(4) La Stanza

Il topo le disse che le era molto grato per il suo regalo e in cambio prese l’abitudine di portarle dei grandi quadrifogli teneri e dei petali delle rose gialle che fiorivano in giardino.

Glieli lasciava fra i fogli dove lei disegnava le noci e lei al mattino li trovava e li appoggiava sul vetro della finestra, per vederne meglio il verde brillante, il giallo vivo e le sottili venature fragili in controluce. Li osservava con estrema attenzione, come faceva quando osservava la sua pelle bagnata mentre si lavava nella tinozza.

Poi li disegnava con i pastelli, inserendoli in giochi di linee morbide fra le noci, perché si tenessero compagnia l’un l’altro. Mentre era impegnata a disegnare era riuscita a sorridere e a rendersi conto che stava sorridendo. Era da molto tempo che non accadeva.

Le civette dalle piume candide arrivavano sempre verso la mezzanotte e si appollaiavano sulla testiera in fondo al letto, e quando c’era la luna piena si mettevano a volare nella stanza, e lei le vedeva volteggiare silenziose, mentre loro le offrivano l’esibizione delle loro fantastiche evoluzioni di leggerezza e ombre. Le dissero che quelle erano delle lezioni di volo e che lei doveva osservare bene, che doveva imparare.

Le civette disegnavano arabeschi di ombre sulle pareti; erano ombre tinte di luna e di notturno e a lei, prima che si addormentasse, questi spettacoli lasciavano un senso di pace che le sembrò di non aver provato mai prima.

Da quando le civette avevano cominciato a farle visita, specie nelle notti di luna piena, dove le ombre apparivano più nitide e gli arabeschi si stagliavano ancor più netti sulle pareti, lei si addormentava con il sorriso sulle labbra e si svegliava con molti nuovi quadrifogli e moltissimi petali di rose gialle disegnati sulle pagine dei suoi fogli. Adesso metteva i disegni sotto al letto, perché erano molti ed erano ingombranti.

Ogni sera, alle dieci in punto, tutto cadeva nel buio e venivano spente le luci; era la regola.

A lei sarebbe piaciuto che gli uomini vestiti di bianco anticipassero di molte ore quel coprifuoco, perché specie nelle giornate invernali, quando i colori del giardino si spegnevano troppo presto, lei non vedeva l’ora di potersi mettere a letto perché la venissero a trovare presto i topi, le falene e le civette.

Una notte venne anche un grosso riccio; se lo trovò accoccolato fra le lenzuola intento a guardarla con i suoi occhietti neri e dolci ed il musetto umido, immobile, a pochi centimetri dal suo naso.

Il riccio le disse che quella notte sarebbero venuti anche i crocieri e che lei avrebbe dovuto disegnare dei pinoli per accoglierli con del buon cibo e che se avesse disegnato anche dei rami di pino dove i crocieri potevano aggrapparsi per banchettare, sarebbe stato ancora meglio.

Così lei si mise al lavoro e disegnò al buio molti rami carichi d’aghi e strobili gonfi di pinoli per i crocieri. Ne arrivarono moltissimi e riempirono la stanza di colore, con le loro piume verdi e arancioni e color cenere; fecero molto rumore e a lei piacque tutto quel cicaleccio che riempiva il silenzio della notte.

Il giorno dopo le donne senza odore e senza volto le portarono delle medicine che avevano un sapore che lei non aveva mai provato prima. Adesso riusciva a distinguerne il sapore. Gli uomini vestiti di bianco le portarono altri fogli di carta e altri colori; questa volta erano pastelli di cera, con dei carboncini e dei gessetti colorati. Lei li prese e li osservò a lungo; le davano quella sensazione che somigliava alla luce che entrava nella stanza nei giorni di sole. Era bella, piacevole e lei pensò che non si ricordava più da quanto tempo non provava una sensazione come quella.

Quando le donne senza odore e senza volto si avvicinavano al suo letto per pulire, lei le scacciava ringhiando, esattamente come anni prima faceva il suo cane quando arrivavano gli sconosciuti a casa sua; lo faceva perché doveva difendere i suoi disegni.

Lei amava moltissimo il suo cane, se lo ricordava, perché l’aveva sempre difesa dagli sconosciuti. Si era ricordata di lui la notte che vennero i crocieri. Si ricordava bene l’espressione dolce dei suoi occhi ed il muso dal grande naso nero e umido che le si appoggiava alla gamba quando voleva essere accarezzato.

Così lei adesso doveva difendere i suoi disegni come il suo cane aveva difeso lei. Era vitale.

Da un po’ di tempo si svegliava presto, perché voleva vedere i colori del giorno che piano riempivano l’aria.

Però quel giorno dormì fino all’ora di pranzo e non si accorse delle donne senza odore che vennero a pulire e a portarle le medicine e la colazione. Videro i suoi disegni e lei non poté difenderli, perché stava dormendo. Tuttavia nessuno glieli portò via e lasciarono tutto come avevano trovato, anche se lei non poteva saperlo.

Gli uomini vestiti di bianco entrarono ad un’ora inusuale a farle visita, quando lei si era ormai svegliata e si era già lavata; le fecero delle domande, ma lei come al solito, non riusciva a capirli.

Si limitò a ritirarsi nell’angolo della stanza, con la schiena contro il muro; faceva sempre così quando entrava qualcuno e quando si sentiva stanca di quella posizione, si girava con il volto verso la parete e chiudeva gli occhi. Allora quelli capivano che dovevano andarsene e se ne andavano. 

Uno degli uomini vestiti di bianco guardò nella direzione del letto e si avvicinò ai suoi disegni, chinandosi un po’ per volerli prendere.

