(3) La Stanza

Il grande faggio distava pochi metri dalle inferriate della sua finestra e lei aveva pensato spesso che se un giorno avesse proteso uno dei suoi rami verso di lei, allora lei avrebbe potuto addirittura toccarlo attraverso il vetro spesso e resistente. Questo pensiero da un po’ di tempo le posava un senso di pace in fondo all’anima, una sensazione di placida fiducia di cui era grata. Ne sentiva addirittura l’odore di legno vivo e fresco attraverso i vetri perennemente chiusi e lasciava che quel tempo di linfa fluida le scivolasse addosso, mentre lei vagava con lo sguardo fra la miriade di deviazioni di linee e forme innescate dai giochi di foglie e  rami fitti. Si sperdeva fra quelle foglie e fra i rami spogli in inverno e poi di nuovo nella luce che filtrava fra le gemme tenere delle nuove stagioni; una luce che la rapiva, distogliendola dal nulla che in quei momenti, a tratti smetteva di gelarle dentro.

Guardava nello stesso modo i fili d’erba del prato che al mattino erano coperti dai riverberi cristallini delle gocce di rugiada; li osservava a lungo e li vide innumerevoli volte asciugarsi e poi, durante il giorno, muoversi un po’, ridendo, solleticati dall’aria leggera.

Non aveva mai messo materialmente piede su quell’erba, in quel giardino, e non aveva mai razionalmente potuto vedere che cosa c’era oltre quella siepe che lo delimitava e che nei giorni di sole raggiungeva l’azzurro del cielo, mentre nei giorni di pioggia incontrava il grigio delle nebbie.

Era grazie a quella visione, a quelle presenze vive e silenti che lei resisteva e aveva cominciato a maturare quel cambiamento intimo, speciale e invisibile.

Anche adesso che era nata l’ennesima primavera e che le gemme si erano già schiuse da qualche giorno, le foglie cominciavano ad allargarsi nei colori teneri della luce, e con loro sembravano protendersi alla luce anche le percezioni che lei provava nei momenti più intensi, quando il colore le riempiva gli occhi. In quei momenti riusciva a distogliere se stessa dal pesante stato di spossatezza farmacologica.

La porta era sempre chiusa a chiave, però di giorno le pareti bianche della stanza, il tessuto opaco delle lenzuola, la ceramica lucida del lavandino rimandavano una luce soffusa e malinconica che si diffondeva ovunque, imbevendo tutto dei colori tenui e riflessi che venivano da fuori. Per anni non si era mai resa conto di tutto questo; ora, da alcune settimane, lo percepiva distintamente e sempre più forte. Le dava forza quella luce bagnata di colore, tranne che nei giorni di pioggia, quando il grigio spingeva per entrare e copriva tutto di una polvere stanca e intrisa di cenere pesante.

Quando il tempo era di un colore cupo, lei si sentiva oppressa da un peso che le sembrava terra battuta accumulatasi lentamente come neve bagnata sul petto; allora, in quei momenti lei si lasciava cadere all’indietro, di nuovo, verso il baratro che l’aveva ospitata per tanti anni, inerme, avvolta nelle proprie braccia, accovacciata nell’angolo più riparato della stanza, e lì aspettava.

Poi, quando i raggi più caldi del sole ritornavano a rendere più dolce l’aria, anche lei si muoveva un po’, proprio come fanno le piante o i fili d’erba lasciati a lungo senz’acqua e salvati da una pioggia improvvisa e provvidenziale.

Viveva scalza da anni, vestita da una lunga camicia da notte di flanella in inverno e di cotone leggero in estate. La camicia e le lenzuola le venivano cambiate una volta ogni tre giorni; lei accoglieva chi entrava nella stanza due volte al giorno con movimenti rassegnati e lo sguardo fisso e inerme, lasciando che le mani anonime e sbrigative di quelle inservienti senza odore e senza volto, la spogliassero e le portassero via con i vestiti parte del suo sudore e piccole lamelle invisibili di pelle. Era un rito che si ripeteva con la stessa indifferenza che si può prestare al levare di una tovaglia dal tavolo una volta finito il pranzo.

