Sanezze (4)

La strada si faceva sempre meno agibile e la neve scendeva come se le nubi gonfie avessero deciso di riversare sulla montagna e  in un solo attimo, anni di nevicate arretrate. In meno di dieci minuti erano scesi dieci centimetri buoni di neve e la macchina di Maya cominciava a sbandare nel tentativo di inerpicarsi lungo la lieve salita che portava all’altipiano, dove si trovava la casa di Dodo. Il tratto più brutto e ripido ormai lo aveva già percorso e le mancavano pochi chilometri prima di arrivare.

All’improvviso smise di nevicare. Maya che, pur non essendo una ragazza che si scoraggiava o si spaventava facilmente, aveva cominciato a disperare e si immaginava già ferma con la macchina di traverso, in mezzo alla strada, intenta a montare le catene da neve e sotto una tempesta che non si era mai vista, tirò un sospiro di sollievo.

Avvenne poi una cosa strana: le nubi all’improvviso si misero a correre sgomberando in pochi minuti un cielo che fino a un attimo prima sembrava volesse cadere sulla Terra per quanto era pesante, gonfio e cupo. Il cielo azzurro e limpido apparve da dietro i rami dei faggi, pericolosamente carichi di un ammasso impressionante di neve. Il sole ormai basso all’orrizzonte gridò la sua luce fioca, insinuandosi ovunque e lasciando che la neve morbida e soffice appena caduta, riflettesse in ogni direzione i colori rosati del tramonto. Sembrava un miracolo di scintillìi e riverberi di colore e cristalli. Maya rimase senza fiato e appena giunse nel punto dove la strada cominciava a spianare, evitando così il pericolo di rimanere bloccata in un punto in pendenza, fermò la macchina.

Scese dall’auto, estasiata da tanta bellezza e lasciò che la luce le entrasse negli occhi e nel cuore e inspirò l’aria fredda che profumava di acqua, di legno bagnato e di fresco. E’ incredibile, si disse, mai visto un cambiamento così repentino ed un tramonto tanto vivido di colori. Si strinse nel pesante giaccone e sospirò, sorridendo, felice di trovarsi lì, di avere il tempo per godersi due giorni con una persona cara e nel posto che più le piaceva in assoluto: il bosco dei faggi.

Mentre stava facendo questi pensieri e si stava godendo il momento, all’improvviso sentì freddo; un freddo feroce, bestiale, come non le era mai accaduto di avvertire. Le entrava attraverso i pesanti vestiti e le arrivava fino alla pelle e poi oltre, al centro delle ossa. Fu una sensazione sgradevole e si affrettò a rientrare nell’abitacolo della macchina, decisa a proseguire. Quando guardò il termometro sul cruscotto dell’auto rimase di sasso: segnava meno venti gradi. Per un attimo le si strinse lo stomaco per lo spavento. Non aveva mai visto una temperatura tanto bassa da quelle parti, arrivata così all’improvviso, poi. Fino a un attimo prima il termomentro segnava meno un grado. 

Aveva tenuto la macchina accesa. Si disse che aveva fatto bene; temeva che con quella temperatura si ghiacciasse il carburante della macchina. Si pentì di essersi fermata per quei pochi minuti di contemplazione. In quel tempo avrebbe macinato un po’ di strada avvicinandosi alla casa di Dodo che certamente la stava aspettando e, viste le condizioni del tempo e l’ora tarda, era sicuramente preoccupato; così aveva solo perso tempo. Sbuffò mentre ingranava la marcia e sussurrò a sè stessa: “Cretina! Così impari a dormire fino a mezzogiorno e a fare la turista in mezzo alle tempeste di neve!!”.

In quel punto il cellulare aveva campo e sentì il suono degli avvisi di chiamata; lo tolse subito dalla tasca del giaccone, vide le chiamate perse di Dodo e pigiò il tasto per chiamarlo e per rassicurarlo. Nel frattempo continuava a guidare, cercando di tenere la macchina sulla careggiata e su di giri, perché la neve fresca e prima leggera e polverosa, ora si era ghiacciata improvvisamente, formando uno strato duro in superficie che le gomme dell’ultilitaria faticavano a rompere. Strano, pensò, la neve ghiaccia in questo modo solo dopo un bel po’ che ha nevicato. Maya si disse che in quelle condizioni era un miracolo se era arrivata fin lì. E anche questo le parve una cosa strana, tanto quanto le condizioni del tempo delle ultime ore.

