Neze (4)

L’uomo senza faccia gli stava sussurrando all’orecchio qualcosa, ma Dodo non riusciva a sentire, non capì, ma avvertì la ripugnanza, la sgradevole sensazione che quell’essere gli faceva entrare nella pelle. Così vicino, così schifosamente avvinghiato al suo corpo, aggrappato alle sue spalle con lunghe dita scarne dalle unghie sporche e unte che gli entravano nella carne, la pelle flaccida e lattiginosa che gli cadeva addosso ovunque come se le ossa non riuscissero a svolgere alcuna funzione in quel corpo sfatto e molle. Doveva scrollarselo di dosso, ma non riusciva a muoversi, non sapeva in che modo prenderlo per scaraventarlo lontano. Gli si era incollato addosso come un lattice putrefatto e se lo sentiva ovunque, mentre da dietro l’orecchio quello ghignava e biascicava qualcosa; un’orrenda litanìa senza senso.

Dodo cercava con tutte le sue forze di toglierselo di dosso e con una mano riuscì ad afferrargli un avambraccio, trascindandolo su uno dei suoi fianchi, per poterlo avere di fronte e liberarsi le braccia, mentre quello tentava continuamente di risalirgli sulle spalle e di aggrapparsi a lui con ogni mezzo. Dodo si sentì salire una rabbia inconsulta e con uno sforzo estremo lo afferrò sotto la gola con la mano sinistra e riuscì a liberarsi la spalla ed il braccio destri. Lo afferrò alla gola con entrambe le mani e l’uomo senza faccia cominciò ad assumere un colore rossiccio, poi violaceo, bluastro e infine mollò la presa e lasciò cadere le braccia flaccide e magre all’indietro. La grossa testa penzolò fra le mani di Dodo che non accennavano a mollare la presa. Dodo si stupì del fatto che quell’essere non aveva peso; era come uno straccio inutile e schifosamente sporco fra le sue mani. Istintivamente lo gettò lontano e si guardò le mani. Erano pulite e lui lo aveva ucciso.

Il Cane Bianco Riapparve mentre Dodo dormiva sdraiato a terra, nella ghiaia umida, spossato dalla situazione e da tutti quei pensieri cupi e oscuri che lo avavano avvolto all’improvviso. Il rumore dell’acqua che scorreva in lontananza e il gocciolìo della caverna lo avevano cullato e portato fra le braccia di Morfeo.

Il pelo dell’animale riprese a brillare, come alimentato da un’energia vitale che proveniva dall’ambiente circostante, o da chissà dove. Man mano che il Cane Bianco si avvicinava a Dodo con passi brevi e lenti, la luce dapprima fioca, simile a una nebbia rada, si accese pian piano, divenendo sempre più intensa e chiara.

Il Cane Bianco si accucciò vicino a Dodo, così vicino che lui ne sentì l’odore acre di terra e acqua e muschi; fu quell’odore a svegliarlo. Quando riaprì gli occhi, come in un sogno, ci mise un po’ a mettere a fuoco la sagoma dell’animale che gli stava accanto; era davvero magnifico, un cane come non ne aveva mai visti, si ritrovò a pensare. E si stupì di non averlo notato prima. Poi la consapevolezza si fece strada nella sua mente assonnata e Dodo si riebbe improvvisamente, quasi con un sussulto.

Si rese conto della situazione; la caverna era nuovamente illuminata, poteva procedere il cammino, si disse con una concitazione che gli cresceva dentro. Si guardò attorno: si trovava al centro di uno stanzone dalle pareti altissime, una magnifica cattedrale di roccia sotterranea; stalattiti e stalagmiti si allungavano a creare torri gotiche dalle forme meravigliose e incredibili, altissime fino all’inverosimile, tanto che non se ne vedeva la fine.

Dodo non aveva mai visto nulla di simile e nemmeno si sarebbe mai immaginato che in Natura potesse esistere un posto come quello; invece era lì davanti ai suoi occhi sgranati e increduli. La luce che emanava il cane Bainco illuminava l’enorme grotta con un’intensità notevole, ma l’effetto era dolce, quasi che le particelle luminose andassero ad accarrezzare le superfici fredde, lisce, fantastiche, senza aggredirle. Tutto quanto, le forme, le proporzioni, la materia, tutto ciò che lui vedeva era armonicamente bilanciato in quella visione sublime e a Dodo sembrò, ancora una volta, di essere stato risucchiato in un sogno, in una qualche dimensione a lui prima sconosciuta, ma concreta, viva e pregna di elementi che gli lasciavano sensazioni così vive e forti da stordirlo.

Non ricordava, non sapeva da dove gli venisse la consapevolezza che quella che gli stava sfilando sotto gli occhi era in realtà la Vera Bellezza, e si disse che forse era la prima volta che la vedeva davvero. Qualche cosa di simile lo aveva provato nelle sue lunghe camminate nella faggeta, o lungo i sentieri che lo avevano portato in alto, sulle montagne scoscese che si protendevano sul Grande Lago, ma per quanto quei momenti e quelle visioni lo avessero lasciato con il cuore leggero e felice, non fu nulla di così vivido e intenso come ciò che stava provando in quel momento. E fu stranamente felice di rendersene conto. Questo sentimento di leggerezza lo sconvolse un po’ mentre il pensiero tornò a Maya e si sentì una fitta nel petto.

