulando sorrisi. Le vecchiette stavano uscendo contrite e serie dalla chiesa, il cameriere del bar stava pulendo cupo ed assorto i tavolini ed un cane solitario stava inseguendo lentamente la sua ombra sul selciato della piazza.

Mi venne da sedermi un po’ lì, solo per un po’, a godermi la sensazione e penso di esserci rimasta più del previsto. Poi ho deciso di spostarmi in un altro posto della città, per cercare altri sorrisi non nati, simili a quelli che avevo raccolto lì nella piazza.

Fu così che cominciò.

Adesso mi muovo spesso da un luogo ad un altro della città e quando vedo dei sorrisi che vorrebbero vivere e, per qualche strano motivo la gente lascia cadere nell’ombra, ignorandoli, fingendo di non sentirli, beh, li raccolgo. Così, quando ne avrò l’occasione, li regalerò a qualcuno.

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10 pensieri su “Il contagio

  1. nicotano ha detto:

    racconto davvero bello e avvincente; qui “Il giorno dopo lo cercai a lungo, lo cercai per tutto il giorno e poi fino alla sera, girando tutta la città e anche le periferie.” ho intuito come sarebbe andata a finire.

  2. Sono certa che tu ne abbia gia’ regalati qualcuno!
    Mi ha colpito l’ assenza di parole tra loro.
    Solo un ciao e un sorriso.
    Quanta vita ci puo’ essere dietro ad un ciao ed un sorriso o il contrario di essa.
    Sono certa che i regali di un certo tipo rimangano per sempre.
    Buonanotte

    1. Sì, Egle… è scritto in prima persona, ma mi riguarda solo perché io l’ho riportata, sta storia logorroica. 😀 E hai ragione: ci son cose che nessuno ci può togliere, purché ci ricordiamo il valore che hanno. In buona sostanza, in fin dei conti… si può sorridere anche se si ha a che fare con qualche deficiente, per dire, purché si trovi un buon motivo per farlo. E un buon motivo si può trovare sempre…

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