(5) La Stanza

Anche quel mattino le donne senza odore e senza volto entrarono nella stanza mentre lei stava ancora dormendo; appena ebbero messo piede oltre la soglia si fermarono sbigottite.

Lei era raggomitolata nel letto e stava dormendo; ancora una volta non le sentì nemmeno e non si mosse.

Una delle due donne uscì correndo e pochi minuti dopo arrivarono anche due uomini vestiti di bianco. Uno di loro le si avvicinò e le mise una mano sulla fronte, ma lei non lo sentì e continuò a dormire.

Stava lì distesa, raggomitolata su se stessa, con le mani, le braccia ed il volto sporchi di colore; anche le lenzuola e la camicia erano imbrattate di carboncino e di colore.

Tuttavia, la cosa più straordinaria fu quello che gli uomini vestiti di bianco e le donne senza volto videro sulle pareti della stanza. Non si capì come ci fosse riuscita nell’arco di una sola notte, ma lei aveva dipinto tutte le superfici delle pareti con dei disegni incredibili, spaventosi, assolutamente realistici, inquietanti e meravigliosi.

Figure di piante intrecciate dai fiori bellissimi, arbusti, animali di ogni sorta; una specie di giardino bucolico e romantico, ma carico di colori violenti e di decorazioni che gli conferivano un’atmosfera sublime e inquietante. La parete frontale al letto dove lei dormiva era in assoluto la parte più cruda, mostruosa e di forte impatto di quella finestra spalancata su un mondo incredibile.

Dopo aver osservato in silenzio e per lunghi minuti sospesi nello stupore le pareti dipinte, gli uomini vestiti di bianco e le donne senza volto si riebbero e si guardarono l’un l’altro; le espressioni erano fra lo stupore e lo spavento, l’inquietudine. La lasciarono dormire, ma prima di andarsene qualcuno pensò di fare delle foto a quelle pareti trasformate miracolosamente in un’opera d’arte come non si era mai vista nell’arco di una sola notte.

Verso mezzogiorno lei si svegliò; nella stanza non c’era nessuno e la luce che entrava dalla finestra era quella di una giornata di sole. Prese le medicine dal comodino, le ingoiò e  poi si guardò attorno; mentre gli occhi offuscati dall’effetto dei farmaci e dal lungo sonno cominciavano a mettere lentamente a fuoco le forme sfumate del giorno, lei si ricordò di aver disegnato alla luce della luna e si ricordò del guerriero terribile che era venuto a trovarla quella notte.

Le ritornarono alla mente i momenti più crudi della terribile battaglia, dellla paura che aveva provato, della lotta con il mostro malefico, dell’aiuto che le avevano dato gli insetti, i topi, gli uccelli, gli animali di tutte le specie, anche quelle che non sapeva di conoscere, gli alberi della foresta e tutte le piante; si ricordò del sangue del mostro che alla fine della cruenta lotta era corso a fiumi sulla terra nera, per poi venirne riassorbito.

Era stato il guerriero a suggerirle di fare i suoi disegni sulle pareti della stanza prima che cominciasse la battaglia, così, se le cose si fossero messe male, nessuno avrebbe mai potuto portarglieli via.

Guardò il corpo del mostro con le tre teste mozzate; un corpo contorto di un enorme e viscido rettile che occupava tutta la parete di fronte al letto; aveva un pugnale dal manico d’oro infisso al centro dello sterno, direttamente nel cuore.Il corpo squamoso, viscido e sanguinante, pieno di ferite di un rosso vivo spalancate alla luce del sole, urlanti di dolore lancinante. Era riverso a terra con le tre teste tagliate, il mostro, e le teste erano rotolate tutte in direzioni diverse, come fossero state lanciate da un giocatore di dadi in vena di una macabra partita.

Il guerriero che con la sua spada aveva ucciso il mostro era stato dipinto in una posizione statica e maestosa, sull’angolo sinistro della scena. Coperto dagli schizzi di sangue del suo rivale, posava con un’aria tranquilla e forse un po’ stanca; stava contemplando l’esito della tremenda battaglia, come a soppesare con una certa soddisfazione le conseguenze del suo ottimo lavoro; le mani entrambe appoggiate sull’elsa della spada, tenuta con la punta rivolta a terra, come fosse un bastone.   
Lei appoggiò i piedi nudi sul pavimento e scese dal letto; per la prima volta dopo tanti anni avvertì il freddo che la superficie delle piastrelle di ceramica le trasmetteva alla pelle.