Il Cane Bianco si alzò, lo guardò fisso negli occhi e Dodo ebbe per un momento la sensazione che quell’animale gli leggesse fino nel profondo dell’Anima; distolse lo sguardo, come per proteggersi da tanta invadenza. Il Cane Bianco si mosse ed il pelo luminoso ondeggiò in un movimento d’invito. Dodo si rialzò in fretta e lo seguì, sperando che tutta quella luce non svanisse di nuovo.C’era qualche cosa di diverso, adesso, in quell’animale magnifico; Dodo se ne rese conto, ma non riusciva a capire quale fosse il particolare che gli stava sfuggendo.

Mentre camminava seguendo il passo del Cane Bianco, Dodo osservava tutta quella magnificenza di rocce e colori e riflessi liquidi che gli sfilavano attorno, si rese conto che in lui era accaduto qualcosa durante quel sonno arrivato all’improvviso, dopo la disperazione per la perdita di Maya; si rese conto che l’idea della perdita della sua amica lo feriva ancora e dolorosamente, ma c’era qualche cosa che gli permetteva di non cedere, di sentirsi presente a se stesso e di godere di tutta quella bellezza che lo stava accompagnando.

Era come se i suoi occhi riuscissero a vedere la sua Realtà in un modo diverso, più luminoso e più efficace, ora. E man mano che questo pensiero si allargava nella sua mente, la luce che emanava dal Cane Bianco si faceva più intensa e netta; era come se la mente di Dodo fosse direttamente legata alle reazioni fisiche dell’animale. Anche la stanchezza che si era portato addosso in tutti quei mesi di notti insonni e id penseri invischiati di paure irrazionali stava svanendo, e si sentiva forte e tranquillo, mentre i suoi passi si facevano sicuri, cadenzati e ritmati dal rumore della ghiaia.

Giunsero in un punto dove la caverna si stringeva fino a ridursi ad una galleria piuttosto stretta e angusta. Durò a lungo e Dodo in alcuni punti dovette piegarsi fin quasi a camminare con le mani appoggiate a terra, ma non sentì la stanchezza, non avvertì nessun disagio e tantomeno si chiedeva se alla fine di quel lungo cunicolo ci sarebbe stata la vita e la salvezza, o se lo stava aspettando solo un’altro stanzone di roccia. Smise di pensare a quello che lo attendeva, smise di pensare a tutto e si limitò a camminare senza perdere di vista il Cane Bianco. E fu allora che se ne accorse: non avvertiva più nessun suono, solo i suoi passi e quelli del Cane Bianco sulla ghiaia ed il fiume d’acqua che scorreva lontano, da qualche parte sotto la roccia.

Dodo realizzò in quel momento che il collare di campanellini era sparito dal collo dell’animale.

Dodo si ritrovò a vivere il disagio dei mesi precedenti, all’improvviso e senza alcuna spiegazione. Pensò che qualcuno doveva averglielo tolto… pensò che un cane non si può togliere un collare da solo… pensò che però quello non era un cane come tutti gli altri e che niente di ciò che stava vivendo aveva sentore di logica e di razionale. La luce del Cane Bianco si fece un po’ più fioca e Dodo sussultò. Il Cane Bianco si fermò e lo guardò e Dodo capì. Doveva smetterla di occupare la mente con pensieri inutili e continuare a camminare. Nell’istante preciso in cui si affacciò questo pensiero nella sua mente il pelo del Cane Bianco tornò a illuminare il cunicolo con la stessa intensità di prima e l’animale riprese a camminare. Dodo lo seguì.

Il cunicolo si stava aprendo sempre più ed il rumore dello scorrere dell’acqua era sempre più vicino ed intenso. Quando il Cane Bianco uscì dalla galleria e Dodo lo raggiunse, quello che si aprì davanti ai suoi occhi fu qualche cosa di grandioso.

 

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Digressione

Ee (2)

Tu c’eri, c’eri sempre, ci sei sempre, anche adesso e non ho paura, non ne ho mai avuta veramente, perché tu c’eri e ci sei.

Sei sempre stata con me, anche quando eri lontana, anche quando da mesi non vedevo la tua figura, il tuo volto, la linea dei tuoi occhi, le tue mani dalle dita belle, con quelle piccole vene azzurre sui dorsi che quando era inverno mi ritrovavo a fissare mentre mi parlavi, e ci scorrevo un po’ dentro per scaldarmi, mi pareva.

C’eri, rotonda e liquida d’azzurro, quando si correva a nasconderci fra i cumuli di fieno e mi ricordo il tuo odore di bambina e sudore e polline, di sole fra i capelli, con il graffio leggero dei grilli nelle orecchie e le cicale a tener sveglie le palpebre nei pomeriggi sfiniti sotto i ciliegi.

Sento ora i tuffi a tradimento nelle fontane, le grida brevi, la tua voce che ride e corre veloce, piccola e forte, muovendosi da una stanza all’altra della grande casa che ci ha accolti; le mura spesse ed i pavimenti freschi.

Poi le tende che si muovono un po’, io che fingo di non vederti e passo oltre, per continuare a cercarti, mentre so che c’eri, che ci sei, che mi segui piano, mi guardi le spalle, come adesso che ho freddo e vedo solo il buio, anche dentro e ti sento battere sotto la pelle delle mie mani per tenermi al caldo.

E’ così profonda questa galleria, amica mia, e non so di preciso dove sono e quanto tempo ci metterò a smettere di sentire, di pensare, di esserci, ma non m’importa, perché tu sei con me, ci sei ancora, ci sarai fino alla fine. E non lo so com’è stato che ci siamo trovati, come davvero è successo. Io non me lo ricordo.

