Movimento primo

Arriva di notte. I mantelli neri avviluppano ed il tremito delle falene scompare in posizione sovrapposta e composta, silente. Si acquieta di sospiri lenti, lunghi, sottili e le ombre dei rami secchi si fanno cenere fossile. Toglie i semi dai melograni, per infilarli con pazienza nelle crepe dei roveti, fra le pietre calcaree ed i rumori spenti delle cicale in letargo. Tesse geometrie proteiche a fa bozzolo all’anima. Socchiude appena l’uscio a refoli tiepidi di tangibile e pulviscoli di luna spostano impercettibilmente la chioma. Il movimento, la vibrazione impercettibile dell’erba asciutta, stanca, distesa, scura. Mi viene il risveglio dell’autunno in questa spenta estate.

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Movimento primo

Più sotto, più dentro

Quando arrivò, sembrava un cencio vecchio e fradicio che trascinava a stento se stesso e attraversò la spiaggia riparandosi gli occhi dalla pioggia con un braccio, mentre con l’altra mano sembrava stringere con foga qualche cosa che teneva sotto la camicia; si diresse verso la casa della Sorda, la prima che si incontra allontanadosi dalla spiaggia.

Bussò e la Sorda gli aprì, lo guardò, poi guardò fuori nella tempesta, nel vento freddo, verso il mare e si scostò un po’ per farlo entrare. Gli diede una scodella di latte di capra e un pezzo di pane e poi gli indicò un sacco di foglie posato a terra e lo lasciò dormire lì, vicino al focolare.

La Sorda il giorno dopo, all’alba, andò a chiamare la vicina mentre lui ancora dormiva; la vicina venne e quando lo vide farfugliò qualche parola sotto voce e tenendo un osso di un grosso pesce in mano e disegnando qualche cosa nell’aria fece i gesti necessaria al caso. Concluse il rito per scacciare il Malefico battendo tre volte i piedi per terra e la Sorda la imitò con vigore.

Era il rito da compiere quando arrivava qualche straniero dal mare.

Lo straniero dormiva. Allora la Sorda diede due piccoli calci al mucchio di stracci ammucchiati a terra che le ossa dell’uomo tenevano sollevate e addossate alla pietra calda, dove il fuoco era ormai brace spenta.

L’uomo aprì gli occhi e vide l’ombra delle due donne e alle loro spalle la luce troppo forte che entrava dalla porta aperta, con il cielo troppo luminoso, troppo chiaro; la tempesta dopo tanti giorni era cessata.

L’uomo richiuse gli occhi, si sollevò su un gomito e si mise a rovistare con la mano sotto la camicia come a cercare qualcosa che si portava addosso, da qualche parte, all’altezza del petto e fra i vestiti. Poi gli occhi si abituarono alla luce, li aprì piano, e continuando a stringere il pugno sul petto, come se un dolore lancinante non gli permettesse di muoversi, alzò lo sguardo grigio e vide le facce di legno duro delle due donne. Loro lo fissavano e videro la camicia sporca di sangue, ma non fecero nulla, non chiesero nulla.

Allora lui annuì con un mugugno e si guardò un po’ attorno, distinguendo le sagome dei pochi mobili: il gatto nell’angolo, la scopa di saggina… e poi, piano, come per sollevare un grosso e pesante sacco che gli gravava sulle spalle, appoggiando una mano per terra si alzò in piedi.

Allora i tre si resero conto che mentre lo straniero era un uomo alto, le due donne erano due donne piccole. Lui sembrava uno di quei salici allungati che ondeggiano tenaci quando i fiumi diventano grossi, ma non si staccano mai dagli anfratti dove spingono le radici; e le due donne sembravano i ceppi di due gelsi capitozzati da un potatore un po’ troppo risoluto, ferme, salde, un po’ monche e troppo dure, con la corteccia scura e ruvida anche sulla faccia.

La Sorda non sapeva parlare, perché era sorda, ma anche muta; parlò la vicina, con una vocina da bambina lamentosa, strascicando le parole e accentuando le esse fra le labbra molli della bocca sdentata, emettendo un suono di sibilo sottile. La voce sembrava uscirle dalle orecchie o dal naso, ma non certo dalla bocca, che si sarebbe invece detto riusciva a produrre solo fiato spento, da come la pelle delle guance si gonfiava e si sgonfiava elastica.

L’uomo guardò la faccia di legno della vicina della Sorda, cercando di distinguerne i lineamenti nella penombra della capanna, ma non vide e sembrò non capire, poi guardò la faccia della Sorda, un po’ più in luce, le fece un inchino e forse un sorriso che nessuna delle due seppe cogliere e poi, mettendosi entrambe le mani sul petto, strinse i vestiti sporchi di sangue, come se spremendo quelli avesse voluto farne uscire la giusta dose di gratitudine per averlo ospitato.