Le parve di immergersi in un’acqua ferma e fresca e d’improvviso tutt’attorno apparvero i fenicotteri; decine e decine di meravigliosi uccelli dalle piume rosate e dai becchi adunchi e arrotondati riempirono la piccola stanza e l’aria si aprì all’orizzonte, ampliando lo spazio in un’immensa laguna africana.

Lei abbassò gli occhi e sorrise guardandosi per un attimo le mani pallide adagiate sul grembo con i palmi rivolti verso l’alto; e le riconobbe, finalmente, quelle erano le sue mani.

Si alzò in piedi e si fece strada sfiorando con il dorso delle mani e con la pelle delle braccia nude le piume morbide di quegli esseri splendidi che, immersi in un silenzio irreale, passo dopo passo, lentamente le fecero ala.

(continua)

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(5) La Stanza

Insonnia

Non riuscivo a dormire da non so quanto. Passavo le notti rivoltandomi nel letto, con l’ansia di pensieri sempre più cupi e pesanti, cercando vie d’uscita irrealizzabili, progettando l’impossibile.

Le acque torbide del fiume annunciavano pioggia tanto quanto le pesanti coltri grigie che si stavano levando su, verso ovest. Ero uscito presto, perché l’afa e quel continuo e spossante rimuginare non mi lasciava tregua e mi scippava il sonno notte dopo notte; avevo voglia di camminare.

Lungo il fiume si erano fermati gli zingari da un paio di giorni e a quell’ora pure loro dormivano ancora nelle loro roulotte sgangherate. Maddalena mi aveva dato il benservito la sera prima e non è che avesse tutti i torti; erano tre mesi che giravo da un angolo all’altro della città in cerca di lavoro e senza alcun risultato.

Ero diventato intrattabile, me ne rendevo conto, ma non riuscivo a cambiare atteggiamento. Il sonno perso non aiutava. Ero sempre sotto pressione e lei non sapeva più come gestirmi.

Da adolescente mi ero messo in cerca della mia vocazione. L’ho cercataa lungo e alla fine mi sono adeguato a ciò che mi capitava sulla strada, senza poter veramente mai scegliere. In realtà non lo so ancora quale sia la mia vocazione, però posso affermare con un certo orgoglio che sono più di trent’anni che la sto cercando.

Infilando le mani nelle tasche dei jeans mi sono reso conto che avevo finito i soldi; il malumore mi pervase con la velocità di quelle nubi pesanti che stavano occupando il cielo.

Avrei voluto prendermi un pacchetto di sigarette per la giornata, e invece niente, anche per quel giorno dovevo scroccare o convincermi una volta per tutte che era arrivato il momento di smettere. Rimanere senza soldi dopo una bevuta al bar di sera fa tutto un altro effetto; rendersi conto all’inizio della giornata che non si ha nemmeno un centesimo per il caffè, mette addosso una certa malinconia.

Mi sono diretto al porto, giù, lungo il fiume. I gabbiani stavano tentando delle avances per vedere se potevano rimediare qualche pezzo di pane, ma con me avevano sbagliato indirizzo; ero messo più o meno come loro, con la differenza che non avevo trovato ancora nessuno per chiedergli un pezzo di pane.

Cominciò a piovere e mi riparai sotto l’arcata del Ponte Mastro. Non ero solo; lì stavano accampati una coppia di vecchi. Avevano acceso il fuoco e sul fuoco c’era una caffettiera ammaccata. Loro erano seduti vicini e in silenzio, con la schiena appoggiata al muraglione, seduti sopra a delle coperte di diversi colori, ammucchiate alla rinfusa. Non si distinguevano bene i corpi secchi dalle coperte; tutto era un groviglio di stracci vecchi.

Quando mi avvicinai il vecchio mi guardò e da sotto le coperte tirò fuori un coltellaccio da cucina.

– Che cosa cerchi? Noi non abbiamo niente per te! –

La voce del vecchio era una specie di sibilo, una via di mezzo fra un gracchiare in sordina e un fischio catarroso.

– Niente, non cerco niente. Sta per piovere e sono lontano da casa. Volevo stare qui sotto giusto il tempo di far passare il temporale. –

Il vecchio alzò il mento, mi squadrò per qualche istante con due occhi grigi e dubbiosi, poi guardò la vecchia che gli annuì. Ripose il coltello sotto le coperte. La vecchia si alzò e andò a prendere la caffettiera, poi la posò su una cassetta di legno capovolta, ci mise tre tazzine e vi versò il caffè. Poi mi porse una delle tazzine piene e io la presi con entrambe le mani, chinando il capo in segno di gratitudine.