E tu? Ti ricordi Maya quando ci dicemmo arrivederci prima di lasciarci, quando tu partisti per andare a studiare a Londra? Te lo ricordi che io non ti guardai negli occhi e fu la prima volta, che non lo seppi fare, perché avevo paura di spezzarmi, di non poterli più rivedere quegli occhi e l’idea mi risultava insopportabile.

Avrai pensato che sono un codardo, perché tu, invece, tu mi hai abbracciato forte e per la prima volta dopo tanti anni ho sentito quanto il tuo corpo era cambiato da allora, quando si giocava a rotolarsi nell’erba, nella terra, nel fango dello stagno. Mi stupii, stupidamente.

Mi hai toccato i capelli, qui, dietro l’orecchio, come si fa con i cuccioli quando gli si vuol far capire che va tutto bene, che sono al sicuro. Sei sempre stata la più forte tu, Maya, lo sei ancora, perché so che ci sei, che sei lì fuori, da qualche parte, che sicuramente hai saputo come uscire da quell’ inferno, mentre io non so dove sono, non l’ho mai saputo e non ho mai capito da che parte sta l’uscita; sono chiuso dentro da sempre, capisci?

Questa roccia profonda, questo buio, sono così miei che non li so temere. Mi piacerebbe averne paura, come si temono quelle cose che sono al di fuori di noi e che non si conoscono, sai? Invece questo buio io ce l’ho dentro, lo conosco; questo sono io, Maya, e non so uscire dalla Montagna, non lo so fare, non senza di te, non ora, che vorrei solo dormire qui su questa terra umida, magari per molto tempo, magari per sempre.

Ma c’è quest’ acqua che scorre da qualche parte lì in fondo, lontano, e non posso fare a meno di sentirla. E’ da molto che la sento e non so di preciso da quanto tempo la sto ascoltando. Forse è stata lei, l’acqua, a suggerirmi di te, della tua presenza; è stata l’acqua a farmi ricordare che ti devo cercare e ti devo trovare, perché tu mi aspetti, mi sei venuta a cercare quando te l’ho chiesto e adesso te lo devo.  L’acqua ti somiglia, sai? Sei come l’acqua, tu, amica mia; non ti fermi mai, sei ovunque, sai abbracciare, sai esserci.

Il cane bianco è sparito; era lui che mi teneva sveglio. Gironzolava di continuo attorno alla casa, a volte addirittura entrava e si metteva a camminare nella mia stanza e io sentivo il suo collare, i campanellini di cristallo che tintinnavano, ma non ricordo di averlo mai visto, prima. Adesso che vorrei sentirlo, rivederlo, non lo sento più, non lo vedo più. Mi ha lasciato qui nella pancia della montagna e adesso sì, adesso vorrei dormire, se non fosse che ti devo venire a cercare, Maya. La terra qui è così fredda; devo alzarmi e cercare l’acqua, seguire il rumore. Non posso fare altro. 

Ee (2)

E (1)

Erano mani di donne anziane. La lavarono da cima a fondo, passando spugne profumate d’essenze leggere sulla sua pelle, senza tralasciarne nemmeno un millimetro, carezzandola e strofinandola appena un po’ più forte sui muscoli delle braccia e delle gambe, sulla schiena, e poi dolcemente, di nuovo, a lungo, fino a rendere il suo corpo fluido, liquido come un’acqua che scorre nell’acqua.

Le lisciavano i capelli con un olio che sapeva di buono e di caldo e lei si sentiva una bambina, troppo piccola e troppo debole per dire nulla, per fare un qualunque movimento, per respirare un po’ più forte, prendere fiato e avere una reazione, anche minima.

Si lasciava fare, si lasciava manipolare languida, mentre i suoi occhi guardavano l’aria satura di vapori, colma di uno strano e lieve color rosa, un alone di petalo morbido, senza contorni, senza linee, sospeso fra lo spazio ed i suoi occhi. Non capiva, non sapeva costruire che pensieri molto brevi, che si perdevano l’un l’altro nel vuoto, sciogliendosi come nodi e poi abbracciandosi molli in una danza della mente, leggera, effimera, inconcludente.

Maya a tratti sentiva il profumo delle rose selvatiche ed aveva timore di scostarsi, di muoversi troppo, come se il suo corpo fosse circondato dai dei rovi tristi, tenaci, forti e vigorosi e un movimento brusco e involontario avesse potuto portarla a ferirsi la pelle.  Lasciava che i nodi delle sue fibre si sciogliessero, cadendo uno ad uno e adagiandosi piano nelle stoffe morbide che l’accoglievano; quello era l’unico modo per non ferirsi, pensava, e mentre le mani delle vecchie donne si allontanavano lente, fino a svanire del tutto, immerse nel vapore dei suoi sensi, lei si ritrovava immersa in un altro colore, in un blu profondo, rassicurante e forte come gli abbracci di suo padre, quegli abbracci nei quali si rifugiava quando era molto piccola, come adesso, e lui l’accoglieva cullandola, fino a farla riaddormentare, ancora.

“…non mi ha mai cullata, mio padre…” la voce le usciva in un sussurro e le lacrime l’accompagnarono improvvise, copiose, lente. Il vento si levò appena ed un profumo di gelsomini riempì l’aria; Maya vide la rugiada brillare e scorrere lenta lungo gli steli dei gigli e la sua bocca sorrise, mentre gli occhi gorgogliavano in un rivolo di acqua dolce. Il blu l’avvolse, il vento la sollevò e la cullò, a lungo, cantando appena.