Dodo rispose quasi urlando: “Dove sei, Maya?! Stai bene? Ti vengo a prendere?”

Lei sorrise, confortata dalla voce di Dodo e un po’ divertita, un po’ infastidita dal tono preoccupato dell’amico; era una stronza cinica, in fondo, in fondo, si disse. Rispose con voce ferma, cercando di avere un tono di noncuranza. Faceva la brillante mentre dentro le batteva il cuore per la situazione poco piacevole. Ma lei era abituata a fingere, a fare  la parte della donna forte che non ha bisogno di niente e di nessuno.

“Tutto a posto, sto arrivando. Sono a un paio di chilometri, sul pianoro, non ti preoccupare. Il macinino, non so come, sembra ce la stia facendo nonostante la neve ghiacciata! Sarò lì fra pochi minuti.”

“Sei sicura che non è meglio se ti vengo incontro con la mia macchina? Ha la doppia trazione… forse così sei più sicura!”

Il tono della voce di Dodo era davvero preoccupato e in ansia e a Maya diede un po’ fastidio. In realtà avrebbe voluto dirgli che non vedeva l’ora di arrivare e che sì, forse era meglio che lui la andasse a prendere, ma qualcosa la frenò… forse l’orgoglio, forse quel tono eccessivamente protettivo. Lei se l’era sempre cavata da sola, in situazioni ben peggiori e non vedeva perchè non avrebbbe potuto farcela anche quella volta. Si sentì rispondergli:” No, non occorre, davvero. Ci metto un attimo, stai tranquillo. Sono arrivata fin qui senza dover montare le catene, figurati se non ce la faccio ad arrivare fin lì adesso che ha smesso di nevicare! Tieni il fuoco acceso e stai sereno!”

“Ok, allora ti aspetto qui. So che ci metterai un attimo! A dopo!” Dodo non aggiunse altro, nessuna raccomandazione.

Si pentì di aver fatto trapelare troppo la sua preoccupazione rispondendole al telefono. Conosceva Maya da sempre e sapeva che la sua reazione sarebbe stata esattamente quella. Non avrebbe mai ammesso di aver bisogno di aiuto, specie se lui le aveva fatto capire di essere abbastanza preoccupato da non fidarsi delle sue capacità. Era in gamba, lo sapeva, sapeva che era vero, che se la sapeva cavare, ma lui intendeva solo facilitarle un po’ il tragitto, vista la situazione. Anche perchè era stato lui a farla venire, con le sue preoccupazioni irrazionali per quei fatti altrettanto irrazionali che gli stavano condizionando la vita da un po’ di tempo.

Non aveva detto esattamente tutto a Maya. Le aveva parlato solo dei campanellini, che erano la cosa meno inquietante, ma in realtà c’erano molti altri eventi di cui avrebbe voluto parlarle. Fatti strani, che gli capitavano quando era da solo in casa, o nella faggeta, lungo il torrente dove spesso andava a camminare da solo. Aveva bisogno di lei, per poter dire a qualcuno quelle cose che si teneva dentro da troppo tempo. Lei era l’unica di cui lui poteva fidarsi e sentiva che Maya avrebbe capito e che non lo avrebbe preso per pazzo. Lei era molto simile a lui, la sentiva vicina in un modo particolare, da sempre, anche mentre erano lontani.

Maya si morse la lingua per l’ennesima volta. “Ma possibile che non so mai dire: sì, grazie, ho bisogno di una mano!? Sono una deficiente! Peggio per me… non mi resta che andare avanti sperando di non rimanere impantanta, che con queste temperature rischio pure l’assideramento!!”

Maya capiva che la sua testardaggine era un grosso limite, ma era talmente abituata a reagire in quel modo, era talmente abituata a stare sempre sulla difensiva, anche con Dodo, che anche stavolta non seppe farne a meno. Era una reazione istintiva, insita nel suo carattere. Dodo sbuffò, sospirò e aspettò; ormai era fatta.

“Ok, ti aspetto qui allora!” Lei chiuse la comunicazione.