Si mosse un po’ di lato e poi a piccoli passi, strascicando i piedi come se stesse danzando e senza dare le spalle alle due donne, si avvicinò alla porta facendo altri piccoli inchini e piccoli passi, muovendo la testa su e giù e sulla testa i capelli gialli e dritti si mossero anche loro e salutarono un po’ all’aria del mattino che entrava dall’uscio, mentre lui uscì.

Alle sue spalle il giorno gli fece cornice e le due donne ne videro la lunga sagoma contro luce per un breve istante, prima che lui se ne andasse accompagnato dai suoi piccoli inchini e dai suoi piccoli passi, camminando all’indietro ancora per un bel pezzo, prima di voltarsi e tornare verso il mare. Ma non se ne andò via, perchè la tempesta gli aveva rubato la vecchia barca.

Arrivò così in quel paese e vi rimase a lungo; passeggiava per ore rasente ai muri bianchi delle case, con lo sguardo grigio di un vecchio gatto, tenedosi le mani al petto in gesto di indicibile sofferenza.

Al paese compresero poi che quello che lo straniero cercava continuamente sotto la sua stessa camicia era qualche cosa che stava sotto la carne, fra le ossa dello sterno. Lui cercava di afferrarsi il cuore, perchè era da lì che gli veniva il dolore che tutti, anche i bambini ed i gatti ed i cani gli leggevano negli occhi.

E rovistando nella carne, con le mani sporche di se stesso, del suo stesso sangue, cercava quella cosa che si teneva in petto e che non sapeva raggiungere. Lui cercava nel suo petto con un’insistenza devastante, perché lì gli batteva più forte il dolore e allora provava a sentire, ad afferrare, perché doveva esserci qualche cosa, una cosa grande come una noce forse, o forse anche più grande, che se fosse riuscito ad afferrare, magari sarebbe riuscito a togliere per stare finalmente un po’ meglio.

Passava le ore seduto nella polvere, con una mano a graffiarsi lo sterno ed il sangue che gli si raggrumava sotto le unghie mentre lui continuava a premenre per andare più a fondo, per arrivare a quello che andava ben sotto la carne, ben oltre le ossa.

Lo chiamarono Tonto; furono i bambini del paese a battezzarlo, perchè qualsiasi cosa gli si dicesse, lui sembrava non saper proprio capire, forse nemmeno lo riusciva a sentire.

In realtà nessuno sapeva bene come si chiamasse, sapevano solo che era arrivato un giorno su quella vecchia barca mentre pioveva forte ed il mare urlava di pazzia da giorni e giorni; lui voleva andarsene, ma dovette rimanere, mentre la sua storia di prima nessuno la sapeva.

La gente gli dava da mangiare, perché si pensava che un uomo che era stato portato dal mare andava rispettato altrimenti il mare si sarebbe arrabbiato molto e non avrebbe più permesso che la pesca fosse abbondante. E sopratutto lui arrivò dopo giorni di tempesta e portò il sole; questo era un buon segno.

Così Tonto, suo malgrado, visse a lungo nel paese e la sua occupazione era vagare fra le stradine, le mura e lungo la spiaggia, senza dire mai una parola, con lo sguardo grigio come il mare quando è inverno, dormendo nelle case quando la sera scendeva, vicino ai focolari, sui giacigli preparati per lui, indifferente alla gente che invece lo accoglieva e lo riteneva una specie di santo, forse anche un po’ martire, visto che aveva sempre il petto insanguinato, o comunque un uomo magico anche se a tutti pareva decisamente tonto. Ma i santi non vano giudicati, questo lo si sa.

Un giorno di primavera Tonto andò sulla spiaggia, si sedette in mezzo alle onde a guardare l’alba come faceva spesso e intanto cercava, cercava con la mano; poi vide il sole nascere e gli occhi si colorarono un po’ di rosa e le sue dita si fecero improvvisamente forti, così forti come non le aveva mai sentite. Quando il sole fu una sfera perfetta l’osso dello sterno cedette con un rumore secco e imprivviso, come di un ramo secco che si spezza; le sue dita entrarono nella carne e trovarono il punto esatto, quel pezzo che lo facevo impazziredi dolore e lo tolsero di lì, in un brevissimo e feroce atto deciso, se ne liberò.

Il sangue macchiò la sabbia e l’acqua, il sole si alzò e illuminò gli occhi grigi e ormai spenti; poi il mare si allargò e si alzò un po’, poi ancora un po’ e lavò via il sangue, sollevò il corpo di Tonto e se lo riprese, per portarlo lontano.