Si aprì una finestra, alta e stretta. Dalla finestra entrò un uomo vestito di rosso, con una cravatta bianca dal grande nodo, un cappello verde e grandi baffi bianchi. Era senza naso, ma aveva grandissimi occhi dolci di cerva e lunghe,arcuate sopracciglia nere. Le fece un inchino e chinando la testa verso il suolo, i lunghissimi baffi si mossero come un’onda, seguendo fluidi il movimento del capo e sfiorando appena le falde del grande cappello. Maya sorrise all’uomo vestito di rosso, allungò una mano per toccargli i baffi, ma si sentì troppo debole ed il braccio ricadde sulle stoffe profumate.  Il blu svanì.

 

 

 

 

E (1)

Ee (9)

Il Cane Bianco portava un collare con campanellini di cristallo al collo; aveva il pelo traslucido, come se fosse stato immerso in una tinozza di polvere fluorescente e si muoveva nel buio in circolo, lentamente, come fanno i lupi quando in branco accerchiano la preda, ma il Cane Bianco non aveva intenzioni minacciose, non sembrava nemmeno inquieto, non sembrava avere fretta; sembrava invece essere a proprio agio, seppure un po’ risentito dall’attesa, lì nel buio della caverna, al centro della montagna.

Dodo lo vide attraverso gli occhi annebbiati dalle lacrime; dapprima vide una luce sfuocata e flebile come la fiamma di una candela che ondeggiava nel buio, poi le forme presero contorni più nitidi e definiti, chiari. Emanava una luce propria, il Cane Binaco, come se il manto fluorescente fosse percorso da una corrente elettrica che ne definiva le forme di lupo. Adesso si era messo flemmaticamente seduto al buio; stava in attesa. Sembrava una di quelle abat jour che si trovano sulle bancarelle cinesi, quelle a forma di elefante con le lampadine interne.

Il Cane Bianco fissava Dodo dal buio della caverna e dal suo atteggiamento, da quello sguardo canino immerso nel buio, sembrava trasparire una certa sonnolenza, o forse noia, come se fosse stato sempre lì e fosse stato costretto ad attendere per chissà quanto tempo.

Dodo si ricordò di aver notato quel tipo di sguardo negli occhi di alcuni cani lasciati ad attendere dai loro padroni all’entrata dei supermercati. All’improvviso, come ipnotizzato, venne assorbito da quella strana visione sotterranea e per un momento si dimenticò del dolore che provava per la perdita della sua amica Maya.

Osservò per un tempo indefinito il Cane Bianco: non riusciva a decifrarlo. L’atteggiamento dell’animale non faceva pensare a nulla di minaccioso, ma la strana luce che emanava dal suo manto rendeva l’atmosfera pregna di un’inquietudine sottile, latente, come quando l’aria si carica di elettricità in vista di un temporale estivo.

Dodo riuscì a rimettersi in piedi, sfiorando con la testa la roccia del cunicolo che si apriva verso un’ ampia stanza di roccia al centro della quale lo strano animale se ne stava seduto immobile, con un atteggiamento da ospite svogliato e un po’ distratto. Dapprima lentamente, poi con un movimento sempre più frenetico, il Cane Bianco si grattò dietro ad un orecchio con la zampa posteriore ed i campanellini di cristallo presero a suonare velocissimi per alcuni lunghi secondi.

Dodo trasalì riconoscendo il suono che lo aveva tenuto sveglio in tutti quei mesi. Era quello il suono dei campanellini dei quali aveva tanto parlato a Maya; erano quelli appesi al collare di quello strano cane. Nel momento esatto in cui Dodo se ne rese conto il Cane Bianco si alzò e si mosse, addentrandosi verso il fondo della caverna; si muoveva lentamente, con estrema flemma ed eleganza e dopo alcuni passi si fermò, girò la testa verso Dodo, come per dirgli che doveva seguirlo, e poi riprese a camminare.

Dodo si mosse e seguì il Cane Bianco, mentre la caverna si apriva sempre più ampia man mano che i due si addentravano nella montagna e più si addentrvano e più la luce che emanava dall’animale si faceva forte ed intensa, illuminando le nude pareti di roccia e gli ampi stanzoni ed anfratti che si aprivano tutt’attorno; era come se il buio più profondo alimentasse la luce dell’animale e più si spingevano in profondità e più il Cane Bianco si caricava di luce viva.

L’odore della terra arrivò al cervello di Dodo e lui si rallegrò stranamente della freschezza umida che ne scaturiva; gli ricordava i prati bagnati dalla pioggia, l’odore dei torrenti in piena, del legno secco trascinato a riva, dello scrosciare degli acquazzoni sulle foglie della faggeta, della fuga degli animali selvatici e della loro paura improvvisa, dei loro movimenti invisibili e silenziosi nella boscaglia.

Erano sensazioni che riaffioravano dal buio antistante, mentre i suoi occhi fissavano la strana fonte di luce che lo precedeva.

Dodo era come ipnotizzato da quella luce sempre più intensa e cercava di tenere il passo, per non perderla, per starle dietro; il Cane Bianco da parte sua teneva un’andatura lenta, procedeva senza fretta, come se fosse sua intenzione farsi seguire senza che Dodo lo perdesse di vista.

Le pareti di roccia si coloravano di blu cobalto, argento e piombo e ampie venature di rocce più chiare, alcune lisce, altre frastagliate e dalle forme bizzarre di quarzi violacei e cristalli trasparenti brillavano tinte vivacemente dai riflessi dei minerali, dipingendo il passaggio di luci incredibili e dalle tonalità fantasiose. Le ombre di Dodo e del Cane Bianco si muovevano altissime, stagliandosi e allungandosi in alto, verso il vuoto degli stanzoni che si facevano sempre più ampi e vuoti.

