Eroina…

Sapevi di non saperne abbastanza… e hai portato il ridicolo nel tuo spettacolo quotidiano. Lo hai fatto per coprire il soverchiante senso d’ignoranza con un telo di puzzo rancido; l’odore della liberazione, dell’osceno, della follia.

Ti sei messa il belletto e la parrucca, hai detto che volevi danzare e hai mosso sgraziata le braccia, contorto il collo come fanno i tacchini nell’agonia e trascinato le zavorre che ti sei legata ai piedi quel giorno che ti volevi buttare dal parapetto.

Eri spettacolare, magnifica e orribile!

Eri al primo piano, mica ci voleva molto a capire che volevi solo scorticarti i gomiti, per poi farti toccare da quelle dita che potevano benissimo starsene aggrappate al sigaro di sempre.

E comunque ci hai messo parecchio a morire; esattamente gli anni che ti separano dall’adesso alla tua nascita, ma alla fine ce l’hai fatta!

Sei esplosa; pulviscolo catramoso di soffocante patetismo!

Hai voluto chiudere le porte che emanavano olezzi familiari e ti sei resa famosa fra le fila degli inutili e dei reietti.

E’ la tua condizione, questa, la tua salvezza, l’inno che ti eleva fra le coltri di naftalina e le pieghe d’amido irrigidito.

Ti hanno ripiegata fra i colletti resi duri e spastici dall’erezione di orbite gonfie.

Ma pensa! Se tu non fossi mai stata niente, non avresti mai potuto divenire nulla!

Hai vinto, alla fine. Sei un’eroina, solo che nessuno lo sa. Nessuno lo potrà mai sapere.

P.S. mi rivolgo a chi partendo dal titolo si aspettava che mi uscisse qualche cosa che facesse riferimento agli effetti di droghe più o meno pesanti; che costui o costoro si rendano conto: è così che funziona… l’illusione e la delusione sono sempre in agguato.

Eroina…

Cadono broccoli

Cadevano broccoli, quel giorno, così come cadevano broccoli tutti i giorni dell’anno, da tantissimi anni. Le strade erano inondate da broccoli e da esperienze umane, alcune ignare, alcune meno ignare, ma comunque ignare, alcune totalmente iconsapevoli e tutte camminavano su ciuffetti di verzure, alcune fresche, altre, sotto, costituenti il sottosuolo, lo strato da dove le esperienze venivano, completamente sfatto e putrescente.

Le esperienze umane camminavano sulla putredine dei broccoli caduti dal cielo così come fanno le formiche quando procedono senza sosta, arrancando e trascinandosi le mosche morte verso il formicaio.

Però le esperienze umane non andavano verso il formicaio; in realtà nessuna di loro sapeva bene dove stava andando. Si muovevano e questo è tutto.

E manco a dirlo, nessuna di quelle esperienze si ricordava come si faceva ad evitare i broccoli che cadevano come proiettili dal cielo, stordendole e limitandone la memoria; nessuna sapeva e nessuna si ricordava. Subivano la caduta dei broccoli e questo è tutto.

O il paese cambia o sarà il fanalino di coda del mondo, si sentiva dire dal grande amplificatore che sovrastava la caduta dei broccoli. Il nostro paese è più grande delle minacce, anche se il rischio c’è, tuonava imponente la voce baritonale. E credo che alzare i muri significhi non essere cittadinicrrriiifiiii. Fischio, gracidìo. Chiuso.

La voce smise di parlare e venne giù una scarica di broccoli ancor più intensa del solito; accadeva sempre quando la voce finiva di parlare.

E le esperienze mormorarono, alcune sommessamente, altre con voce più ferma: e a noi che ci frega di essere cittadini??! Che non lo sappiamo nemmeno cos’è un cittadino, noi!

Noi siamo vicine al suolo melmoso e putrefatto, ma morbido ed accogliente e ci camminiamo sicure, seppur fra le verzure che rivoltano lo stomaco dal gran puzzare, è vero, ma noi il puzzo nemmeno lo sentiamo più, noi ci siamo abituate e un po’ ci piace pure, di puzzare.

*****************************************************************************

Volò un’ape sopra le esperienze, fece diverse evoluzioni acrobatiche disegnando degli otto perfetti, andando, tornando ad onda mentre il cielo azzurro sullo sfondo si confondeva fra gli effluvi di putrefazione da broccolo… e poi l’ape si fermò su di un ciuffo di broccolo, lì sotto, nella melma, per terra.

Una coscienza un po’ grassa e stanca si fermò per riposare e chiese all’ape: da dove vieni? Dall’altro paese, rispose l’ape. Ah, disse l’esperienza perplessa, non sapevo esistesse un altro paese.

E poi l’esperienza grassa chiese ancora all’ape: com’è l’altro paese? E l’ape disse che l’altro paese era come quello, solo che non cadevano broccoli, ma fagioli. L’ape disse che i fagioli quando imputridiscono puzzano meno dei broccoli, però puzzano lo stesso.

E chi ci abita in quell’altro paese dove cadono fagioli? Chiese l’esperienza grassa e curiosa. E l’ape rispose che anche lì ci abitavano tante esperienze umane e che però parlavano una lingua diversa, ma camminavano in mezzo al puzzo di fagioli marci senza nemmeno sentirlo, proprio come le esperienze di qui camminano fra il puzzo dei broccoli senza nemmeno sentirlo.

