Gli echi sono uno solo

Ha notato quell’eco distante che le viene a far visita da chissà dove, ogni tanto; lo lascia entrare ma non sa da dove arriva. Lui entra, lo sente troppo fioco e lento e si adagia su quella sedia come fosse fatto di panno, e poi lentamente svanisce, come fa la luce troppo presto, a metà pomeriggio.
Lo sente nei posti affollati, a volte, e nessuno lo nota, perchè la gente fa troppo rumore; è una bella voce, ha un bel suono che sa un po’ di vento fra le fronde, ma con un timbro più basso e più netto.
Probabilmente saranno le paranoie da curarsi con le pasticche che tutti ingoiano come caramelle; il punto è che a lei quell’eco piace e le andrebbe di sentirlo dire, di capire da dove viene.
E lo sa, le dice sempre qualcosa che la farebbe sorridere, se lo capisse davvero, se lo potesse sentire bene, ma anche questa volta è stato poco più di un sussurro; forse viene davvero da troppo lontano.
Dischiude la finestra per annusare l’aria sempre più fresca fuori e sbircia da sotto la tenda, scostandola solo un po’, giusto perchè l’occhio possa vedere il piccolo triangolo che guarda sul mondo, dove la luce non è filtrata dal lino bianco.
Non c’è nulla là fuori per me, si dice, non oggi. Chiude la finestra e si rimette a pensare a quell’ eco, sedendosi sulla sedia, di fronte a dove si era posato; prende il libro lasciato aperto, glielo legge ad alta voce, che chissà che non le risponda prima di svanire del tutto con la sera.

Gli echi sono uno solo

Miparesiailcasodifarcicasoastofatto

Mi pare cosa giusta riflettere su sto fatto che le mosche stanno diventando più pigre, che i ragni sono più lenti, che il rosa del crepuscolo stasera aveva qualche cosa del blu freddo, più che del rosso caldo.
Mi pare giusto rifletterci su sta cosa, per una questione di gratitudine, anche, perchè è un segno evidente fra i molti, che del tutto percepisco davvero poco, ma che ogni tanto qualcosa mi sveglia; è come un saluto gentile e lento del tempo che si rende visibile e che mi sfila accanto sorridendomi, porgendomi il braccio galante.
Non ci sono abituata, gli dico, ma lui sorride e mi si accosta quel tanto che serve; e io? Io mi faccio portare, ci mancherebbe!
Perchè è il caso di dedicarci occhi e fiato a questo appassire, al piegarsi, al distendersi, affinarsi, chiudersi, diradarsi, sbiadire e attenuarsi delle cose che vivono e che sento vivere.
Ed ognuna, minima, risveglia il rispetto e l’orgoglio di appartenervi quel tanto che le so vedere, sentirne l’odore e affondarvi come quando si pigia con i piedi il mosto dolce.
Lascio che l’aria mi attraversi e muovo ali sempre più languide, piego fili d’erba sempre più radi, distendo crepuscoli sempre più brevi e colmo rivoli d’acqua sempre più pieni.
Mi pare il caso di distendermi un po’ in tutto questo, di lasciare che mi parli piano, che mi sussurri il suo fluire, prima che svanisca del tutto.
Mi pare sia il caso di farci caso insomma, a sto fatto.

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Acquechescorronoadessochenonosonoleacquechescorrevanoduegiornifa

Si raccoglie in piccole pozze limpide, prima che la terra abbia il tempo di accoglierla e poi cola via in piccoli rivi allegri, verso valle. Trovarsi sotto la prima pioggia arrivata dopo settimane di arsura è una sensazione che mette stupore addosso ed un senso di gratitudine, di piacere complice, con le nuvole, con l’aria che si tinge di bianco e di grigio e si lascia respirare fresca. Si sentono le resine crepitare di buono ed i lampi ed i tuoni si spandono e accendono l’aria di raffiche di vento freddo. Lasciarsi scorrere l’acqua fredda addosso, cercando di tenere gli occhi aperti, con grosse gocce che lavano le iridi, facendoti piangere attraverso un mondo opaco, fatto di colori sfumati, lenti e tenui come li volevi vedere, come da troppo sole non sapevi più sentire; ti mancava, moltissimo. Ed è la sensazione di freschezza, di luce diversa che ti avvolge e potresti stringertela addosso se solo ne trovassi un lembo fra le foglie, ma non serve; lei ti sfiora da dentro e si allunga con le ombre e ti allunga le notti per farti sentire calma e a casa, ancora.

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