Il suono dei loro passi sulla ghiaia li accompagnava in un ritmo lento, continuo, come fosse il battito di un unico organismo e come se la ghiaia stessa facesse parte di questo organismo.

Il Cane Bianco all’improvviso si fermò, si voltò per guardare Dodo; si fissarono negli occhi per alcuni brevi istanti e poi, all’improvviso, la luce si spense e Dodo si ritrovò al buio, ancora, di nuovo. Si rese conto in quel momento di trovarsi chissà quante centinaia di metri sotto terra, al centro della montagna. Si rese conto che lungo il tragitto non aveva tenuto conto di alcun punto di riferimento, tanto era assorto dalla luce del cane Bianco e nemmeno aveva cognizione di quanto fosse durato.

Si ricordò che  aveva tenuto il frontalino acceso e che ora la pila era completamente scarica. Dodo venne colto dal panico e la sua testa cominciò a girare. Cadde in ginocchio, mentre la disperazione gli saliva dallo stomaco. Disse qualcosa, chiamò il cane, ascoltò la sua voce nel buio, ma nulla. Gli rispose solo l’eco sordo e prolungato della sua voce e poi fu di nuovo il silenzio ed il buio più profondo.

Ee (9)

See (8)

Vennero le scintille, infinite, effimere, roventi e s’involarono a riempire il vuoto della notte; la fuliggine e le loro ceneri s’insinuarono nelle narici e nella mente addormentata dal fumo, dalla spossatezza, dall’insostenibile tensione delle ore appena trascorse. Maya aveva gli occhi chiusi e l’inferno imperversava ovunque tutt’attorno, con fiammate gialle e verdi, fra il crepitare roboante e spaventoso dell’incendio orami esteso a tutto il versante della montagna. Lei non poteva udire, nè vedere, nè tanto meno fuggire. La mano coperta da una pelle raggrinzita e secca si avvicinò alla fronte di Maya e quando le dita nodose si posarono sulle sue palpebre, Maya smise di respirare. Il suo corpo si fece fermo, l’addome immobile ed il respiro, l’ultimo, s’involò nell’aria rovente, in alto con le scintille, nella notte ferita dalle lingue di fuoco.

Dodo urlava il nome di lei mentre appoggiando la bocca ed il naso nell’incavo di un braccio cercava di filtrare l’aria irrespirabile; gli occhi gonfi di lacrime e fumo dai quali sgrogava disperazione. Un essere peloso, con una grossa testa infossata nelle spalle e che pareva muoversi come una scimmia gli passò davanti in una corsa sfrenata e lo urtò facendolo cadere a terra. Gli occhi feriti di Dodo lo seguirono per brevi istanti mentre l’animale si dileguò fra le fiamme. A Dodo parve di vederlo sparire nel terreno, mentre tutt’attorno i tronchi e gli alberi cadevano crepitando in un rumore assordante e un vento fortissimo, rovente imperversava ovunque.

Dodo si diresse a tentoni nella direzione dove quell’essere era sparito e trovò una fessura nel terreno, fra due grosse rocce appiattite. Dall’apertura ampia a sufficenza perchè un uomo adulto vi si potesse passare, sentì distintamente provenire dell’aria più fredda. S’infilò istintivamente fra le due rocce per ripararsi dall’aria densa di fumo nero che si stava facendo sempre più irrespirabile e si ritrovò in un anfratto del terreno, completamente al buio. Dodo sentì subito che l’aria in quel posto era più respirabile, come se provenisse da un mondo che non aveva nulla a che fare con quello che si stava sgretolando e disfacendo in cenere e polvere a pochi metri, là fuori. Quando il respiro gli si fece più regolare tossì a lungo, sentendo i polmoni che gli bruciavano e nel contempo cercava di trascinarsi sul fondo di quel buio salvifico dove l’aria fredda sembrava davvero pulita, mossa da una corrente ascensionale che impediva all’aria satura di fumo della foresta di penetrare. Gli occhi passarono in pochi istanti dalla luce accecante della foresta infuocata al buio più totale e lui si trascinò verso l’interno a tentoni, muovendosi sulle ginocchia e protendendo le mani in avanti, come a cercare un appiglio, un punto dove aggrapparsi.

Dopo alcuni minuti, quando l’affanno lasciò il posto a un respiro più regolare, Dodo si ricordò del frontalino che ancora aveva ben fissato sulla fronte e provò ad accenderlo. Girò l’interruttore, una, due volte, ma niente; probabilmente il calore del fuoco lo aveva messo fuori uso. Fece un ultimo tentavo e questa volta il fascio di luce uscì improvviso dall’apparecchio elettrico, illuminando una caverna ampia, che sembrava inoltrarsi in profondità nella roccia. L’apertura nella montagna era sufficientemente ampia da potersi muovere stando in piedi; aveva le pareti lisce, levigate e umide, come se il cunicolo fosse stato scavato dalla forza costante di un corso d’acqua.  

