Il prescelto

Sognava moltissimo e in compenso dormiva pochi secondi al giorno; gli bastavano.

Poi apriva gli occhi e davanti a lui l’immenso salone bianco, le facce degli astanti in perenne e trepida attesa: occhi fissi, sgranati, asciutti, senza battiti di ciglia, bocche serrate, tutti calvi, uomini e donne, inginocchiati sulle grandi lastre di marmo bianco, seduti sui talloni in sei ordinate file di dieci corpi immobili e silenziosi.

Ci si doveva radere il capo prima di presentarsi al suo cospetto, era la regola, e si doveva essere a digiuno da cibo e sesso da almeno due giorni. Era permessa l’acqua, ma solo fino a sei ore prima dell’assemblea.

Dal momento in cui lui apriva gli occhi aveva inizio l’assemblea.

Un ragno dalle lunghissime zampe gli stava passeggiando sull’ampia fronte e quando lui aprì gli occhi grigi, il ragno dondolò lungo il profilo del suo naso, aggrappandosi con due zampe alle sopracciglia chiare e folte; entrambe le pupille conversero verso la punta del naso, ad osservare il piccolo ragno dalle lunghe zampe. Quando il ragno fu messo a fuoco dai grandi occhi grigi, tutti gli astanti videro sul dorso dell’insetto spuntare due piccole ali, si sentì un ronzìo sottile ed il ragno si librò in volo, trascinandosi le sue lunghe zampe e dirigendosi lentamente verso le grandi ed alte finestre dai vetri decorati.

Un ragno con le ali non si era mai visto e molte gole fecero fatica a trattenere la voce ed un suono di meraviglia; la regola prevedeva il silenzio assoluto.

Il ragno volò sopra le teste calve e tutti quegli occhi ne seguirono le circumvoluzioni assurde; tutti si aspettarono che l’insetto si posasse prima o poi su un vetro colorato delle finestre chiuse, ma lui niente: sembrava instancabile e protrasse il volo per un tempo che parve interminabile.

Alla fine si posò sulla testa calva di uno di loro e in quel preciso istante molte gole deglutirono e molte schiene rabbrividirono.

In quel modo era stato individuato il prescelto.

L’aria si fece improvvisamente fredda, gelida e a molti costò moltissimo rimanere immobili; l’immobilità faceva parte della regola.

I corpi rabbrividirono ed i fiati che uscivano dai nasi degli astanti si levarono in una nebbia bianca, prima rada, poi sempre più fitta e densa, finché a nessuno fu più possibile vedere nulla.

I corpi intirizziti e gelati dei presenti cominciarono a non avvertire più la sensibilità delle parti terminali di mani e piedi e la cartilagine dei nasi  e delle orecchie stava subendo un principio di congelamento assumendo prima un colore biancastro, poi giallognolo e infine rosso e bluastro, fino ad assumere un colore nero di carne necrotizzata. Il dolore stava diventando insopportabile, ma nessuno si mosse; era la regola.

Poi dall’alto cominciarono a fioccare dei petali di un colore simile al magenta, molto ampi, che ci mettevano molto a cadere a terra ed il tempo sembrava dilatarsi seguendo il lento scendere dei petali, i cuori dei presenti smisero di battere per alcuni lunghissimi secondi, poi la nebbia cominciò a diradarsi piano e nel contempo il sangue ricominciava a venire pompato nelle arterie e nelle vene dei presenti.

La temperatura si alzò lentamente, fino a diventare gradevole, le necrosi da congelamento scomparvero dalla pelle delle mani e dei volti. I petali svanirono.

Lui ed il prescelto erano spariti.

Un campanello dal suono sottile e quasi impercettibile suonò appena.

Il grande portone intarsiato alle loro spalle si aprì: quello era il segnale e tutti si alzarono ed uscirono.

 

