Artigianatod’interni

Avrei preso ago e filo e mi sarei messa a cucire l’anima seguendo un modello ritagliato sulla forma di certi tronchi d’albero, di quelli che s’intrecciano eterni l’uno all’altro, per scorrersi da vicino la linfa e per farsi compagnia anche dentro alle tempeste più violente. Avrei seguito il disegno dell’arco del sole, come esempio di perfezione.
Mi sarei messa quel ditale d’oro di cui si narra nelle fiabe, provandolo sulla punta di tutte le emozioni, prima, e avrei cominciato a cantare, intrecciando il filo melodico in silenzio, come fanno i ragni al crepuscolo, quando imbandiscono le loro tovaglie traforate e poi quelle, al mattino, riluciono sotto i raggi del sole cariche di gemme di rugiada.
Mi sarei seduta da qualche parte in riva al mare nella notte, chiacchierando con gli dei dell’acqua, perchè il tessuto fosse leggero come le schiume, per vestirlo come si veste l’aria di luce e Luna, liscia, quando il riverbero è di preziosa perla.
Mi sarei cucita tutto da sola, punto dopo punto, modellando gli orli come le frange di certi petali viola, quelli che tremano anche quando l’aria è ferma e sono vivi di colore anche quando appassiscono un po’.
Mi sarei piegata i lembi di uno strascico troppo lungo, ma non li avrei tagliati, solo raccolti sulle braccia, a farne una stola, o una grande sciarpa, che mi sarebbe servita per avvolgermi il cuore, quando avrebbe fatto molto freddo.
E avrei cucito dei coralli lungo i fianchi e vicino al cuore, perchè avesse il senso delle onde lente o impetuose e perchè le sapesse assecondare, e non mi facesse  tremare e piegare per quelle cose del Mondo che sono sempre troppo grandi e troppo forti.

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