Dodo avvertiva alle sue spalle il rombare dell’incendio che continuava a imperversare e istintivamente fece qualche passo in avanti, come per allontanarsi da quel pericolo dal quale era appena scampato per un soffio. Non sapeva dell’esistenza di quella caverna nel bosco, non ne aveva mai sentito parlare e nemmeno i nonni, presumeva, ne avevano mai saputo nulla, perché altrimenti gliene avrebbero senz’altro parlato, pensò. Ed era strano anche il modo in cui l’aveva scoperta, in un frangente tanto critico… con quello strano animale che gli era balzato addosso e che senza dubbio si trovava lì dentro, da qualche parte; tuttavia non si fermò a pensare oltre e spinto dalla speranza istintiva di trovare un’apertura sul fronte opposto al quale era stato costretto dalle circostanze ad entrare, decise di esplorare il cunicolo, addentrandosi oltre.

Mentre si accinse a muoversi il pensierò andò a Maya e un groppo alla gola gli bloccò il respiro; non poteva essersi salvata da quella situazione spaventosa, si disse… e come avrebbe potuto?! Grosse lacrime gli rigarono la faccia sporca di fuliggine e mentre cercava di farsi animo per andare avanti lo pervase il senso di colpa, la disperazione.

La sua amica, la testarda e dolcissima Maya, la sua compagna di giochi dell’infanzia, l’unica sua confidente dal sorriso contagioso, non l’avrebbe più rivista, mai più. Mentre camminava appoggiandosi con le mani alle pareti umide e levigate della roccia, pensò e sperò con tutto il cuore che non avesse provato dolore, che se ne fosse andata senza soffrire fisicamente, perché Maya non temeva nulla, ma proprio nulla, gli disse lei una volta, tranne il dolore fisico, la malattia, la sofferenza del corpo. Un singulto gli bloccò il respiro e fu costretto a fermarsi. Si piegò in due e poi cadde sulle ginocchia come se il dolore che gli straziava il cuore lo avesse trafitto all’improvviso; il pensiero della perdita di lei gli impediva di andare avanti e così si raggomitolò su se stesso, come avrebbe fatto un bambino piccolo, e pianse, pianse a lungo. Nella caverna si sentirono solo i singhiozzi di Dodo che s’inseguivano con l’eco del gocciolare dell’acqua che cadeva lenta dal soffitto ampio ed il resto fu silenzio.

 

See (8)

Sneze (6)

Dodo ascoltava il silenzio mentre l’animo gli si faceva sempre più inquieto. Guardava dalla finestra i faggi carichi di neve, il cielo grigio ed i grossi fiocchi pesanti che non smettevano di cadere. Era tardi, il cielo cominciava a scurire e Maya avrebbe dovuto essere lì da almeno mezz’ora, ma dal fondo della strada ormai nascosta da un manto fin troppo compatto di neve, non si vedeva arrivare nessuno.

Poi, all’improvviso, smise di nevicare e in pochi attimi il cielo si schiarì. Dodo sospirò, fiducioso. Maya gli aveva detto al telefono che non era lontana, che aveva già raggiunto il pianoro e se il tempo volgeva al bello, poteva stare tranquillo: con un po’ di pazienza e un po’ di fortuna sarebbe arrivata in pochi minuti a destinazione. Si godette i colori del tramonto dalla finestra mentre alle sue spalle il fuoco nella grande stufa crepitava e riscaldava la cucina.

All’improvviso, mentre Dodo era assorto nella contemplazione dei colori magnifici del tramonto nella faggeta, immerso in quel paesaggio irreale fatto di neve e ghiaccio, vide che sul vetro della finestra si stavano formando dei cristalli di brina; delle specie di opere d’arte improvvisate dalla natura stavano prendendo forma all’istante. Sembravano dei disegni floreali di una fantasia geometrica esatta e si stavano espandendo sulla superficie esterna del vetro in brevi attimi contigui. Dodo non aveva mai visto nulla di simile. All’improvviso ebbe freddo e si allontanò istintivamente dalla finestra, portandosi verso la stufa. Aggiunse altra legna e ravvivò il fuoco, ma il freddo sembrava riuscire ad entrare da ogni fessura, da ogni minimo antro e raggiungere inesorabile la pelle di Dodo, che rabbrividiva, stringendosi le spalle. Era un freddo che non aveva mai sentito, quello, come se gli arrivasse da qualcosa che lo attraversava fin nell’intimo, attraverso le fibre dei tessuti del corpo e questo reagiva con un moto di rigetto. Si mise subito un altro maglione tentando di non pensare alla sgradevole sensazione che lo aveva pervaso.

Si sentiva come se qualcosa o qualcuno avesse invaso l’intimità confortevole della sua casa. Non si sentiva più al sicuro, questo era. Ed era questa la stessa sensazione che provava da settimane ormai, precisamente da quando gli stavano accadendo quelle strane cose delle quali non aveva avuto il coraggio di parlare a Maya; non nei dettagli, perlomeno, non come avrebbe voluto.

La notte spense i colori ambrati del giorno che si erano spansi sulla coltre imbiancata e Dodo ricacciò indietro quelle sensazioni ingombranti e paurose, concentrandosi e cercando di razionalizzare, così come aveva fatto nei giorni passati. Il pensiero tornò a Maya; si era fatto quasi notte e lei ancora non arrivava.

Dodo mise finalmente da parte gli scrupoli e si decise ad andarla a cercare, pensando che se Maya si trovava in difficoltà, così com’era probabile che fosse, lei avrebbe saputo mettere da parte l’orgoglio in vista di un aiuto concreto; o almeno così lui sperava. In ogni caso andarle incontro gli sembrò la cosa più intelligente e necessaria da fare. Avrebbe dovuto farlo prima; anzi, non avrebbe proprio dovuto lasciare che facesse la strada da sola! Avrebbe dovuto andarla a prendere! Ma lui la conosceva bene e sapeva che lei avrebbe preso quella gentilezza come una sorta di sfiducia nei suoi confronti… era complicata, Maya, e a lui era sempre andata a genio anche per questo, pensò sorridendo un po’. Sospirò e si scosse ancora una volta dalle sue elucubrazioni prima di prepararsi ad uscire; il cielo terso e stellato gli diede fiducia.