In quel preciso istante un vento fortissimo si alzò nella faggeta ed i rami degli alberi, carichi fino all’inverosimile di neve e ghiaccio, cominciarono a scricchiolare. I tronchi che costeggiavano la strada, altissimi e carichi fino al limite di sopportazione di massa nevosa, oscillavano paurosamente. Alcuni rami e alcuni tronchi più sottili si erano piegati verso la carreggiata e Maya li sentì scricchiolare sinistramente mentre ci passava sotto. Il vento aveva preso ad urlare a folate paurose sollevando una polvere sottile di cristalli di neve e ghiaccio rendendo quasi impossibile la visibilità.

Maya aveva il cuore che le batteva nelle tempie e procedeva lungo la strada intuitivamente, non sapendo in certi momenti e di preciso se la direzione era quella giusta. Non c’era pericolo di uscire di strada, perchè l’ultimo tratto sul pianoro procedeva incassato fra due rampe alte mezzo metro, sul ciglio delle quali si trovavano i filari di faggi. Quella era l’unica garanzia, e non era poco, che Maya aveva di non finire in un fosso.

All’improvviso, mentre cercava di capire se stava guidando o meno sulla carreggiata, fra la polvere di ghiaccio che si alzava ovunque e fra un movimento dei tergicristalli e l’altro, le sembrò di vedere sul parabrezza l’ombra scura e pelosa di un animale; una specie di gatto con il pelo molto lungo, ma dalle dimensioni troppo grosse per essere un gatto. Maya ebbe un sussulto ed il cuore le fece una capriola nel petto. Nel contempo avvertì un colpo appena accennato delle zampe, o degli zoccoli, sul cofano della macchina, come se l’animale vi fosse balzato sopra per poi correre via e sparire nella nebbia di neve alzata dal vento. Fu un momento e tutto accadde in una frazione di secondo.

In pochi istanti Maya pensò a che cosa poteva essere successo: quell’essere era balzato sul veicolo in movimento, passandoci sopra come se volasse. Forse lo aveva investito senza rendersene conto, pensò Maya mentre cercava di concentrarsi sulla guida e di proseguire la marcia nel bel mezzo della tormenta. Forse era un cinghiale, continuava a pensare una parte del suo cervello, anche se in quella zona non ne aveva mai visti e non sapeva ce ne fossero. La inquietava il pelo scuro e morbido che per un frangente di secondo si era letteralmente appoggiato al parabrezza e che era riuscita a distinguere nitidamente. Sembrava proprio il pelo di un grosso gatto nero. Sperò in cuor suo di non averlo investito. Sperò che stesse bene, che la macchina non gli avesse causato qualche danno. Ma no, si disse, a quella velocità era impossibile che gli avesse fatto del male. Stava procedendo a venti all’ora! Di più il macinino non poteva fare.

Mentre Maya faceva questi pensieri, all’improvviso un tuono fortissimo squarciò l’aria e la terra tremò.

 

 

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Sanezze (4)

Stanezze (3)

L’orologio della grande cucina segnava ormai le due e Maya ancora non si era fatta viva. Dodo aveva acceso il fuoco e stava riponendo gli avanzi del pranzo in frigorifero. Il tempo stava peggiorando e cominciò a preoccuparsi. Attese ancora un po’ prima di chiamarla, perché non voleva sembrarle impaziente, o peggio, invadente; lei in fin dei conti era in vacanza e sapeva per esperienza che quando Maya poteva rilassarsi non teneva in gran conto degli orari. Però il tempo che si metteva sul brutto lo fece decidere di chiamarla. Il cellulare di Maya sembrava essere non raggiungibile. Allora Dodo si tranquillizzò, perché Maya teneva sempre il cellulare acceso e se non rispondeva significava che doveva essere di strada, perché in quella zona non c’era molta ricezione.

Grandi fiocchi pesanti cominciarono a cadere sempre più copiosi e l’aria si era fatta di un grigio muto, chiarissimo ed immobile. Dodo aveva preparato la casa e la stanza per Maya, pulendo tutto con una precisione ed una pignoleria quasi maniacale, la stessa con la quale eseguiva ogni lavoro manuale. Il giorno prima fece una spesa che avrebbe potuto sfamare trenta persone per un mese e gli piacque la sensazione di rassicurante abbondanza che gli davano il frigo e la dispensa pieni.