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Digressione

A lui piaceva stirare

Si era preso la briga di stirarsi la biancheria intima, un giorno. E gli piacque. Ci aveva preso gusto e cominciò così; stirava tutto, come facevano le nonne di una volta, o le brave massaie di adesso, o i bravi casalinghi che avevano imparato dalle brave nonne.
Stirava, lui, e gli piaceva e fu una scoperta che gli cambiò la vita.
Tornava a casa dal lavoro, si accendeva la radio su un canale qualsiasi, giusto per avere un sottofondo di voci inutili che gli facessero compagnia mentre lavorava e poi preparava il ferro da stiro, il cesto della biancheria pulita da una parte, il ripiano del grande tavolo da cucina dall’altra.
Si vedeva proprio che era bravo, che ci sapeva fare.
E stirava, per ore. Da quando aveva scoperto di avere questo talento, non vedeva l’ora di lasciare l’ufficio, il lavoro inutile che svolgeva ormai da anni, in mezzo a gente che conosceva troppo bene per volerla conoscere davvero; non vedeva l’ora di tornarsene a casa a stirare.
Era diventato un esperto e si era dotato di tutti quei prodotti che con una spruzzata permettevano di inumidire e rendere perfetti i colletti ed i polsini, di togliere i pelucchi dai capi nuovi che dopo i primi lavaggi sembravano impazzire un po’, divenendo arruffati, non perfettamente lisci; tutti capi di qualità, s’intende, come quelli di lana morbida che, leggermente e con grande cura, distendendovi un panno di cotone sopra per non rovinarli con il ferro, lui stirava anche se non ce n’era bisogno.
Lo aveva visto fare a sua madre, quando era piccolo; lei proteggeva sempre le stoffe con un fazzoletto di cotone, prima di metterci il ferro riscaldato con le braci sopra. Gli era sempre sembrato un gesto d’affetto, un rito colmo di rispetto per qualcosa che aveva valore, per qualcosa di prezioso e bello. E di prezioso in casa sua non c’era nulla, intendiamoci, che i suoi erano contadini e vivevano di poco, ma il gesto in sè era prezioso. Forse era quello che lo attirava, ma di preciso non lo sapeva.
A lui piaceva stirare e questo era tutto.
Lui, neanche a dirlo, si era comprato un ferro da stiro con la caldaia più potente che si potesse trovare sul mercato, un pezzo da stireria industriale, di quelle professionali e aveva allestito due stanze della vecchia casa ereditata dai suoi per poter compiere il rito con i criteri richiesti dal caso.
E nelle altre stanze, ovunque, si trovavano i grandi armadi che occupavano pareti intere. Aveva anche la piastra a vapore e un’altra serie di ferri da stiro “minori” che accendeva e utilizzava all’occorrenza, per lavori di fino.
Toglieva le tende di lino, o di cotone o di broccato o di seta una volta alla settimana e le lavava e le stirava, tutte.
Gli sembrava un ottimo esercizio, una palestra che lo avrebbe portato forse alla perfezione, un giorno. Ma la cosa che a lui interessava davvero era il modo in cui riporre i tessuti perfettamente stirati; questo era fondamentale.
Per fortuna aveva molte finestre e molto grandi, perchè abitava in una di quelle case vecchie di campagna che nessuno lasciava ristrutturare perchè hanno un valore storico. Finestroni alti due metri; perfetti, perchè richiedevano stoffe ampie che una volta ripiegate equivalevano a campiture larghe da porre sui suoi scaffali. Le campiture larghe erano importanti quanto quelle più sottili, minime, perchè davano luce.
E le lenzuola, cambiava e stirava in continuazione anche quelle e ne aveva di tutti i tipi, di tutti i colori: di flanella, di cotone grezzo, di cotone morbido, di seta… stirava anche la seta, perchè lui sapeva come si fa, come si poteva accarezzare la seta rendendola perfettamente liscia, più liscia della seta.
Negli armadi poneva delle pile di indumenti perfettamente ripiegati e questi creavano un ordine geometrico calcolato al millimetro e quando apriva le ante, gli sembrava di assistere all’epifania di un quadro astratto che aveva una logica equiparabile a qualche formula matematica sconosciuta ai profani, ma che lui conosceva benissimo, perchè la ripeteva ormai da anni, inconsciamente, sempre uguale.
Le sue prove nel collocare stoffe diverse sui ripiani erano la sperimentazione costante che gli serviva per sentirsi appagato, partecipe di quelle forme, di quei colori di trame come se fossero l’essenza stessa della sua carne, del sangue che gli scorreva dentro.
Cromie sfumate si distendevano in penellate orrizzontali fatte di stoffe dalle trame e consistenze più diverse e anche al tatto quell’ordine sembrava avere un senso logico equilibrato, armonico, piacevole come la carezza di velluto sulle guance.
Era tutto come doveva essere, esattamente, come se lui avesse trovato nel suo lavoro di stiratore il senso profondo del tutto.
Teneva il suo personale senso profondo chiuso nei suoi armadi e ci lavorava di giorno, di notte, da sveglio e mentre dormiva; ci lavorava ogni volta che poteva e non se ne distraeva mai, nemmeno quando doveva uscire per andare al lavoro e camminava fra la gente e scendeva in metropolitana e si recava in ufficio.
In realtà, si era poi reso conto, lui pensava sempre a come disporre le sue stoffe, a come renderne le superfici perfettamente lisce e osservava i colori del giorno, dell’alba, del crepuscolo per capire come poterli accostare sugli scaffali, valutando se e quali capi acquistare per completare un’opera che a lui sembrava incompiuta, da definire, da rendere finita.
Divenne vecchio e andò in pensione e ne fu felicissimo, perchè adesso avrebbe potuto dedicarsi alla sua opera a tempo pieno, finalmente; non avrebbe più dovuto fingere, avrebbe potuto essere quello che era pensando a come stirare e disporre i suoi colori ad ogni ora del giorno e della notte e continuò, con i pochi soldi che gli passavano con la pensione, ad acquistare le sue stoffe, le camicie, le maglie ed ogni tipo di indumento o altro che potesse essere utile a porre un ulteriore tassello cromatico al suo lavoro.
Un giorno si sentì stanco, molto stanco e fu costretto a lasciare il ferro da stiro un attimo per sedersi a riposare sulla poltrona che aveva posizionato davanti all’armadio più grande, un po’ distante, lì, nell’angolo a sinistra, per poterne contemplare l’interno ad ante aperte.
Era un pomeriggio d’estate e il sole fuori stava scendendo piano, mentre l’aria rinfrescava ed i grilli nei campi cominciavano a cantare. Lui li sentì e sorrise un po’, mentre gli occhi gli si chiudevano pesanti di sonno e colmi di stoffe ripiegate e colorate.
Il ferro da stiro era rimasto appoggiato alla tavola e stava scaldando una sottile federa di cotone verde; era la prima volta che lui si scordava il ferro da stiro appoggiato alla tavola, con una delle sue preziose stoffe sotto. Era un piccolo ferro, di quelli di una volta e non si spense da solo. Non si spense.
Il fumo saliva piano dall’asse e si disperdeva in una sottile colonna grigia, mentre la stoffa cambiava colore e sfumando dal color mattone al grigio cupo, piano si fece di brace. L’aria tiepida entrava dalla finestra aperta, smuovendo lievemente le tende color magenta e aiutando le piccole braci a prendere vigore; queste caddero a terra e si posarono dolcemente sulle carte sottili che avevano avvolto una camicia color porpora, nuova, acquistata la mattina stessa per definire un angolo in alto a destra dell’armadio grande che aveva bisogno di essere un po’ ravvivato con una nuova pennellata. Le carte sottili presero fuoco e così una manica della camicia rossa che pendeva dal tavolo.
In pochi minuti dalla vecchia casa si levarono fiamme altissime che sembravano portare lontano i colori più eccezionali, più strani e più fantasiosi che si erano mai visti.
Nessuno si accorse di nulla; la casa stava in un luogo troppo isolato perchè il fumo, il fuoco e tutti quei colori che volavano nell’aria si potessero vedere dalla città che distava alcuni chilometri.
Quando i vigili del fuoco arrivarono sul posto, troppo tardi e quando tutto fu finito, della grande e vecchia casa c’era solo la cenere ed il carbone nero.
Trovarono il suo corpo adagiato su quella che doveva essere stata una poltrona e sembrava un manichino scuro, addormentato, come se non si fosse davvero accorto di nulla; e nessuno seppe mai di quanto colore aveva vissuto, quel manichino nero.