– Pioverà a lungo – disse il vecchio. La vecchia annuì, tenendo gli occhi bassi sulla tazzina che stava porgendo al vecchio con una gentilezza che mi commosse. Poi prese la sua fra le dita rattrappite dall’artrite e disse.

– Rinfrescherà un po’ l’aria, non è un male – e si mise di nuovo seduta sulle coperte, vicina al suo compagno. Poi la vecchia mi guardò dritto negli occhi e mi disse:

– Tu somigli a qualcuno che conosco.Penso di averti già visto in giro – poi scrollò le spalle, come per dire che non era importante e si mise a sorseggiare rumorosamente il suo caffè attraverso la sua bocca sdentata.

Io mi accovacciai davanti al fuoco, accanto al loro mucchio di coperte e mentre sorseggiavo il caffè che, debbo dirlo, era veramente buono, sentii un senso di pace che mi saliva da dentro come non mi accadeva da moltissimo tempo.

Avevo perso il lavoro un anno prima e non ero più riuscito a trovare nulla di stabile, di sicuro. Con Maddalena vivevamo in un monolocale in periferia, ma da sei mesi era arrivato l’avviso di sfratto, visto che il suo stipendio serviva a malapena a coprire le spese per mangiare e pagare le bollette, ma non certo per pagare l’affitto. Nessuno dei due poteva permettersi un altro alloggio.

Lei mi aveva detto che una sua collega di lavoro, giù alla ditta di pulizie, le aveva proposto di dividere l’appartamento con lei, così avrebbero risparmiato entrambe. La sua amica aveva un lavoro, io no. Per di più il nostro rapporto si era logorato man mano che le difficoltà economiche incombevano. Non eravamo riusciti a salvarci a vicenda e così ognuno dovette pensare per sè.

Mi guardavo attorno e vedevo che il mondo era diviso fra quelli che avevano un lavoro e quelli che non ce l’avevano e che i primi godevano di diritti e privilegi che gli altri si sognavano. Non mi ero mai reso conto di questa differenza, prima.

Però quella mattina, mentre me ne stavo lì sotto al ponte in compagnia di quei due vecchi e li guardavo mentre se ne stavano ranicchiati vicini sorseggiando il caffè del mattino, esattamente come se si trovassero in una suite di un albergo a cinque stelle, mi venne da sorridere.

Erano molti mesi che non riuscivo a sorridere. La vecchia mi guardò con sospetto.

– Ti facciamo ridere?! – disse.

– No, tutt’altro! – le risposi. – Mi fate un bel po’ di invidia e non lo dico per dire, non sto scherzando! –

La vecchia guardò il vecchio negli occhi e poi tornò a fissarmi. Il vecchio tossì un po’, poi mi disse:

– Devi esser messo proprio male, ragazzo! –

Io guardai per terra, ci pensai un po’ su e poi annuii. I tuoni si cominciavano a sentire in lontananza mentre la pioggia iniziò a cadere a grossi goccioloni radi e poi sempre più fitti, finché il cielo sembrò essersi deciso a rilasciare tutta l’acqua di cui si era saturato facendo danzare quelle coltri spesse e pesanti per lunghi chilometri. La vecchia sospirò, si strinse un po’ nelle coperte e si accoccolò vicino al suo vecchio che le mise una mano attorno alle spalle. Io me ne stavo lì, senza un pezzo di pane, senza sigarette, senza un soldo in tasca e con il cuore leggero, a condividere quel momento che mi sembrò così perfetto, intimo e colmo di pace.

Avrei voluto che quella pioggia non smettesse mai, che lavasse via tutto il sudiciume e le ingustiziedi questo mondo. Mi fecero posto, prestandomi una delle loro coperte. Il vecchio mise dei ceppi di legna secca sul fuoco e rimanemmo un bel po’ a chicchierare. Poi la vecchia si assopì e il vecchio, per rispetto del sonno della sua compagna, se ne stette zitto. Fortunatamente piovve per tutto il giorno e io dopo tanti mesi, finalmente riuscii a dormire, a dormire davvero.

Insonnia

Il tradimento

Mi vennero a cercare i briganti, neri, con le barbe lunghe ed erano in tanti.

