Nee (3)

L’aria si riempì di polvere d’oro e l’acqua dolce e limpida di un ruscello scorreva gorgogliando e ninnandole il pensiero. Maya si svegliò in riva al piccolo lago e gli occhi si posarono languidi e assonnati sulle orchidee giganti che fiorivano ovunque. Altri fiori di un rosso vivo e aranciato, screziati di giallo le sorrisero tutt’attorno ed i profumi dolci e leggeri si confondevano per regalarle un sapore di  buono che le arrivava da dietro il palato.

Si sentiva bene come non le era mai successo prima. Cercò di ricordare che cosa era accaduto, di capire che cos’era quel luogo meraviglioso nel quale si trovava, ma i sensi erano rapiti da sensazioni talmente piacevoli da non permetterle di pensare ad altro. Si guardò attorno e si rese conto di essere sola e immersa in uno spazio meraviglioso, così colmo di bellezza come non ne aveva mai visti e nemmeno immaginati. Tutt’attorno vi erano animali dagli occhi dolci e miti e nel cielo limpido volavano uccelli con piume colorate e di immensa bellezza. Il ronzio degli insetti si mescolava con il rumore dell’acqua e libellule smeraldine e farfalle magnifiche si posavano e volavano allegre ovunque. Tutti i suoi sensi le rimandavano una condizione di piacere totale, tanto che le venne voglia di starsene lì immobile e in attesa, per goderne il più a lungo possibile, forse per sempre.

Il pensiero sembrava sfuggirle, non riusciva a concentrarsi, non sapeva focalizzare il ricordo, non poteva ritrovare la coscienza necessaria per rispondere a quella domanda che da qualche parte cercava di farsi spazio nel suo cervello. C’era qualche cosa di importante che doveva ricordare assolutamente… c’era qualcosa di più importante delle sensazioni meravigliose che stava provando e doveva… doveva riuscire a ricordarsi di che cosa si trattava. Gli occhi le si chiusero per un breve istante mentre la sua mente in uno sforzo estremo le rimandò l’immagine di uno sguardo; all’improvviso un nome le affiorò alle labbra e lo pronunciò in un soffio lieve, appena percettibile, come se quello fosse l’ultimo respiro di un animale minuto e debolissimo: “Dodo…”.

E fu il buio più totale, improvviso, spietato e colmo di un vuoto freddo. Maya si sentì sprofondare nel nulla mentre tutta la bellezza che l’aveva circondata fino a pochi secondi prima svanì in un soffio, lasciandola dolorante, angosciata, spaurita in un luogo senza luce. Cadde e sentì freddo e la testa cominciò a dolerle. Gli occhi le si riempirono di lacrime e mentre un dolore sordo le risaliva dallo stomaco costringendola a ripiegarsi su se stessa, un urlo straziante e bestiale le risalì dalla gola. Urlò il nome di lui.

Fu la consapevolezza netta, improvvisa e sferzante come un taglio di lama, impietosa: Dodo era morto in quell’incendio in mezzo al bosco. Il suo amico non c’era più, la sua spalla, la fonte dei suoi pensieri migliori, dei ricordi più amabili, la sua sicurezza di sempre, il riferimento di una vita, ora… non esisteva più… le affiorò l’immagine di lui avvolto dalle fiamme, il dolore fisico che doveva aver provato prima di morire, la sua agonia… e l’urlo anzichè spegnersi le si prolungò incredibilmente in gola, come se i suoi polmoni avessero incamerato una quantità inumana di aria per restituirla con un gemito roco e colmo di disperazione; un’onda lenta e infinita di dolore che le saliva dal centro, dai polmoni, dal profondo del suo essere disperato.

Il fiato le mancò e Maya desiderò che il suo corpo smettesse di respirare, che la lasciasse così, svuotata, perché tutto quel dolore insopportabile smettesse. E invece con un sussulto il suo corpo l’obbligò a riempirsi di nuovo i polmoni e la spinse a sentire ancora più forte quella lama tagliente che le si era infilata nello stomaco, rigirandosi nelle viscere, senza tregua. Durò per un tempo infinito e lei capì che non avrebbe smesso mai, mai più.

Il corpo di Maya si eclissò, ma non le fece il regalo di renderla inconsciente e la lasciò immersa in quel lago oscuro e pregno di sentimenti spezzati, confinata in un mondo buio e freddo.

Un mano gentile le carezzò i capelli, delle braccia amiche l’autarono a rialzarsi e la condussero via, ma lei non se ne avvide, non sentiva null’altro che freddo, e morte, come quando ci si addormenta e si finisce nell’incubo peggiore.  