A lui piaceva stirare

Non è il caso di esagerare, con il grigio

Ho seppellito un anello di latta nella neve.
Me lo avevi regalato in primavera e aveva una salamandra incisa sopra.
La salamandra è il simbolo del fuoco, mi avevi detto.
Io ti avevo guardato, forse ti avevo fissato, non ricordo, ma una cosa è certa: io mica avevo capito.
Niente di grave, niente di strano; quando mai io capivo? Quando mai?!
Però presi l’anello e me lo misi al dito, lo rimirai stendendo il braccio e decisi che se quello era il fuoco, non era poi troppo caldo e potevo sopportarlo.E lo tenni.
Oggi però l’ ho sepolta nella neve, la salamandra, perchè se è fuoco, allora la scioglierà senz’altro e la farà sparire in fretta, perchè il bianco si sporca facilmente e porta il grigio in questi cupi giorni e a me, tu lo sai, non piace avere il grigio addosso, non mi piace averlo negli occhi.
C’era l’ombra del campanile e di fianco una albero e sull’albero la cornacchia; anche lei era grigia.
Fosse stata nera ci sarebbe stata anche bene, lì di fianco al campanile, appollaiata sull’albero; tuttavia era grigia e le lanciai un sasso, ma non la presi. Pazienza.
Non si tirano i sassi alle cornacchie, mi dissero.
Fanculo, risposi, quella non è una cornacchia qualunque! Quella è una cornacchia grigia! Ma non capirono… ho il dubbio che loro nemmeno lo vedono, il grigio.
Non c’era cenere, ancora, ma ci sarebbe stata e serviva per ricordare, dicevano. Me la immaginavo spargersi nei ricordi, come fa il pulviscono nelle stanze assolate quando si rifanno i letti, che si alza e si muove e confonde la vista, perchè non si fa seguire, non riesci a seguirlo, esattamente come i ricordi, che poi si perdono, sempre.
Me ne andai e la cornacchia gracchiò e io le mostrai il dito medio.
Era finito il rito, era finito tutto, per qualcuno.
E lei volò via, che era ora.