Si lavava da sola con il sapone che le lasciavano sul bordo del lavandino e che aveva il colore del marmo di quelle sculture levigate che forse in un altro mondo, in un altro tempo aveva tanto amato,ma di cui ora non aveva memoria, non realmente.

Durante le interminabili abluzioni mattutine lei si osservava a lungo la pelle delle braccia, delle mani affusolate, delle lunghe gambe sottili e ormai prive di muscoli; si osservava il costato smagrito ed i rilievi tirati della pelle che le ossa le formavano all’altezza delle clavicole e dei fianchi; si passava i polpastrelli sulla nuca rasata e a volte rimaneva lì così, immobile e nuda, con le mani della mente immerse nei folti capelli lunghi che le avevano tagliato quando era arrivata, mentre i piedi sostavano immersi nell’acqua sempre più fredda della tinozza.

Non avrebbe smesso mai di lavarsi. Pensava che mentre si lavava si sentiva un po’ più leggera; pensava che se si fosse lavata davvero bene, avrebbe anche potuto trovare una forma anatomica diversa, come in una specie di metamorfosi larvale dalla quale si esce con delle ali che hanno solo bisogno di asciugarsi un po’ prima di aprirsi e permettere di spiccare il volo.

Per lei era quello il modo per riprendersi un corpo che per la maggior parte del tempo svaniva nel nulla, assorbito dal niente, avvolto da luci e ombre senza nome che prendevano linfa dalle effimere e lontane terre avvolte nella nebbia della sua mente.

Avrebbe voluto uno specchio, perché a volte pensava di non avere una schiena e avrebbe voluto vederla, osservarla, sincerarsi che vi era ancora quella parte anatomica che la sosteneva. Gli specchi però non erano permessi; era la regola. Allora lei provava a guardarsi riflessa nei vetri della finestra. Le veniva rimandata un’immagine frammentata e sfuocata; sì, pensava, quella figura inesistente sono io.

Sentiva che la sua pelle era troppo sottile e troppo fragile e pensava che doveva pulirla, pulirla bene e renderla in qualche modo più forte.

I suoi pori così esposti e sempre troppo aperti ad un mondo vasto e sconfinato che le pareti asettiche della stanza non potevano certo contenere, o tenere lontano, le davano un senso d’ansia soverchiante. Ma aveva le medicine e con quelle i suoi pori un po’ si chiudevano e lei poteva resistere.

E poi c’era l’ombra, la sua ombra, che lei non riusciva a riconoscere, ma che tuttavia le piaceva, come le piacevano i movimenti di quegli esseri lì fuori, del via vai degli insetti lungo il tronco ed i rami del faggio. Pensava spesso che quella che vedeva riflessa sulle pareti o sul pavimento bianco era la sagoma di una noce senza guscio, una noce scura, a volte grigia e sfumata dal colore invisibile.     

Negli ultimi tempi le avevano permesso di usare i pastelli e la carta che sua madre le aveva inviato  anni prima, quando la rinchiusero in quel posto. La madre disse agli uomini vestiti di bianco che lei non sapeva stare senza disegnare; ma all’epoca gli uomini vestiti di bianco non avevano ritenuto opportuno farle avere nulla che provenisse dal suo mondo esterno. Lei di tutto questo non seppe mai nulla, non si rendeva conto di niente, non si ricordava di nulla.

Erano dei pastelli semplicissimi, come quelli che usano anche i bambini, di quelli che all’occorrenza si possono lavare via con un po’ d’acqua e sapone. Sembravano così innocui, eppure gli uomini vestiti di bianco dissero che per lei erano pericolosi.  

Quando l’uomo vestito di bianco dopo tutti quegli anni decise che poteva consegnarle i pastelli ed i fogli per disegnare, entrò nella sua stanza, appoggiò i fogli sul tavolo e mise la scatola di pastelli nelle mani di lei che li accolse con lo sguardo fisso, la testa china; poi l’uomo vestito di bianco rimase lì e la osservò a lungo rimanendo in silenzio.