Appena Dodo aprì la porta di casa un vento improvviso, gelido e terribile sembrava volerlo ricacciare indietro. A stento riuscì a chiudere la porta alle sue spalle. Il freddo gli sembrò bestiale, tremendo; un freddo che gli entrava fino nel profondo dell’anima, delle ossa, come se si fosse esposto nudo alla tempesta. Si fece coraggio e proteggendosi come poteva, cercò di avanzare verso il garage. La neve si levava dal suolo creando una nebbia fitta di ghiaccio che gli sferzava la pelle della faccia rimasta scoperta. Provava delle fitte come se dei piccoli aghi di ghiaccio gli penetrassero in continuazione la carne del volto. Cercò di ripararsi con le braccia e sollevando il bavero della pesante giacca, proteggendosi come poteva e schermandosi gli occhi con le mani guantate.

Si portò a tentoni fino al vecchio garage dietro la casa. Ad ogni passo doveva farsi strada con le gambe immerse nella neve fino a sopra le ginocchia. Il vento cominciò ad urlare sempre più forte e Dodo udì chiaramente i rami dei vecchi faggi secolari spezzarsi con dei colpi secchi e spaventosi. La torcia che si era portato illuminava solo il biancore della tormenta e lui dovette procedere a tentoni, rimanendo a ridosso del muro della casa per orientarsi e per avere un minimo di protezione.

Finalmente raggiunse il garage e provò ad aprire i vecchi portoni in legno ma il ghiaccio bloccava il grosso lucchetto in ferro che tratteneva il catenaccio. Come se non bastasse la neve trasportata dal vento si stava accumulando davanti all’ingresso del garage e ci sarebbe voluta comunque una pala per aprire un varco nella neve e smuovere le porte che si aprivano verso l’esterno. Dodo fu preso dallo sconforto quando si ricordò che la pala si trovava all’interno del garage e diede un pugno alla porta con il risultato di spaccarsi la pelle della mano sotto il guanto e, visto il dolore che provò solo più tardi, forse anche qualche osso.

Un tempo il nonno di Dodo teneva il trattore e gli attrezzi agricoli in quel garage e visto che risultava ancora perfettamente funzionale per l’uso che Dodo ne faceva, ovvero per depositare qualche attrezzo e tenervi il suo fuoristrada, dopo la morte del nonno lui non aveva mai pensato di ristrutturarlo o di renderlo un po’ più confortevole. In realtà Dodo non aveva toccato nulla in nessun angolo della vecchia casa da quando i nonni erano morti. Non per incuria: lui faceva personalmente le manutenzioni necessarie, ma per un senso di nostalgico rispetto, come se in quel modo potesse tenere più vivo il ricordo degli anni passati e delle persone a lui care che non c’erano più.

La tempesta sembrava non aver intenzione di dare tregua; Dodo guardò il portone chiuso, la neve portata dal vento che gli si stava accumulando davanti e maledì se stesso per non essersi deciso prima di andare a cercare Maya. Si sentì stupido, incosciente e tremendamente in colpa. Dopo qualche attimo di sconforto si rese conto che non poteva star lì a piangersi addosso. Vista la situazione decise che sarebbe andato a cercarla a piedi; non aveva altra scelta.

Ripercorse a ritroso il solco che aveva fatto nella neve portandosi dalla casa verso il garage e che nel frattempo si era riempito quasi completamente di altra neve portata dal vento. Rientrò in casa, si cambiò velocemente il giaccone, si bardò velocemente e per bene con altri indumenti, si mise gli scarponi ai piedi e prese gli sci e l’attrezzatura necessaria nel sottoscala per uscire subito, di nuovo nella tempesta, senza fermarsi a pensare, trattenendo il respiro mentre i cristalli di ghiaccio portati con violenza dal vento, appena aprì la porta, gli ferirono la pelle.

Chiuse la porta facendo uno sforzo notevole, si mise in fretta gli sci ai piedi e partì. Ad ogni sferzata di quel vento tremendo rischiava di perdere l’equilibrio e senza veder assolutamente nulla cercò di portarsi nella direzione giusta, confidando nella presenza dei faggi che lo avrebbero in un certo modo guidato lungo la carreggiata della strada.

Riuscì a percorrere diverse centinaia di metri muovendosi a tentoni e confidando in cuor suo che la tempesta cessasse il prima possibile. Era allenato e aveva una buona resistenza, ma l’incertezza di quel modo di avanzare lo stava provando non poco; non riusciva a distinguere assolutamente nulla davanti a sé, ed il frontalino che si era fissato sulla fronte aveva l’unica funzione di rendergli evidente la bestialità di quel vortice pauroso di neve e ghiaccio al centro del quale si trovava.

Non sapeva con certezza se si era mosso nella direzione giusta e temeva di essersi inoltrato in qualche radura fra i faggi, rischiando di allungare il percorso. Il pensiero andò a Maya, alla paura che le fosse accaduto qualche cosa di grave e questo gli diede la forza per non demordere. Procedeva nel nulla, cercando di fare in fretta, con l’affanno nel petto e tendendo le mani in avanti, cercando i tronchi dei faggi con i bastoncini degli sci, perché erano l’unico punto di riferimento in quella nebbia impietosa di ghiaccio sferzante.