Era agitato all’idea di avere Maya in casa per due interi giorni, perché aveva la sensazione che fra loro qualche cosa della bella amicizia che li aveva accompagnati per tutta l’infanzia e per buona parte dell’adolescenza fosse cambiato. O forse erano loro ad essere cambiati, pensò. L’aveva reincontrata da poco tempo, dopo la sua lunga assenza e l’aveva ritrovata più sicura e anche più bella di quando sei anni prima era partita per la Scozia. Di certo meno bambina. Lei era tornata al paese per un breve periodo in attesa che la chiamassero per un lavoro che le avrebbe permesso finalmente di vivere con meno ristrettezze di quelle che, da studentessa e stagista, era stata costretta a subire fino a quel momento. Era molto felice delle prospettive professionali che le si presentavano e lui era stato felice con lei quando gli raccontò tutto.

Anche lui era rientrato al paese da poco. Si era laureato in architettura a Venezia un anno prima e poi si era preso un periodo di svago, girando un po’ il mondo. Era stato in Africa e ciò che vide lo lasciò estasiato e sgomento allo stesso tempo. Lui poteva permettersi di non pensare troppo al denaro perché i nonni, oltre alla casa con la grande faggeta circostante, gli avevano lasciato anche una cospicua eredità, accumulata in anni di lavoro che, comunque, a loro piaceva e che a Dodo aveva permesso di studiare senza fare troppi sacrifici.

Pensava di aprire un piccolo studio nella cittadina vicina, per cominciare, e fu felice di poter parlare a Maya dei suoi progetti quando lei tornò in paese. Dodo non aveva molti amici; per lui era molto difficile farsi coinvolgere in un rapporto che andasse al di là di una superficiale conoscenza. Solo con Maya era sempre riuscito a sentirsi in sintonia e spesso aveva pensato che questa fosse davvero una cosa strana. Aveva anche pensato di rivolgersi a qualcuno che ne sapeva più di lui per capire se la sua tendenza ad isolarsi fosse frutto di qualche patologia, ma poi si disse che lui non stava per niente male, che accettava il mondo, accettava anche la vita sociale se quasta non era troppo invadente, ma potendo scegliere preferiva stare da solo, tutto qui.

L’orologio segnava le tre e Maya ancora non si vedeva arrivare.

 

Stanezze (3)

Stranezze (2)

Quando le giornate sono così corte è meglio alzarsi presto, godersi i colori dell’alba e vedere le colline ed i boschi che piano salutano l’aria nuova, perchè poi tutto il bello portato dalla prima luce svanisce in un soffio e la sera ti sorprende alle spalle come l’ombra di un grande corvo nero.

Maya però preferiva dormire, la mattina. E anche oggi ha dormito fino a tardi, anche se si era ripromessa che, essendo sabato, sarebbe andata da Dodo in tarda mattinata per aiutarlo a preparare il pranzo, fare due chiacchiere come ai vecchi tempi, quando erano più piccoli e passavano interi pomeriggi a giocare e scorrazzare nei prati e nei boschi.

La casa di Dodo si trovava a venti chilometri dal paese, in una grande radura in mezzo ai faggi ed era circondata da un bel prato pianeggiante. In primavera e fino a tardo autunno il prato veniva visitato dai caprioli e dalle lepri, mentre nella boscaglia non era raro avvistare i cervi e tutta la zona era piena di uccelli grandi e piccoli per quasi tutto l’anno.

Dodo aveva ereditato la grande casa a tre piani dai nonni contadini e un tempo, quando i nonni vivevano ancora, in quel maso ci allevavano cavalli, maiali, galline, vacche e conigli e nel frutteto maturavano mele e susine e anche delle piccole pere selvatiche che avevano un sapore dolcissimo.

Ora quel posto sembrava deserto e vuoto; il bosco avanzava ogni anno un po’ di più verso la grande casa di sassi, come a volerla raggiungere per abbracciarla e farla diventare bosco. Adesso lì ci abitava solo lui che non aveva esattamente la vocazione del contandino. 

Dodo era figlio unico e non aveva mai conosciuto suo padre. La madre, e di conseguenza anche i nonni, non gli vollero mai dire di chi era figlio e questo fatto lo aveva segnato nel carattere. Era di indole dolce e tranquilla, ma troppo taciturno, diceva la nonna, introverso e con l’aria di aver sempre paura che qualche cosa di orribile potesse capitargli da un momento all’altro.

