(1) LA STANZA

Viveva in quella stanza da molto tempo, ma in realtà lei non ne sapeva più nulla, del tempo. Percepiva i cambiamenti cromatici, le variazioni di intensità della luce, questo sì; l’alternarsi cadenzato del mattino che segue il buio, della notte che segue al giorno, ma non esisteva più il concetto di tempo nella sua mente. Anche l’età che il suo corpo si portava addosso, lei non se la ricordava più. Un tempo ne aveva tenuto il conto, se lo ricordava questo, ne aveva la sensazione, ma ora non più.

Di quel luogo chiuso entro il quale viveva era diventata ormai parte, come ne era parte l’aria che in esso lei respirava. In quella stanza lei si limitava ad adagiarsi, adeguandosi, e prendendo la forma circolare dei suoi passi che misuravano in un moto perenne lo spazio minimo che le era stato concesso.

L’arredo consisteva in un letto, una sedia, un tavolo e un lavandino accanto ad un bagno; la tazza ed il lavandino erano separati dal resto della stanza da una tenda di plastica azzurra. Non c’era una doccia e nemmeno una vasca da bagno, ma sotto al lavandino vi era una grande tinozza di metallo smaltato e una brocca per l’acqua; lei li usava per lavarsi.

Sostava immobile nel suo quotidiano come una noce caduta al suolo, immersa nell’humus di foglie e erba fatti di quella materia della quale si inbibiscono i pensieri quando sono troppo lievi e disancorati da tutto, anche da se stessi; quella stessa materia che sapeva di radici sottili, malamente ancorate e di sedimento profondo, l’attorniava da diversi autunni ormai.

Solo in primavera si lasciava smuovere un po’ dai fili d’erba nuovi, teneri, ma tenaci che germogliavano numerosi. Allora qualcosa dentro le si faceva spazio come a reclamare una posizione più comoda, con l’effetto di lasciarle addosso una spossatezza ancor maggiore di quella che le si addossava durante il lungo letargo invernale.

Chiamava inconsapevolmente e con lievi sussurri i giorni durante le notti e si assopiva nelle ore del giorno attendendo il buio. 

In quei risvegli frammentati e nuovi, primaverili, non si preoccupava del suo guscio reso sempre più sottile e fragile dagli elementi che lo levigavano e lo rendevano friabile, e tanto meno le importava di ciò che, fuori dal guscio che la conteneva, accadeva. In realtà lei non aveva percezione di ciò che non interessava direttamente il suo essere lieve da molti anni. Per lo più, lei dormiva.
Dormiva in modo da saturare le ore di semi-coscienza che la chimica farmacologica le faceva scorrere nel sangue e fra pensieri confusi, troppo brevi e spesso troppo lontani.

Dormire. Aveva cercato di farlo il più a lungo possibile soprattutto nei primi tempi, quando ancora sentiva il ticchettare dell’orologio appeso alla parete del corridoio che non aveva mai visto, fuori dalla stanza. Poi, un giorno, si rese conto che il tempo non serviva più, che tutto scorreva immerso in una dimensione in cui gli attimi non erano nulla e così nemmeno la volontà, le esigenze di un corpo ancorato ad una mente.

Dentro di lei qualche cosa si era oscurato e aveva lasciato che altro prendesse forma; si trattava di un’energia sconosciuta, di una forza che lei si limitava ad accogliere, ma che non le interessava riconoscere, né tanto meno capire.   

(continua)

Annunci
(1) LA STANZA

Un branco di cavalli in corsa

Avere un branco di cavalli selvaggi in corsa nella testa è una sensazione impegnativa; ti devi gestire una serie di incongruenze date dalla tua condizione di sedentarietà, di pacifica sottomissione ad una vita soffocata dagli affanni di un’esistenza delirante. Non è una passeggiata.

E con quel rumore perenne e assordante di zoccoli al galoppo che ti rimbombano da un angolo vuoto del cervello all’altro, soverchiando il battito cardiaco, poi! Ci deve essere molto spazio, lì dentro intendo, nel cervello. Per farci stare tutti quei cavalli, ci vuole necessariamente molto spazio, voglio dire.