C’era la luna quasi piena, come ora, e la luce che ci si vedeva di notte, così, mentre giocava coi riflessi dei pugnali.

C’erano gli occhi grandi e neri di chi voleva andare a saccheggiare e a me chiesero se ci volevo essere, che c’era tanto bottino, c’erano gioielli e oro e dobloni e botti a non finire.

Ma io mi girai dall’altra parte e dissi che mi volevo riposare, per quella volta, perché stavo aspettando il mio amore, che doveva arrivare e volevo farmi trovare.

Loro dissero che mi perdevo il meglio per il nulla e che dovevo rinsavire; dissero che la vita non sta nell’attesa, ma nell’agire.

Allora dissi loro che l’attesa dell’amore è meglio del saccheggio, ma mi resi conto di non credere molto alle mie parole e così sollevai la zanzariera, saltai giù dall’amaca e m’infilai il pugnale nella cintura.

Andiamo, dissi, e loro urlarono e risero allegri mentre s’incamminavano spediti lungo la via, verso i cavalli cantando e urlando porcherie.

Mi diedero le redini di un baio e lui divenne il mio amico per il viaggio. Mi passarono la bottiglia e io bevvi e intanto cavalcavo piano, lasciando che mi portassero dove volevano e all’alba arrivammo.

Vidi il sole che ci salutava, sentii l’odore del mare che spumeggiava e li sentivo ridere lì davanti, e cantare.

Sparavano in aria per salutare l’Oceano ed il sole e la spuma del mare.

Erano ubriachi e stanchi e si fermarono a riposare.

Si accesero dei fuochi e qualcuno si mise sotto le coperte a dormire, altri raccontavano delle terre che ci attendevano, dei mari da solcare.

Fu allora che dalla baia si videro le vele e poi la nave arrivare e quando il sole fu alto ci vennero a prendere le scialuppe e fu così che lasciai il mio amore, per andare ad abbracciare il mare.

Il tradimento

Le nozze di Tristano – Il dolore di Isotta… e della pena che porta la speranza (vana)

… Così, spesso, cambia cuore,

pensa molto variamente,

per mutar nella mente,

se non ha quello che vuole.

Dice: “Isotta, cara amica!

Non è mia la vostra vita!

Questo amore ci allontana

ed esiste per inganno:

ed io perdo la mia pace,

la mia gioia sospirando.

Giorno e notte voi serena

trascorrete il tempo. Io sento

gran dolore ed infelice

solo in sogno, in sogno posso

rivedervi.

[…]

In cuore

odio tutte le altre donne

tranne Isotta e lei non vuole

aiutarmi e non ignora

com’è forte il mio dolore

e l’angoscia per amore.

Anche un’altra adesso m’ama

e il mio cuore è lacerato:

se non fosse così forte

la speranza, soffrirei

meno, forse, abbandonando

senza pena questa pena.

Le nozze di Tristano – Il dolore di Isotta… e della pena che porta la speranza (vana)

L’amore al condizionale

Ti amerei solo se tu mi amassi e non nel senso veneto del termine.

Ti amerei se non cercassi di srotolarmi i rotoli di grasso dai fianchi, se mi accettassi per le diottrie che mi restano e non per la possibilità di poter correggere con i ilaser il mio miope astigmatismo.

Ti amerei con e senza capelli se solo tu capissi che ho forme che non mi sono scelta, ma alle quali sono affezionata, mio malgrado.

Ti amerei se ti piacessero le macine con il caffè la mattina presto e non ti scazzassi se io puccio le mie macine nella tua tazzina, perché io non mi arrabbio se tu pucci le tue nella tua.

Ti amerei solo se tu fossi imperfetto, non alto, non bello, non ricco secondo i protocolli vigenti emanti dai vari bollettini ansa, ocse, inail e cgl cisl e uil e sopratutto ti amerei se non fossi azzurro, anche se i puffi mi stanno simpatici.

Ti amerei se fossi vero e non calcolatore e se ituoi neuroni non fossero collegati da sinapsi di puro interesse, che tanto lo sai che io non c’ho un € e che a suo tempo non avevo una lira; non c’è speranza che tu possa investire nemmeno in un prossimo futuro, renditene conto.

Ti amerei se tu non fossi succube dei giudizi critici dei tuoi colleghi, dei tuoi amici, delle donne che ti girano attorno compresa la cassiera dell’esselunga, delle aspettative non tue e la smettessi di portarti sei cravatte in ufficio e di cambiarle continuamente, pur di non deludere nessuno.