Annunci
Nee (3)

See (8)

Vennero le scintille, infinite, effimere, roventi e s’involarono a riempire il vuoto della notte; la fuliggine e le loro ceneri s’insinuarono nelle narici e nella mente addormentata dal fumo, dalla spossatezza, dall’insostenibile tensione delle ore appena trascorse. Maya aveva gli occhi chiusi e l’inferno imperversava ovunque tutt’attorno, con fiammate gialle e verdi, fra il crepitare roboante e spaventoso dell’incendio orami esteso a tutto il versante della montagna. Lei non poteva udire, nè vedere, nè tanto meno fuggire. La mano coperta da una pelle raggrinzita e secca si avvicinò alla fronte di Maya e quando le dita nodose si posarono sulle sue palpebre, Maya smise di respirare. Il suo corpo si fece fermo, l’addome immobile ed il respiro, l’ultimo, s’involò nell’aria rovente, in alto con le scintille, nella notte ferita dalle lingue di fuoco.

Dodo urlava il nome di lei mentre appoggiando la bocca ed il naso nell’incavo di un braccio cercava di filtrare l’aria irrespirabile; gli occhi gonfi di lacrime e fumo dai quali sgrogava disperazione. Un essere peloso, con una grossa testa infossata nelle spalle e che pareva muoversi come una scimmia gli passò davanti in una corsa sfrenata e lo urtò facendolo cadere a terra. Gli occhi feriti di Dodo lo seguirono per brevi istanti mentre l’animale si dileguò fra le fiamme. A Dodo parve di vederlo sparire nel terreno, mentre tutt’attorno i tronchi e gli alberi cadevano crepitando in un rumore assordante e un vento fortissimo, rovente imperversava ovunque.

Dodo si diresse a tentoni nella direzione dove quell’essere era sparito e trovò una fessura nel terreno, fra due grosse rocce appiattite. Dall’apertura ampia a sufficenza perchè un uomo adulto vi si potesse passare, sentì distintamente provenire dell’aria più fredda. S’infilò istintivamente fra le due rocce per ripararsi dall’aria densa di fumo nero che si stava facendo sempre più irrespirabile e si ritrovò in un anfratto del terreno, completamente al buio. Dodo sentì subito che l’aria in quel posto era più respirabile, come se provenisse da un mondo che non aveva nulla a che fare con quello che si stava sgretolando e disfacendo in cenere e polvere a pochi metri, là fuori. Quando il respiro gli si fece più regolare tossì a lungo, sentendo i polmoni che gli bruciavano e nel contempo cercava di trascinarsi sul fondo di quel buio salvifico dove l’aria fredda sembrava davvero pulita, mossa da una corrente ascensionale che impediva all’aria satura di fumo della foresta di penetrare. Gli occhi passarono in pochi istanti dalla luce accecante della foresta infuocata al buio più totale e lui si trascinò verso l’interno a tentoni, muovendosi sulle ginocchia e protendendo le mani in avanti, come a cercare un appiglio, un punto dove aggrapparsi.

Dopo alcuni minuti, quando l’affanno lasciò il posto a un respiro più regolare, Dodo si ricordò del frontalino che ancora aveva ben fissato sulla fronte e provò ad accenderlo. Girò l’interruttore, una, due volte, ma niente; probabilmente il calore del fuoco lo aveva messo fuori uso. Fece un ultimo tentavo e questa volta il fascio di luce uscì improvviso dall’apparecchio elettrico, illuminando una caverna ampia, che sembrava inoltrarsi in profondità nella roccia. L’apertura nella montagna era sufficientemente ampia da potersi muovere stando in piedi; aveva le pareti lisce, levigate e umide, come se il cunicolo fosse stato scavato dalla forza costante di un corso d’acqua.  

Dodo avvertiva alle sue spalle il rombare dell’incendio che continuava a imperversare e istintivamente fece qualche passo in avanti, come per allontanarsi da quel pericolo dal quale era appena scampato per un soffio. Non sapeva dell’esistenza di quella caverna nel bosco, non ne aveva mai sentito parlare e nemmeno i nonni, presumeva, ne avevano mai saputo nulla, perché altrimenti gliene avrebbero senz’altro parlato, pensò. Ed era strano anche il modo in cui l’aveva scoperta, in un frangente tanto critico… con quello strano animale che gli era balzato addosso e che senza dubbio si trovava lì dentro, da qualche parte; tuttavia non si fermò a pensare oltre e spinto dalla speranza istintiva di trovare un’apertura sul fronte opposto al quale era stato costretto dalle circostanze ad entrare, decise di esplorare il cunicolo, addentrandosi oltre.

Mentre si accinse a muoversi il pensierò andò a Maya e un groppo alla gola gli bloccò il respiro; non poteva essersi salvata da quella situazione spaventosa, si disse… e come avrebbe potuto?! Grosse lacrime gli rigarono la faccia sporca di fuliggine e mentre cercava di farsi animo per andare avanti lo pervase il senso di colpa, la disperazione.

