Afa

Ho visto un tritone alpino infilarsi nell’ampolla globosa dei miei pensieri botanici e l’ho invitato a farci il nido; ha preferito dormirci un po’ e tornare al suo stagno.

Ho goduto per qualche minuto della sua presenza e l’ho ringraziato ad occhi chiusi; mi adagio sull’amaca dell’ incertezza e sonnecchio di inquietudine silente.

Temo spesso di perdere il filo e mi rendo conto che le maglie larghe dei limiti di un esistenza sono comunque sempre troppo strette; mi vien voglia di liberare le mie possibilità con una sforbiciata netta e irreparabile.

In queste giornate afose spalanco finestre all’improbabile e a mia insaputa continua a girare il refolo solitario delle malinconie represse dal delirio di sopravvivenza.

Un tempo criticavo la sgradevolezza che emergeva nell’immobilità; ora la osservo stando appostata sul ciglio di un muro di cinta fin troppo alto.

Nel tormento del nulla riaffiora sempre lo stupore per la leggerezza; è rassicurante.

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