Più sotto, più dentro

Lalucefaunpo’comelepareanchecromaticamenteparlando,diciamo

La chiamo verde questa luce che mi raggiunge fino ai piedi del letto. La chiamo così perchè so che prima di arrivare qui ha visto il mondo là fuori e me ne porta un po’ e sa di menta, del freddo profumato che sale dalla terra e lungo le vallecole e colora l’aria, di verde, appunto, ma anche un po’ di giallo e azzurro.

La vedo scivolare silenziosa per non svegliarmi e io fingo di dormire, giusto perchè non svanisca; la guardo allungarsi piano lungo le linee del mobile ed entrare negli angoli per farli sparire e rendere liscio e senza spigoli il mondo qui dentro.

Erano anni che non sentivo cantare un gallo e stamane c’era anche lui e cantava, una, due, tre volte, come tradizione vuole; alla terza volta la luce la chiamo rossa, come le arance scure, quelle che gocciolano sangue dolce lungo le dita e rivoli arrivano ai polsi, dove tu li assaggi e li fermi sperando non arrivino al gomito e speri che magari ritornino al cuore.
Dietro a quella porta c’è un vano senza finestre e lei entra dalla fessura sotto la porta, lungo il pavimento ed è gialla e polverosa di velluto bianco mentre sale lungo le setole delle scope. Ci sarà qualche formica che zompetta tastandola con le antenne nere e lente e forse è così che sorridono le formiche e lei sorride a loro e intanto ne accarezza la pelle dura e lucida.

La chiamo calda, adesso, che il sole arriva ovunque, fra il grigio e le ombre viola e ne fa forme e chiavi nuove che basterebbe raccogliere e ricordare, per aprire altra luce. E allora la disegno e la fermo fra i pensieri, come una spilla da appuntare o un ago da riprendere in mano, domani, o stanotte, in un altro momento.

Lalucefaunpo’comelepareanchecromaticamenteparlando,diciamo

Artigianatod’interni

Avrei preso ago e filo e mi sarei messa a cucire l’anima seguendo un modello ritagliato sulla forma di certi tronchi d’albero, di quelli che s’intrecciano eterni l’uno all’altro, per scorrersi da vicino la linfa e per farsi compagnia anche dentro alle tempeste più violente. Avrei seguito il disegno dell’arco del sole, come esempio di perfezione.
Mi sarei messa quel ditale d’oro di cui si narra nelle fiabe, provandolo sulla punta di tutte le emozioni, prima, e avrei cominciato a cantare, intrecciando il filo melodico in silenzio, come fanno i ragni al crepuscolo, quando imbandiscono le loro tovaglie traforate e poi quelle, al mattino, riluciono sotto i raggi del sole cariche di gemme di rugiada.
Mi sarei seduta da qualche parte in riva al mare nella notte, chiacchierando con gli dei dell’acqua, perchè il tessuto fosse leggero come le schiume, per vestirlo come si veste l’aria di luce e Luna, liscia, quando il riverbero è di preziosa perla.
Mi sarei cucita tutto da sola, punto dopo punto, modellando gli orli come le frange di certi petali viola, quelli che tremano anche quando l’aria è ferma e sono vivi di colore anche quando appassiscono un po’.
Mi sarei piegata i lembi di uno strascico troppo lungo, ma non li avrei tagliati, solo raccolti sulle braccia, a farne una stola, o una grande sciarpa, che mi sarebbe servita per avvolgermi il cuore, quando avrebbe fatto molto freddo.
E avrei cucito dei coralli lungo i fianchi e vicino al cuore, perchè avesse il senso delle onde lente o impetuose e perchè le sapesse assecondare, e non mi facesse  tremare e piegare per quelle cose del Mondo che sono sempre troppo grandi e troppo forti.

Artigianatod’interni

Mi son sempre p…

Mi son sempre piaciute le curve delle carrozzerie delle macchine di un tempo; le curve tonde, come quelle del Maggiolone della Wolksvagen, per capirci. E le linee troppo nette, gli spigoli troppo vivi, i bianchi troppo candidi, le luci troppo chiare non mi sono mai piaciuti, invece. Mi piace la penombra, mi piace il rotondo, mi piacciono le sfumature, i momenti di passaggio; amo l’alba, il crepuscolo, i prismi di vetro ed i giochi di colore. Amo l’ingannevole immobilità del fervente mutare, costante, che in Natura è tanto prepotente e potente da essere inevitabile. Amo la sorpresa che mi viene dal non conoscere, amo stupirmi anche del dolore, dell’inevitabile imprevedibilità degli eventi. Amo plasmarmi, imparare a plasmarmi, sperimentare la plasticità morbida dell’anima.

Digressione