E la polvere che sollevano!? Una ròba che ti sembra di stare nell’occhio del ciclone, fra i colori di fuoco del sole che filtra attraverso il pulviscolo, facendone luccicare le microscopiche facce dei prismi minerali e gli occhi che bruciano, la gola secca.

E poi ti devi gestire il senso di smarrimento dato dall’impossibilità di vedere chiaramente gli orizzonti, in mezzo a tutto quel rumore e a quella polvere ocra, gialla, bianca… pur sapendo che si stanno avvicinando, loro, gli orrizzonti, mentre tu, con tutti quei cavalli al galoppo nella mente, e la mente che sta galoppando al loro fianco, stai andando in una direzione e nemmeno sai bene quale, ma in fin dei conti non ti importa molto.

Quella è la direzione e tu la segui e questo è tutto.

Ci sarà il mare poi? O che altro? E guaderò il fiume? Dovrò attraversare le montagne e ci troverò la neve? Se ci troverò la neve dovrò domare uno di quei cavalli meravigliosi e farmi portare… o forse costruirò una slitta e mi farò trascinare lungo sentieri e valli immerse nel candore dei ghicci.

E in estate farò il bagno nell’ immenso serpente di acqua luminescente che scorre sinuoso sotto il sole della prateria e sotto le stelle gelide del deserto. Perché stanno correndo in un luogo indefinito e sconfinato questi cavalli, e se ne vanno a zonzo da un luogo meraviglioso ad un altro ancora più splendido.

E io che dovrei fare? Ce li ho in testa e non mi resta che seguirli lì dove vanno. Voi che fareste?

E mentre li seguo e ne sento il rumore assordante e ritmico degli zoccoli, mi dico che la Terra è davvero grande; me lo dico così, in piena contraddizione con la mia condizione di sedentarietà fisica e di pigro arrancare da un attimo di presenza più o meno consapevole a quello successivo. Il tutto costretto in poche centinaia di km quadrati.

E intanto i cavalli si asciugano il sudore nella sabbia e nella polvere limosa delle rive e per alcuni minuti anche loro si riposano un po’. Solo un po’.

Un branco di cavalli in corsa

E (1)

Erano mani di donne anziane. La lavarono da cima a fondo, passando spugne profumate d’essenze leggere sulla sua pelle, senza tralasciarne nemmeno un millimetro, carezzandola e strofinandola appena un po’ più forte sui muscoli delle braccia e delle gambe, sulla schiena, e poi dolcemente, di nuovo, a lungo, fino a rendere il suo corpo fluido, liquido come un’acqua che scorre nell’acqua.

Le lisciavano i capelli con un olio che sapeva di buono e di caldo e lei si sentiva una bambina, troppo piccola e troppo debole per dire nulla, per fare un qualunque movimento, per respirare un po’ più forte, prendere fiato e avere una reazione, anche minima.

Si lasciava fare, si lasciava manipolare languida, mentre i suoi occhi guardavano l’aria satura di vapori, colma di uno strano e lieve color rosa, un alone di petalo morbido, senza contorni, senza linee, sospeso fra lo spazio ed i suoi occhi. Non capiva, non sapeva costruire che pensieri molto brevi, che si perdevano l’un l’altro nel vuoto, sciogliendosi come nodi e poi abbracciandosi molli in una danza della mente, leggera, effimera, inconcludente.

Maya a tratti sentiva il profumo delle rose selvatiche ed aveva timore di scostarsi, di muoversi troppo, come se il suo corpo fosse circondato dai dei rovi tristi, tenaci, forti e vigorosi e un movimento brusco e involontario avesse potuto portarla a ferirsi la pelle.  Lasciava che i nodi delle sue fibre si sciogliessero, cadendo uno ad uno e adagiandosi piano nelle stoffe morbide che l’accoglievano; quello era l’unico modo per non ferirsi, pensava, e mentre le mani delle vecchie donne si allontanavano lente, fino a svanire del tutto, immerse nel vapore dei suoi sensi, lei si ritrovava immersa in un altro colore, in un blu profondo, rassicurante e forte come gli abbracci di suo padre, quegli abbracci nei quali si rifugiava quando era molto piccola, come adesso, e lui l’accoglieva cullandola, fino a farla riaddormentare, ancora.