A Maya però Dodo piaceva, perchè con lei lui diventava un altro. Fin da quando erano piccoli sembrava che quando Maya era presente, lui si dimenticasse di aver paura e tutto diventava gioco e nuova sfida! Lei era l’unica con la quale lo si sentiva ridere davvero, con il cuore. Erano fratelli, si dicevano, o meglio: “amici fraterni” specificò lei un giorno che se ne stavano appollaiati sui rami di un vecchio faggio.

Maya fra i due sembrava la più forte, la più spregiudicata, la più temeraria, ma in realtà non era proprio così. Era stata allevata da una sorella molto più grande di lei e in paese si mormoravano strane storie sulla famiglia di Maya, ma lei, che queste storie le aveva sentite sussurrare mille volte sul sagrato della chiesa, nel piccolo negozio di alimentari, nei campi durante il raccolto del fieno e vicino alle fontane, fingeva di non saperne nulla e tirava dritto. L’indifferenza era sempre stata la sua arma e se ne serviva anche come scudo.

A Maya e a Dodo piacevano gli alberi e gli animali. Tutti gli alberi e tutti gli animali e per di più lei fin da sempre aveva questo vizio di raccogliere tutti gli esseri che, a suo modo di vedere, avevano bisogno di protezione.
Una volta all’età di otto anni, Maya catturò una piccola lucertola, convinta che si fosse persa, perchè la vedeva debole ed affamata. La mise in una scatola dove praticò dei forellini e le diede da mangiare alcune mosche grosse come scarafaggi. Il giorno dopo trovò tutte le mosche ancora intatte e la lucertola sul fondo della scatola agonizzante. Maya si disperò.
Allora Dodo le disse che era meglio se riportava la piccola lucertola dove l’aveva trovata e lei così fece. La lucertolina era davvero messa male e lei l’adagiò con delicatezza sopra un masso del muretto a secco del frutteto dietro la grande casa, nel punto dove l’aveva catturata. Maya si allontanò un po’ e intanto incitava la lucertola a scappare via, ma niente, l’animale sembrava senza forze.
Allora Dodo le disse che non doveva preoccuparsi, perché lui conosceva le lucertole come nessun altro e la rassicurò dicendole che una volta che il sole le avesse riscaldato ben bene il sangue, quella si sarebbe ripresa e se ne sarebbe andata da sola più vispa che mai!
Maya guardò Dodo negli occhi e ci vide la certezza rassicurante che lui riusciva sempre a trasmetterle, anche nei momenti peggiori. Si accucciò lì, in attesa, fissando l’animaletto con gli occhi tristi e preoccupati. Dodo in piedi accanto a lei in attesa, in silenzio.
La lucertola rimaneva immobile e le si vedeva appena appena il piccolo cuore che pulsava debolmente sul fianco. Arrivò il sole e scaldò la pietra e con lei anche la piccola lucertola, ma niente, l’animaletto non si muoveva.
Allora Maya si voltò per guardare Dodo con gli occhi pieni di ansia e lui si limitò a mettersi l’indice sulle labbra, per indicarle di fare silenzio e di aspettare ancora un po’.
Poi gli occhi di Dodo videro un’ombra alle spalle di Maya e si rabbuiarono per un attimo; Maya se ne accorse e si girò piano verso la lucertola, che era sparita.
Allora Maya si alzò in piedi con gli occhi che le sorridevano, felice abbracciò Dodo dicendogli che aveva avuto ragione, che la lucertola si era ripresa e che era scappata via, finalmente. Dodo sorrise un po’, ma con troppa poca convinzione, però lei non se ne accorse e annuì, allegra!
Poi lei si girò verso il prato e si mise a correre, chiamando Dodo affinchè la seguisse in nuovi giochi.
Dodo non le disse mai che in quei pochi attimi in cui lei si era girata verso di lui un merlo nero con un lungo becco giallo si era avventato sulla lucertola inerme e se l’era portata via.