Ti amerei se non seguissi le mode come si segue la carota e se non ti piegassi al bastone come ci si piega all’ambizione.

Ti amerei se non dovessimo parlare a lungo di niente se non quando parlare significa avere la percezione della necessità di uno sfogo o del piacere di essere una moltitudine di finestre aperte per l’altro.

Ti amerei se non giocassi a valutare reazioni e condizionamenti, se non ti soffermassi a soppesare, a catalogare, classificare. Ti amerei se il nostro fosse un attracco liquido e denso al punto da permetterci di respirare quel che basta per poi reimmergerci in noi e in tal senso ti amerei se tu sapessi nuotare decentemente, per tirarmi su all’occorrenza.

Ti amerei se non fossi troppo simile a me, se mi sapessi guardare da vicino e da lontano, se volessi essere visto davvero sentendoti libero di non fingere. Ti amerei se non sapessi tutto di te, se non sapessi quanto, quando, come, perché e se tu non volessi sapere altrettanto di me prima del tempo; ed il tempo arriva da solo, lo si sa… e poi ci porta via. Non è il caso di mettergli fretta.

Ti amerei se anche tu non volessi entrare nei mondi miei, che nemmeno io conosco bene, perchè è inevitabile poi che qualcuno dei due si perda e non mi so inventare i soccorsi dell’ultimo momento, perché mi mettono ansia.

Ti amerei se tu esistessi… e se così fosse, ti amerei anche se non è detto che tu mi amassi, anche se sarebbe probabile, nel senso veneto del termine. E allora è meglio che io non ti amo, che tu non mi ami e che non esisti. Però l’ipotesi serve a scrivere un post come un altro.

Ma ti amerei comunque, sappilo, anche, e forse sopratutto, se non esisti.

L’amore al condizionale

Un pessimo affare

Sudavi e si sarebbe detto che da dietro, attraverso i vestiti ti si potevano intravvedere le squame da rettile; eri magro e sudavi. Salivi lento lungo il sentiero fra gli alberi, appoggiandoti al bastone come fanno i vecchi, anche se tu non lo eri, non eri vecchio; eri solo un involucro, come quelle pelli biancastre lasciate fra l’erba dagli insetti, o dalle serpi.
Salivi mentre la nebbia ti accompagnava e ti rendeva pallido anche da lontano, e malato, come i pomeriggi gialli e umidi che passavi lungo i fiumi fermi, piatti, come il tempo che ti scorreva addosso, con le zanazare e le alghe che puzzavano di fango e tutto il resto a riempire il mondo d’acqua, mentre tu ti piegavi al nulla che ti eri scelto.
Sapevi di alga puzzolente pure tu, o forse no, forse quello che ti portavi appresso era più un sentore di pesce rancido.
E non ci potevi fare niente; ti eri venduto l’anima e così dovevi finire, così ti dovevi consumare: putrefatto da vivo fra i tuoi stessi umori, soffocato dalle tue stesse passioni, vane, troppo lontane e troppo grandi perché tu, corpuscolo irrilevante e ordinario, potessi finalmente goderne.
Non ce la facevi proprio.
Ti scegliesti il passo che ti rubò l’ultimo poco fiato che ti era rimasto e così ti sei venduto per nulla, perché l’amore non lo reggevi, la sua vicinanza ti consumava come fossi stato un cero lasciato a squagliare e deformarsi sui tizzoni accesi e non un uomo vivo di passione; solo una massa amorfa e liquida, un po’ unta e grassa che cola fra le fuliggini.
Sudavi di freddo e quando venne il Demone e ti consegnò quello che avevi chiesto, non la sapevi nemmeno toccare, nemmeno sfiorare, non allungavi una mano perchè nessun nervo collaborava a muovere la carne, perché divenivi molle e tremolante e floscio come un animale senza ossa o un sacco vuoto lasciato cadere.
Ti succedeva così, quando sentivi il suo odore, quando ne percepivi la presenza, concreta, vicina, troppo vicina, calda; e intanto dentro bruciavi e perivi, e ti sfacevi come polvere e cenere, per sparire nelle nebbie.
Eppure lei ti avrebbe amato, ti avrebbe voluto anche se non ti fossi venduto; avresti solo dovuto chiedere, ma non avevi voce, nessuna parola, nessun suono, solo il terrore di sentirti allontanare.
Hai fatto un pessimo affare a venderti l’anima per una vita già morta di terrore.

Un pessimo affare