Lei ringhiò; ringhiò come un cane e fece per muoversi per impedire a quell’uomo di prendere i suoi fogli.

Lui si fermò subito, si ritrasse. Uscirono tutti, ma prima le lasciarono sul letto altri fogli di carta, dei carboncini e altri colori e molti pastelli. Lei sospirò di sollievo, ma avvertì il senso di pericolo che i suoi disegni avevano corso e pensò che doveva difenderli meglio, che doveva trovare loro un nascondiglio più appropriato.

Si guardò attorno presa dall’ansia; dove avrebbe potuto nasconderli?! Non c’era modo di trovare un buon nascondiglio in quella stanza nuda!

Si mise a pensarci e ci pensò finché non si spensero le luci ed il buio avvolse la stanza.

Si mise a letto, prese le medicine, ma era inquieta più del solito, perché non era riuscita a trovare una soluzione per proteggere i suoi fogli.

Finalmente verso le undici venne il topo rossiccio. Le si mise sulla spalla e le sussurrò all’orecchio che non doveva preoccuparsi perché ci avrebbe pensato lui a difendere la scorta di noci, i quadrifogli e le altre mille cose che lei teneva disegnate sotto il letto.

Allora lei sorrise e si tranquillizzò un po’. Chiese al topo come avrebbe fatto e lui le disse che avrebbe chiamato un suo amico: un guerriero terribile e spaventoso, ma molto forte e capace di difendere chiunque da qualsiasi pericolo, all’occorrenza. Allora lei prese il topo sul palmo della mano e lo guardò dritto nei suoi occhietti e gli disse che se davvero conosceva un guerriero tanto spaventoso doveva mandarglielo subito, perché i suoi disegni e la sua scorta di noci erano terribilmente in pericolo. Il topo annuì e con un lieve squittìo scomparve correndo via, in cerca del terribile guerriero.  

(4) La Stanza

Di quella sera che giocai ad occhi chiusi

Stavamo al tavolo, io Mademoiselle e Butterfly. Si giocava a ripulirci a vicenda e quella volta la buona sorte toccava a me; la fortuna mi si era seduta in grembo e le passavo le dita frai capelli da un bel po’ di mani, tanto che la cosa si fece un po’ noiosa. Allora, per ravvivare un po’ l’ambiente, proposi alle mie compagne di giocare ad occhi chiusi; cioè: io avrei giocato a occhi chiusi, senza guardare le mie carte. Loro due non si stavano annoiando per niente, visto che avevano perso quasi tutto e non so perché, ma acconsentirono alla mia proposta di buon grado. Si diedero le carte e io chiusi gli occhi, puntai metà della somma che avevo vinto; un bel gruzzolo. Mademoiselle passò, Butterfly volle rilanciare e vedere e trackkete: girai le carte sul tavolo! Full d’assi! Che io non vidi subito, perché avevo gli occhi chiusi, ma che stavano lì in bella vista sotto gli occhi delle mie compagne. La dea sorrise maliziosa arrotolandosi una ciocca di capelli sul dito indice e intanto mi passò un braccio sulle spalle sussurrandomi all’orecchio che si stava facendo tardi. Io la guardai, feci un cenno d’assenso e le dissi che ce ne potevamo andare anche subito, se a lei piaceva l’idea. Lei annuì e uscì precedendomi e guardandomi da sopra una spalla, poi mi fece l’occhiolino e con un cenno della testa mi invitò a seguirla. NOn me lo feci ripetere due volte, ma persi alcuni secondi per arraffare la somma vinta e per salutare con un inchino le compagne. Poi mi affrettai a seguire la dea. Quando fui in strada però non c’era traccia di lei; sparita nella nebbia della notte. Poco male, mi dissi, tanto valeva che me ne tornassi a casa. Alzai il bavero del cappotto per proteggermi dal freddo e misi una mano sull’involucro di danaro infilato nella tasca interna, incamminandomi lentamente verso l’albergo dove alloggiavo. Quando giunsi all’incrocio di Via Gelmini sentii un sibilo nell’aria e subito dopo un oggetto di dimensioni enormi  cadde dal cielo buio e squarciò il selciato del marciapidi sul quale stavo camminando, provocando un rumore assordante e gettandomi a terra. L’impatto mi aveva tramortito, ma dopo pochi minuti tornai in me. La notte era silenziosa e nessuno parve essersi accorto di quanto era accaduto. la cosa mi sembrò davvero strana: in giro non si vedeva anima viva e non si sentiva alcun rumore; la città sembrava morta. Quando la polvere grigia e pesante si diradò un po’ mi resi lentamente conto che un oggetto dalle dimensioni considerevoli era caduto dal cielo, si era sfracellato a terra e aveva praticato una vera e propria voragine nel selciato della strada, rovinando in parte sull’angolo di un edificio. Riuscii ad alzarmi in piedi e mi diressi sull’orlo di quella voragine e ci guardai dentro; sarebbe bastato che io mi trovassi pochi metri più innanzi e quella strana cosa mi avrebbe investito in pieno. Mentre stavo facendo quel ragionamento, lei mi si avvicinò da dietro e mi mise una mano sulla spalla, annuendo preoccupata. La dea mi era rimasta vicina, seppur io non l’avevo vista. “Ma cos’è stato?” le chiesi. “Nulla di importante…” rispose con un’aria di sufficienza. E poi aggiunse “Credo si tratti di un meteorite; uno di quelli piccoli. Forse ha scavato un tunnel e ci costruiranno dei laboratori, lì dentro. Forse… non so… ” E mi sorrise, facendomi cenno di seguirla… e anche questa volta non me lo feci ripetere due volte; la presi sotto braccio e lei mi accompagnò fino alla mia stanza d’albergo.

Di quella sera che giocai ad occhi chiusi