(2) La stanza

Non solo si era instaurato in lei un ritmo metabolico simile ai processi di fotosintesi che avvengono nelle piante e che la costringevano a spostarsi continuamente, rannicchiandosi in cerca del calore dei raggi di sole che entravano nella stanza, ma nemmeno conosceva più opposizione agli elementi esterni, tutt’altro; ciò che avveniva attorno a lei, faceva parte di lei e non poteva fare altro che lasciare che accadesse come si lascia che il sangue scorra nelle vene. Nessuna resistenza.

Lei non se ne ricordava, adesso, ma tutto era cominciato ben cinque anni prima e precisamente il giorno di ferragosto del 2002; uno di quei giorni in cui l’afa torrida rende tutto troppo umido ed anche la luce diventa opprimente, pesante e le persone cadono a volte in uno sconvolgimento mentale che libera gli istinti più bestiali e abominevoli. Così avvenne anche quel giorno di cinque anni prima.

Lei non ne sapeva più nulla, non si ricordava più di niente. Il ripetersi ritmico del battito che le scorreva nel profondo non sembrava appartenerle e tutt’attorno sfumavano le percezioni dei sensi, obnubilate dall’azione chimica delle pillole colorate che assumeva con una disciplina commovente, sospinta da un moto interno dei gesti regolare, meccanico e inconsapevole.

I farmaci le consentivano di immergersi in quella realtà sospesa fra il nulla ed il niente e forse di non rendersi davvero conto dei cambiamenti intimi che stavano avvenendo in lei, nel labirinto profondo del suo essere, al centro di quel suo guscio di noce che ormai si stava assottigliando.

La terapia farmacologica che le avevano somministrato  da quando era rinchiusa in quel posto avrebbe debilitato un animale di stazza ben più importante della sua. Lei era leggera, sottile, a volte sembrava dissolversi. Non aveva ceduto; aveva subìto una metamorfosi interna, intima, invisibile che l’accomunava alla nebbia che muta e si dirada, divenendo perennemente altro e quindi non potendo essere davvero nulla e nel contempo potendo essere tutto; non si può debilitare la nebbia.

Nei momenti di maggiore lucidità visualizzava se stessa come l’interno labirintico del guscio che la conteneva e chiamava a raccolta le sue forme, ne seguiva il senso sinuoso, toccando con la mente le linee curve e levigate che s’addentravano nel suo essere, ripetendo il percorso in un cerchio chiuso, immersa in una carezza consolatoria ed eterna che aveva la medesima dolcezza e levità delle foglie appena nate, quando hanno quel colore tenero, soffuso e sospeso.

Lei aveva resistito guardando fuori dal suo guscio, attraverso i vetri della grande finestra e poi oltre le solide inferriate. Ogni tanto e suo malgrado era riuscita a uscire dalla stanza non solo con lo sguardo, ma anche con il pensiero e quando accadeva, percepiva ciò che vedeva in maniera sufficientemente netta da crearle una sorta di assuefazione. Venne quindi il tempo in cui lei sentiva di volerne ancora e poi ancora di quella realtà esterna; era quella l’unica fonte di stimoli reali che permettevano alla sua mente di divincolarsi dal vuoto, dagli anfratti invisibili impregnati di sostanze chimiche che la contendevano e la plasmavano.

Fuori, oltre le inferriate della finestra, c’era un grande giardino, delimitato da un’alta siepe. L’erba nei mesi caldi veniva rasata da un uomo in tuta blu che faceva avanti e indietro provocando il saltellare caotico di cavallette e altri insetti e sospingendo uno strano attrezzo rotante e rumoroso. Quell’uomo si occupava anche delle aiuole e di un grande roseto che lei guardava fiorire di giallo vivo in primavera e sfiorire nell’ocra mattone in autunno.

Nei mesi caldi seguiva attenta e suo malgrado il via vai indifferente di quel personaggio in movimento; per lei non era che un manichino blu senza volto, faceva parte del paesaggio ed era interessante quanto l’ondeggiare di un ramo secco della pianta di rose in attesa di essere potato.
Ma c’era qualche cosa di ben più interessante lì fuori.

(continua)

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(2) La stanza

4 pensieri su “(2) La stanza

  1. Una vita vissuta al di fuori della realtà, ma c’è un particolare che invece attira l’attenzione della protagonista, non l’uomo in tuta blu che è praticamente inesistente per lei, ma qualche cosa di…. misterioso, perché se non ce lo dici tale rimane…. e così ci lasci ancora con la curiosità di sapere cosa succederà.
    Bravissima, sai tenere alta l’attenzione verso questo racconto con un mistero che difficilmente non incuriosirebbe un lettore, anzi io direi che fa aumentare la curiosità e di tanto anche!!
    Serena notte e alla prossima puntata….. presto presto 🙂
    Ciao, Pat

    1. E’ la condizione consolatoria di un’esistenza che deve per forza di cose smussare le frastagliate e aspre avversità che l’hanno travolta suo malgrado, Rodixidor. L’animo umano è capace di mirabolanti voli pindarici pur di non soccombere a se stesso.

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