Non è il caso di esagerare, con il grigio

Ascolto la musica che mi porta

Scelgo di non appartenere, di non avere peso. E scelgo di ascoltare la musica che mi porta; la scelgo e mi riempie il buio negli occhi, mi colora dentro e mi porta.
Non ho mezzi, non ho soste nell’itinerario; semplicemente prendo e vado e osservo, mi lascio dire dal Mondo che cosa c’è da vedere, da sentire. E sento tutto, lo sento tanto e spesso troppo, anche guardando il niente.
E ascolto la musica che mi porta.
Non finisce se non quando apro gli occhi per guardare e allora li tengo chiusi, per vedere, per sentire e mi solleva con scale di dolcezza, con trilli di allegra certezza, con soffi sommessi di voci e melodia.
E’ la mia musica, la mia, che mi scorre dentro e mi solleva e mi porta.
E come faccio poi a non esserle grata, a non volerne ancora, a dormire con lei che mi culla, svegliarmi con lei che mi accarezza il sonno quando si fa leggero!? Come si fa!?
Senza non ci so stare.
Sarebbe un Mondo solo e spento, senza. E invece Lei c’è e mi consola anche solo il pensiero, mi solleva il cuore il poterla vivere, il poterne sorridere e perdermi nelle sue onde.
Quando mi spegnerò, vorrei che ci fosse, che ne fosse piena la stanza da dove dovrò salutare; vorrei che ci fosse perchè mi accarezzi nel sonno e in quell’altro sogno, mi porti ancora magari.

Ascolto la musica che mi porta

Lalucefaunpo’comelepareanchecromaticamenteparlando,diciamo

La chiamo verde questa luce che mi raggiunge fino ai piedi del letto. La chiamo così perchè so che prima di arrivare qui ha visto il mondo là fuori e me ne porta un po’ e sa di menta, del freddo profumato che sale dalla terra e lungo le vallecole e colora l’aria, di verde, appunto, ma anche un po’ di giallo e azzurro.

La vedo scivolare silenziosa per non svegliarmi e io fingo di dormire, giusto perchè non svanisca; la guardo allungarsi piano lungo le linee del mobile ed entrare negli angoli per farli sparire e rendere liscio e senza spigoli il mondo qui dentro.

Erano anni che non sentivo cantare un gallo e stamane c’era anche lui e cantava, una, due, tre volte, come tradizione vuole; alla terza volta la luce la chiamo rossa, come le arance scure, quelle che gocciolano sangue dolce lungo le dita e rivoli arrivano ai polsi, dove tu li assaggi e li fermi sperando non arrivino al gomito e speri che magari ritornino al cuore.
Dietro a quella porta c’è un vano senza finestre e lei entra dalla fessura sotto la porta, lungo il pavimento ed è gialla e polverosa di velluto bianco mentre sale lungo le setole delle scope. Ci sarà qualche formica che zompetta tastandola con le antenne nere e lente e forse è così che sorridono le formiche e lei sorride a loro e intanto ne accarezza la pelle dura e lucida.

La chiamo calda, adesso, che il sole arriva ovunque, fra il grigio e le ombre viola e ne fa forme e chiavi nuove che basterebbe raccogliere e ricordare, per aprire altra luce. E allora la disegno e la fermo fra i pensieri, come una spilla da appuntare o un ago da riprendere in mano, domani, o stanotte, in un altro momento.

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Si raccoglie in piccole pozze limpide, prima che la terra abbia il tempo di accoglierla e poi cola via in piccoli rivi allegri, verso valle. Trovarsi sotto la prima pioggia arrivata dopo settimane di arsura è una sensazione che mette stupore addosso ed un senso di gratitudine, di piacere complice, con le nuvole, con l’aria che si tinge di bianco e di grigio e si lascia respirare fresca. Si sentono le resine crepitare di buono ed i lampi ed i tuoni si spandono e accendono l’aria di raffiche di vento freddo. Lasciarsi scorrere l’acqua fredda addosso, cercando di tenere gli occhi aperti, con grosse gocce che lavano le iridi, facendoti piangere attraverso un mondo opaco, fatto di colori sfumati, lenti e tenui come li volevi vedere, come da troppo sole non sapevi più sentire; ti mancava, moltissimo. Ed è la sensazione di freschezza, di luce diversa che ti avvolge e potresti stringertela addosso se solo ne trovassi un lembo fra le foglie, ma non serve; lei ti sfiora da dentro e si allunga con le ombre e ti allunga le notti per farti sentire calma e a casa, ancora.

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