Poi l’ape fece per volare via, ma l’esperienza curiosa e grassa la chiamò e disse: aspetta, ape! Tu lo sai se esiste un paese dove non c’è tanta puzza? Non lo so, rispose l’ape; se un paese che non puzza esiste, io non lo conosco. Tutte le esperienze di tutti i paesi dove abitano le esperienze umane puzzano di qualcosa; sono diverse e si tirano addosso il puzzo che è loro proprio, perché ogni paese ha la sua verdura che cade dal cielo e che poi imputridisce in mezzo alle esperienze.

Detto questo, l’ape volò via, in alto, cercando aria più sana, zigzagando fra un broccolo e l’altro.

Allora l’esperienza grassa e curiosa guardò per terra e si vide i piedi immersi nel putridume e si sentì i funghi e l’odore dei suoi piedi arrivarle direttamente nelle narici e per un momento ebbe un giramento di testa seguito da un conato di vomito.

Fu un attimo breve, una specie di sospiro fetido che pareve venirle da chissà dove, da lontano.

Poi l’esperienza grassa e curiosa guardò verso il cielo, si parò gli occhi con una mano per evitare che vi finisse qualche broccolo e in un lampo di consapevolezza si chiese: chissà da dove vengono tutti questi broccoli che ci obbligano tutte a vivere nel putridume?!

Allora, proprio in quel momento la voce si rifece sentire, un po’ più chiara e un po’ più acuta di prima: Lo spirito soffia dove vuole, ascolti la sua voce, non sai da dove viene, né verso dove va…. sai ascoltare la voce? Non tirare su muri, non cadere nella paura, noncrrrfffgzzz… Interferenza, gracidìo, scarica di broccoli. Fine.

E l’esperienza curiosa e grassa si distrasse coprendosi la testa con le mani giusto il tempo necessario per smettere di essere curiosa, guardò a terra, annusò il puzzo e non sentì nulla, e tornò a camminare, in silenzio, con tutte le altre esperienze umane che le brulicavano attorno.

Cadono broccoli

Roberto

PROLOGO

Roberto è un bambino perennemente in conflitto. Vive con il terrore di perdere tutto e allora combatte una guerra senza armi e ad ogni battaglia collassa. Questa è una storia fatta di tasti neri e bianchi, di saliscendi e di note aspre e non c’è vinto, non c’è vincitore, in questa storia; c’è un bambino che si aggrappa al secolo dei diritti e si rende conto che è un tempo scivoloso e viscido, che è impossibile non dire addio al passato.

La Libertà, dice, è un diritto sociale, politico e personale. Ed il potere incombe con le fauci spalancate e minaccia con la lingua a penzoloni, famelico e bavoso, pronto a sbafarsi tutto; mostro del possesso, detentore dei saperi e della tecnica, egli stesso vittima che si sbudella da sè, divorandosi a piene mani le viscere.

E Roberto è un Bambino solo, non ha controllo e viene controllato, dalla nascita alla morte, impotente.

Non c’è ritorno, non c’è modo di riprendere in mano ciò che corre più veloce di chi lo ha creato; non c’è modo. Si ascolta il mondo, ovunque. Il mondo ascolta se stesso, irrisestibilmente, irreversibilmente, a velocità inumane e non riesce più a comprendersi, perché la velocità calpesta la ragione e con essa la coscienza morale degli uomini e non li lascia più respirare.

EPILOGO

La ragione rende l’uomo civile, dice; l’irragionevolezza conosce terra fertile nel nulla del non pensiero e Roberto è un bambino solo, nessuno gli insegna a ragionare, nessuno gli insegna da dove viene, non c’è più coscienza e Roberto non è più un bambino, e non sarà mai un uomo.

 

Roberto

Perlospaziodicuinecessitol’indifferenzadelsuperfluoèunpuntoafavore

Lo spazio, il vuoto attorno prima o poi diventano indispensabili. Cerco spazio per respirare e per poter guardare lontano; cerco silenzio per potermi ascoltare, per potermi pensare, per guardare ciò che non riuscivo a vedere quando lo spazio era troppo stretto, troppo colmo, confuso, piccolo e pieno.

Me ne rendo conto quando lo spazio manca e, per motivi che non cerco, devo ritornare ad una condizione di saturazione che mi toglie l’aria là dove altri respirano benissimo. Mi chiedo perchè.

Lo spazio che mi serve non lo percepivo davvero finchè non l’ho provato e per la prima volta mi ha avvolto, per non lasciarmi più; e da allora  quando lo ritrovo (perchè lo cerco, sempre) sento che finalmente lo respiro a pieni polmoni e ne posso godere, guardando lontano, fin dove posso guardare. E mi ritrovo a sorridere sempre, da dentro, quando accade, quando lo rivivo.

Quando sono in questa condizione l’indifferenza del troppo, del confuso mormorare, dell’inutile dire mi fa piacere; spero di non essere visibile, di non esserci, di essere piccola, minima, come un punto all’orizzonte, per farlo durare, per preservare lo spazio che ho conquistato, che mi ha conquistato.

Spero nel mimetismo del lontano, dell’incomprensibile, del non esserci o, per meglio dire, l’indifferenza da parte di ciò che sento superfluo mi fa estremamente piacere, mentre l’attenzione dell’essenziale, la concentrazione del godibile nello spazio che osservo, perchè è ricco, ampio,vero e vivo mi gratifica come non mai.

Sono spazioampio-dipendente e non voglio cura.

Perlospaziodicuinecessitol’indifferenzadelsuperfluoèunpuntoafavore