Mi voglio pensare come mi pare

L’illuminante percezione di non essere nient’altro che quel che sarò mi ha svegliata all’alba e, si sa, di questa stagione l’alba è buia, quindi non so se l’illuminazione fu un sogno o reale realtà. Finché non mi pongo il problema il problema non esiste; finché non penso, non creo. Tanto vale pensare bene e creare bene, o pensare bello e creare bello. Mi ricordo di quando annaspavo nella feccia; me ne ricordo, ero io, oppure ero io che mi pensavo nella feccia e così nella feccia ci stavo davvero, o per finta, questo non lo so, non me lo ricordo. Adesso che mi son svegliata in un’alba buia d’illuminazione, mi voglio pensare morbida di nuvole, leggera, magari con un vessillo di piuma calda e soffice,una coperta di batuffoli candidi di puro pulviscolo d’aria. Mi voglio pensare come quando si cammina sui sentieri coperti di foglie di castagno e faggio, mentre gli alberi sono caldi ed esplodono di giallo, rosso, ruggine e ocra preziosa tutt’attorno e ti sembra di appoggiare i piedi sulle corolle delle gerbere in estate. Adesso mi voglio pensare libera, anche da me stessa, che son la parte che ha più catene da mettermi addosso, io. Mi voglio pensare senza catene, adesso. MI voglio pensare come quando si sale verso l’aria dopo uno sposalizio fatto di damigelle che volano radenti e velocissime sugli specchi d’acqua e le ninfee esplodono al sole. Mi voglio pensare come la cellula che porta sorriso e vigore, dolcezza, sinfonia, vibrazione d’acqua tiepida e generosa. Mi voglio pensare com’è la parte migliore di quel che sarò; solo così, adesso, mi voglio pensare.

Mi voglio pensare come mi pare

Il manoscritto dei misteri

Mi sfaldo e sono terra fragile, polvere, cenere; volo via fra folate di vento, e poi torno, invisibile. Decifreresti le mie volute fra un rigo e l’altro solo se tu sapessi vibrare come le felci a vento fermo, rigirarti a spirali perfette, mutare in croccanti fibre secche, fragili e morte. Non sei fra le mie lettere e hai chiavi ossidate, prive di serrature facili dove infilarti; per te sono un manoscritto indecifrabile e sei buffo nel tuo arrovellarti fra codici improbabili e logiche inefficaci. Chiediti quali sono i sentieri che ho percorso, se ci tieni; non arriverai a me, ma potresti provare la soddisfazione di perderti per non più ritrovarti, e per una volta i tuoi non sarebbero passi sprecati, credimi; potresti stupirti di quanto è magnifico non riuscire più a ritrovarsi, se la strada nuova che trovi è un po’ più tua, un po’ più vera, viva e sincera. Farai molta più fatica, o forse nemmeno; forse ti lascerai sedurre dalla tua via di lettere vere e sarà facile innamorarti, cedere e finalmente vivere i sogni e sognare di perdere passi e serrature vuote, come negli incubi peggiori, dove se va male, potresti salvarti e rinascere.

Il manoscritto dei misteri

Movimento primo

Arriva di notte. I mantelli neri avviluppano ed il tremito delle falene scompare in posizione sovrapposta e composta, silente. Si acquieta di sospiri lenti, lunghi, sottili e le ombre dei rami secchi si fanno cenere fossile. Toglie i semi dai melograni, per infilarli con pazienza nelle crepe dei roveti, fra le pietre calcaree ed i rumori spenti delle cicale in letargo. Tesse geometrie proteiche a fa bozzolo all’anima. Socchiude appena l’uscio a refoli tiepidi di tangibile e pulviscoli di luna spostano impercettibilmente la chioma. Il movimento, la vibrazione impercettibile dell’erba asciutta, stanca, distesa, scura. Mi viene il risveglio dell’autunno in questa spenta estate.

Movimento primo

A volte…

C’erano delle volte che nemmeno sapevo dov’ero, e cosa stessi facendo, e dove stessi andando… e quelle volte erano la maggior parte delle volte… e non è che da quelle volte, sia cambiato poi molto, a dir la verità. Delle volte mi pareva di starmene al posto giusto nel momento giusto e nel giusto modo, ma durava poco; poi tornavo nel dubbio e con il dubbio m’imbulimivo nuovamente di illusione. Mi illudevo di starmene nel posto giusto a fare la cosa giusta nel giusto modo… continuamente. Allora era così, delle volte. Adesso non saprei…

A volte…

Mi aspettavo altro, lo confesso

Da te mi aspettavo altro, lo confesso;

mi aspettavo che avresti saputo capire di me ciò che io non so nemmeno vedere, e che me lo spiegassi nei dettagli, perlomeno.

Mi aspettavo che mi prendessi sul serio, e non tanto per dire, e che una volta presa(mi) come conviene, ti prendessi tutte le responsabilità del caso, anche quelle che non mi sarei mai e poi mai presa io fossi stata al posto tuo, non c’è bisogno di dirlo, ma te lo devo dire lo stesso.

Da te mi aspettavo quella maturità che non ho mai maturato di mio, perché se l’avessi maturata di mio, che bisogno c’era di aspettarmi la stessa medesima maturità da te, eh?!

Da te mi aspettavo una dichiarazione palese, ma contenuta; chiara, ma non troppo esplicita; romantica, ma non svenevole; diretta, ma non imbarazzante! Eccheccevò?!!

Da te mi sarei aspettata quel mazzo di rose non rosse, ma rosee; non spinose, ma nemmeno finte; non pretenziose, ma perlomeno eleganti; non scialbe, ma nemmeno volgari… delle rose un po’ girasoli, un po’ tulipani, ecco… un mazzo di rose così, almeno questo!

Da te mi aspettavo la profondità pacata di chi sa cogliere l’essenza profonda dell’esistere cosmico, senza cadere nell’effimero sragionare logorroico del filosofo new age!

Da te mi aspettavo quel tocco magico dell’uomo concreto alla Mister Wolf, pratico e pragmatico, che sa risolvermi le situazioni mediocremente contingenti del quotidiano, ma senza annoiarmi facendomi accorgere che il quotidiano, effettivamente, esiste.

Da te mi aspettavo il filo di follia che all’occorrenza sa trasformarsi in esplosiva creatività, ma senza che questo ti facesse sfavillare troppo, coprendo con la tua ombra la mia incommensurabile persona.

Sì, insomma, non volermene, ma devo dirtelo: da te mi aspettavo altro, ecco.

 

 

Mi aspettavo altro, lo confesso