Quando vide che lei non ebbe alcuna reazione, uscì, lasciandola sola con i pastelli ed i fogli bianchi ad osservarla dal ripiano del tavolo.

Allora lei, quando fu di nuovo sola, si sedette sul letto, prese i fogli e disegnò dei gusci di noce.

Poi prese i fogli disegnati e li nascose dietro la testiera del letto, perché non glieli portassero via.  

Di notte, da un po’ di tempo, la venivano a trovare i topi e le civette; lei i topi li sentiva zampettare sul lenzuolo mentre dormiva e poi infilarsi sotto le coperte, accoccolarsi dietro le sue ginocchia e nell’incavo della nuca. Si mettevano lì e poi si addormentavano, condividendo il suo silenzio ed il suo respiro. Avevano l’odore dell’aria fredda d’inverno, l’aria che in primavera si sente solo di notte.

C’era un topo molto piccolo con gli occhietti neri ed il pelo rossiccio che una notte le aveva chiesto se poteva rosicchiare il guscio delle sue noci, perché aveva fame. Glielo disse con una voce sottile da piccolo topo, appena sussurrata all’orecchio. Lei ci pensò un attimo ed ebbe una sensazione strana, ma poi, in uno slancio di generosità incontenibile, gli disse di sì, che poteva, che tutte le noci che aveva disegnato erano sue e poteva rosicchiarle tutte.

Gli disse che poteva rosicchiare tutte le noci che voleva e che gliene avrebbe disegnate molte altre e lui avrebbe potuto rosicchiare anche quelle. Fu da quel momento che lei cominciò a sentirsi più leggera e che qualcosa di inspiegabile e magico in quella stanza cominciò davvero a cambiarla e a cambiare.

(continua)

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(3) La Stanza

15 pensieri su “(3) La Stanza

  1. io non riesco mai a trovare il tempo di leggere post così lunghi.
    ma questo, a costo di fare tardi a scuola, l’ho letto.
    E ne sono felice.
    E’ magnifico. Come gli altri.
    Forse più degli altri 2…

    Forse…
    Non so.

  2. Le forme, i colori, le linee per riconoscere l’esterno e sé stessa, descrivi una mirabile operazione: il vegetare diventa vivere attraverso la consapevolezza. Mirabile anche il delirio tra topo e disegni, il nebuloso confine tra realtà e percezione. Molto bello.

    1. Lei sta rinascendo, in un certo senso; si sta riprendendo il mondo creandone uno suo… ma dove la porterà tutto questo, non so ancora. La realtà esiste nel momento in cui il pensiero la crea. E tutti abbiamo una realtà solo nostra, che è lo specchio dei nostri pensieri, anche se ci illudiamo che la nostra sia la realtà di tutti, non è così. Ognuno si crea il suo mondo attraverso i propri pensieri. Lei lo fa a modo suo; la fonte sono le esperienze vissute ed è sempre così. Dovremmo fare in modo che le nostre esperienze siano meravigliose per poter creare dei mondi altrettanto meravigliosi. Altrimenti dobbiamo aspettarci altro… qualche cosa di meno meraviglioso, forse.

  3. Un mondo tutto nuovo, in quell’asettica stanza che l’ha separata per sempre dalla realtà, lei sta creandosi un mondo tutto nuovo e in questo l’aiuta la natura che vede dalla finestra. Poi ritorna al disegno dopo tanti tempo e disegna proprio ciò che vede nel suo nuovo mondo, infine nuove amicizie, topolini che parlano, uno in particolare che le chiede cibo, cioè le noci che ha disegnato!!
    Bello, diventa sempre più interessante, perché non sai mai cosa possa capitare!
    Ora vado a leggere la quinta parte 🙂
    Ciao, Pat

    1. La richiesta del topolino è una richiesta di fiducia. Lei acconsente e così, piano, comincia a guarire, a modo suo, con i mezzi che ha. Spero che il resto non ti annoi, Patrizia.

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