Di colpo il vento cessò. Il silenzio cadde e si distese sulla foresta come una coperta invisibile. I mulinelli di ghiaccio svanirono in alto, lontani, verso un cielo che si stava aprendo alle stelle che adesso sembravano vicinissime, vivide di una luce intensa, innaturale. Si trattò di un cambiamento talmente repentino che Dodo ci mise qualche minuto per rendersi conto. L’affanno piano lasciò il posto all’incredulità. La temperatura sembrava essersi alzata; lui guardò il cielo e non gli sembrò vero che fino a pochi attimi prima era immerso nell’inferno di una tempesta come non ne aveva mai viste. Si guardò le gambe che erano immerse nella neve fino a metà polpaccio, si mosse e cercò di assestarsi sulla superficie del manto nevoso. Si tolse la neve dalla faccia, dal vetro del frontalino e cercò di rendersi conto del luogo esatto in cui si trovava e intanto il cuore continuava a martellargli nelle orecchie. Ebbe una reazione nervosa che gli fece uscire un urlo rabbioso e bestiale dal profondo. Poi respirò, cercò di calmarsi; non doveva perdere il controllo, non ora. Aveva resistito per tutti quei mesi, poteva resistere ancora, doveva farlo. Adesso doveva cercare Maya. Maya era la cosa più importante, adesso. 

Fece dei respiri lunghi, per ritrovare la calma e si concentrò per capire dove si trovava. Un sorriso gli si dipinse sul volto quando capì che aveva preso la direzione giusta: la via aperta fra i faggi che gli si parava di fronte era la carreggiata della strada sommersa dalla neve, la riconosceva. E riuscì a distinguere i posto esatto in cui si trovava. Quando si rese conto, si mosse di nuovo, sollevando gli sci e scrollandosi la neve di dosso si rimise in marcia, rinfrancato e con la speranza che Maya stesse bene. Non era lontana, si trovava anche lui sul pianoro e in pochi minuti l’avrebbe raggiunta. Si mise a chiamarla a gran voce, anche se sapeva che probabilmente era ancora troppo distante per poterlo sentire, ma non si sa mai, si disse.

Mentre cercava di accelerare ancora più il passo urlava il suo nome ed il fiato cominciò a farglisi grosso, ma lui non ci fece caso e proseguì come se dovesse recuperare in un attimo tutto il tempo perso stando ad aspettare.

I rami ed i tronchi dei faggi erano coperti dalla neve che il vento aveva affisso ovunque sulle superfici verticali come dei manifesti che ne pubblicizzavano la sua forza incontrollabile; la luce del frontalino illuminava il biancore che si rifletteva da ogni direzione e la luna fece la sua parte, dipingendo il suolo con le ombre allungate fra i denti larghi dei pettini argentati.

Dodo sentiva solo il rumore ritmico del suo respiro affannoso, il battito del suo cuore e la sua voce che ogni tanto urlava il nome di Maya; tutto il resto era immobilità e silenzio. La neve al suolo si era solidificata in pochissimo tempo in una lastra compatta e ghiacciata e questo agevolava il passo pattinato di Dodo lungo il percorso. Ci siamo quasi, pensò, adesso la vedo, fra un attimo vedrò la sua macchina.

Fra gli alberi Dodo vide le ombre in movimento, all’improvviso. Non si spaventò, cercò di non avere reazioni che lo distogliessero dal suo procedere verso Maya, cercò di non pensare a tutto quello che gli era capitato in quegli ultimi mesi e continuò la sua marcia, indifferente. Le ombre velocissime e furtive continuavano a muoversi con i loro passi felpati; le sentiva, sapeva che erano ovunque, silenziose, scure, quasi invisibili non fosse stato per la luce della luna e per il riverbero di questa sulla neve. Se avesse focalizzato, se avesse perso la concentrazione anche solo per un attimo, sapeva che le avrebbe viste in maniera definita, spaventosa e non poteva permetterssi di avere paura, non poteva fermarsi, doveva andare avanti.

Poi di colpo un boato squarciò l’aria ed il rumore dello spezzarsi secco del legno che si schianta al suolo fece tremare la terra. Dodo sentì l’aria smossa dalla caduta del vecchio albero, vicinissima, a pochi metri da lui e trasalì, di nuovo. Pensò in una frazione di secondo che tutto quello che gli stava accando non avrebbe mai avuto fine. Lo pensò e poi ricacciò indietro tutte le sensazioni che quel frangente si sarebbe trascinato dietro.

La luce del frontalino illuminò i pochi attimi che ci mise il grosso tronco per raggiungere il suolo innevato; uno fra i più vecchi faggi a lato della strada non aveva resistito alla pressione della neve pesante e ghiacciata che gli si era accumulata fra i rami e, già provate dal terribile vento appena passato, le sue fibre spente non avevano retto.

Dodo non ebbe il tempo di riaversi dallo spavento, che altri colpi sordi e secchi di rami e tronchi che si spezzavano e cadevano in successione si levarono dalla foresta da ogni direzione. Il bosco stava letteralmente cadendo a pezzi, soccombendo al peso di tutta quella neve grondante d’acqua e poi ghiacciata all’improvviso dalla tempesta di vento gelido.

Dodo si rese conto che in nessun luogo, nè lui, nè Maya, finchè si trovavano in mezzo agli alberi della faggeta, si sarebbero trovati al sicuro. Ed entrambi erano proprio nel cuore della foresta.

 

 

Sneze (6)