Maya si decise a prendere la macchina per andare da Dodo che era già quasi mezzogiorno; il cielo era coperto da una sottile nebbia grigia e nell’aria l’umidità fredda invitava a starsene al chiuso ed al caldo. Lei avrebbe voluto che per quei due giorni il tempo fosse bello, per potersi fare anche due passi nel bosco di faggi che era meraviglioso sempre, anche in inverno e che lei non visitava più da troppo tempo. Pareva invece che la neve non si sarebbe fatta attendere.
Durante il viaggio Maya continuò a pensare ai campanellini che Dodo sentiva di notte e una leggera inquietudine cominciò a insinuarlesi nell’animo; scrollò la testa come a volerla liberare dai troppi pensieri, accese la radio e si mise a cantare una vecchia canzone mentre la piccola utilitaria si addentrava sempre più nel paesaggio nebbioso fra i vecchi faggi.

 

Stranezze (2)

Stranezze (prima parte)

Ho sentito i campanellini!

Ancora?

Sì. Accade tutte le notti, ormai. Mi svegliano.

Dovresti andare da uno strizzacervelli!

E perché mai? Poi ritorno a dormire, non mi creano insonnie. Solo vorrei sapere da dove vengono. Sono così reali, così presenti.

Hai guardato sotto la rete del materasso? Non è che muovendoti mentre dormi muovi qualcosa che è rimasto appeso… per sbaglio, magari.

No, non hai capito; questi sono campanellini di bronzo ed il suono è insistente, forte, riempie la stanza e se mi alzo e apro la finestra il suono esce e si allontana, per poi ritornare, a ondate, a folate, come se fosse andato a farsi un piccolo giro sulla cima degli alberi prima di rientrare e sfumare piano, fino a spegnersi e lasciarmi andare a dormire.

Pare la storia di Peter Pan.

Sì, un po’ sì. Però ti giuro…

Lo so, lo so… è tutto vero e ti ho già detto che ti credo, solo sto cercando di aiutarti a trovare una spiegazione un tantino razionale, ecco. Sei sicuro che non siano le campane delle capre al pascolo? In quel posto sperduto dove abiti è pieno di capre. Magari ti alzi e apri le finestre e senti le capre che corrono e poi ti sembra di averle sentite prima di aprire le finestre… quando si è mezzi addormentati ci si può confondere.

No! Senti, sta storia va avanti da un mese e ogni notte per un mese ho sentito sempre lo stesso suono, ad ore diverse mentre dormo. Le capre in inverno non vanno al pascolo e comunque sono campanellini dolci, leggeri, non sono campanelli da capre. E’ un suono che somiglia ad un arpeggio, una melodia lieve eppure insistente, assolutamente presente, reale e anche piacevole se vogliamo. E’ una musica, una vibrazione che mi sveglia con dolcezza, niente di invadente, solo inquietante, ecco. Ed è inquietante perché non me lo so spiegare! Non riesco a capire da dove venga.

Radio e stereo spenti?

Seee! Spenti. Tutto spento. Ormai stacco anche gli interruttori del quadro generale della luce per evitarmi dubbi. I dubbi mi hanno perseguitato per almeno due settimane. Poi ho smesso e ho preso atto: sento i campanellini di notte. Punto.

Senti, non volevo dirtelo prima perchè avevo paura che ti offendessi, ma non è che sti campanellini sono solo nella tua testa, forse?

No, no, non mi offendo, figurati. E’ stata una delle prime cose che ho pensanto anch’io quandon non riuscivo a darmi un perché! E’ possibile, non lo escludo. Tu lo sai, dormo da solo e casa mia è troppo isolata per poter chiedere a qualcuno se per caso ha sentito i campanellini come me. L’unico modo per capire se sono un paranoico sarebbe quello di fare questa prova, ma non so a chi chiedere! Tu non è che…

Cosa?

No, volevo chiederti… non è che potresti venire a dormire a casa mia una di queste sere? Non pensare male, eh? Solo per aiutarmi a chiarire sta cosa che non mi dà pace! Sei l’unica persona con la quale ho avuto il coraggio di confidarmi e… e non saprei a chi altro chiedere, davvero!

Hmmm… non so se è una buona idea… ci devo pensare.

Ma certo, ma certo! Tu pensaci, prenditi il tempo che ti serve e poi fammi sapere, ok?

Ok, adesso devo andare. Ci vediamo domani all’ora di pranzo e ti so dire, eh?! Ciao Dodo.

Ciao e grazie Maya, eh?! Grazie.

Stranezze (prima parte)