“…non mi ha mai cullata, mio padre…” la voce le usciva in un sussurro e le lacrime l’accompagnarono improvvise, copiose, lente. Il vento si levò appena ed un profumo di gelsomini riempì l’aria; Maya vide la rugiada brillare e scorrere lenta lungo gli steli dei gigli e la sua bocca sorrise, mentre gli occhi gorgogliavano in un rivolo di acqua dolce. Il blu l’avvolse, il vento la sollevò e la cullò, a lungo, cantando appena.

Si aprì una finestra, alta e stretta. Dalla finestra entrò un uomo vestito di rosso, con una cravatta bianca dal grande nodo, un cappello verde e grandi baffi bianchi. Era senza naso, ma aveva grandissimi occhi dolci di cerva e lunghe,arcuate sopracciglia nere. Le fece un inchino e chinando la testa verso il suolo, i lunghissimi baffi si mossero come un’onda, seguendo fluidi il movimento del capo e sfiorando appena le falde del grande cappello. Maya sorrise all’uomo vestito di rosso, allungò una mano per toccargli i baffi, ma si sentì troppo debole ed il braccio ricadde sulle stoffe profumate.  Il blu svanì.

 

 

 

 

E (1)

… ci son palle e palle

Ho trovato dei funghi non commestibili e secchi che sembravano palline di gomma, di quelle che un tempo si mettevano nelle pistole che babbo natale regala ai bambini a natale… cioè, che babbo natale regala ai bambini maschi a natale, che poi però se le fanno fregare dalle bambine femmine, perchè a quelle piace sparare palline di gomma tanto quanto ai maschi, ma solo a volte e a volte no. E a volte i bambini giocano a pettinare le bambole e a volte non smettono mai, ma a volte sì.
Ho scoperto poi che si trattava di funghi, quindi, e non di palline di gomma, perchè ne ho preso uno e strappandolo dal pezzo di legno dove era aggrappato, è esploso. Puffff!
E una moltitudine di piccole altre palline molto, ma molto più piccole si è spansa nell’aria, come polvere marroncina, gialla e un po’ color ruggine, o come polline, ma non era polline, quelle erano spore: le spore del fungo che sembrava una pallina di gomma, ma che in realtà era un fungo.
Sono esplose le spore del fungo e si sono disperse nell’aria e poi sulla neve, creando una bellissima chiazza colorata e sfumata di giallo, di color mattone e forse anche un po’ di verde sullo sfondo bianco… trattavasi di muffa, io credo.
Mi son detta che se io non avessi pensato che quelle erano palline di gomma forse non le avrei toccate, o forse sì, ma non credo; e se non le avessi toccate non avrei visto la chiazza sfumata di colore sulla neve e sotto il sole, in mezzo al vento e non mi sarei stupita nemmeno per un secondo, poi, non così tanto, sicuro; nemmeno se avessi trovato una pallina di gomma anziché un fungo, no, non mi sarei stupita e me ne sarei rimasta lì, invece, come prima, né delusa, né non… con una pallina di gomma in mano, per niente meravigliata, non così come invece è accaduto vedendo volare le spore del fungo che era un fungo e non una pallina di gomma.
Ho pensato che a volte l’illusione di vivere nell’ordinario porta alla meraviglia dello straordinario, se abbiamo la fortuna di trovare un fungo su un pezzo di legno in pieno inverno o in generale in merito alle esperienze che facciamo, specie se al posto delle palline di gomma trovi dei funghi secchi.
Da questo discorso si potrebbe concludere anche che una pallina di gomma da molta meno soddisfazione di un fungo, perchè la prima non esplode, mentre il fungo esplode.
Con questo ho detto quello che dovevo dire, a tal proposito.

… ci son palle e palle