La sua amica, la testarda e dolcissima Maya, la sua compagna di giochi dell’infanzia, l’unica sua confidente dal sorriso contagioso, non l’avrebbe più rivista, mai più. Mentre camminava appoggiandosi con le mani alle pareti umide e levigate della roccia, pensò e sperò con tutto il cuore che non avesse provato dolore, che se ne fosse andata senza soffrire fisicamente, perché Maya non temeva nulla, ma proprio nulla, gli disse lei una volta, tranne il dolore fisico, la malattia, la sofferenza del corpo. Un singulto gli bloccò il respiro e fu costretto a fermarsi. Si piegò in due e poi cadde sulle ginocchia come se il dolore che gli straziava il cuore lo avesse trafitto all’improvviso; il pensiero della perdita di lei gli impediva di andare avanti e così si raggomitolò su se stesso, come avrebbe fatto un bambino piccolo, e pianse, pianse a lungo. Nella caverna si sentirono solo i singhiozzi di Dodo che s’inseguivano con l’eco del gocciolare dell’acqua che cadeva lenta dal soffitto ampio ed il resto fu silenzio.

 

See (8)

Il prescelto

Sognava moltissimo e in compenso dormiva pochi secondi al giorno; gli bastavano.

Poi apriva gli occhi e davanti a lui l’immenso salone bianco, le facce degli astanti in perenne e trepida attesa: occhi fissi, sgranati, asciutti, senza battiti di ciglia, bocche serrate, tutti calvi, uomini e donne, inginocchiati sulle grandi lastre di marmo bianco, seduti sui talloni in sei ordinate file di dieci corpi immobili e silenziosi.

Ci si doveva radere il capo prima di presentarsi al suo cospetto, era la regola, e si doveva essere a digiuno da cibo e sesso da almeno due giorni. Era permessa l’acqua, ma solo fino a sei ore prima dell’assemblea.

Dal momento in cui lui apriva gli occhi aveva inizio l’assemblea.

Un ragno dalle lunghissime zampe gli stava passeggiando sull’ampia fronte e quando lui aprì gli occhi grigi, il ragno dondolò lungo il profilo del suo naso, aggrappandosi con due zampe alle sopracciglia chiare e folte; entrambe le pupille conversero verso la punta del naso, ad osservare il piccolo ragno dalle lunghe zampe. Quando il ragno fu messo a fuoco dai grandi occhi grigi, tutti gli astanti videro sul dorso dell’insetto spuntare due piccole ali, si sentì un ronzìo sottile ed il ragno si librò in volo, trascinandosi le sue lunghe zampe e dirigendosi lentamente verso le grandi ed alte finestre dai vetri decorati.

Un ragno con le ali non si era mai visto e molte gole fecero fatica a trattenere la voce ed un suono di meraviglia; la regola prevedeva il silenzio assoluto.

Il ragno volò sopra le teste calve e tutti quegli occhi ne seguirono le circumvoluzioni assurde; tutti si aspettarono che l’insetto si posasse prima o poi su un vetro colorato delle finestre chiuse, ma lui niente: sembrava instancabile e protrasse il volo per un tempo che parve interminabile.

Alla fine si posò sulla testa calva di uno di loro e in quel preciso istante molte gole deglutirono e molte schiene rabbrividirono.

In quel modo era stato individuato il prescelto.

L’aria si fece improvvisamente fredda, gelida e a molti costò moltissimo rimanere immobili; l’immobilità faceva parte della regola.

I corpi rabbrividirono ed i fiati che uscivano dai nasi degli astanti si levarono in una nebbia bianca, prima rada, poi sempre più fitta e densa, finché a nessuno fu più possibile vedere nulla.

I corpi intirizziti e gelati dei presenti cominciarono a non avvertire più la sensibilità delle parti terminali di mani e piedi e la cartilagine dei nasi  e delle orecchie stava subendo un principio di congelamento assumendo prima un colore biancastro, poi giallognolo e infine rosso e bluastro, fino ad assumere un colore nero di carne necrotizzata. Il dolore stava diventando insopportabile, ma nessuno si mosse; era la regola.

Poi dall’alto cominciarono a fioccare dei petali di un colore simile al magenta, molto ampi, che ci mettevano molto a cadere a terra ed il tempo sembrava dilatarsi seguendo il lento scendere dei petali, i cuori dei presenti smisero di battere per alcuni lunghissimi secondi, poi la nebbia cominciò a diradarsi piano e nel contempo il sangue ricominciava a venire pompato nelle arterie e nelle vene dei presenti.

La temperatura si alzò lentamente, fino a diventare gradevole, le necrosi da congelamento scomparvero dalla pelle delle mani e dei volti. I petali svanirono.

Lui ed il prescelto erano spariti.

Un campanello dal suono sottile e quasi impercettibile suonò appena.

Il grande portone intarsiato alle loro spalle si aprì: quello era il segnale e tutti si alzarono ed uscirono.

 

Digressione

Che a forza di provare, a volte mi prende la vena… poetica

Starnazzava l’oca nell’aia.

No, non è una poesia; vorrebbe esserlo, ma non è.
E’ l’immagine della vicina che ride sguaiata mentre confabula con la dirimpettaia massacrando con critiche senza diritto di replica  i pochissimi abitanti di quest’ameno paesello montano con il resoconto dettagliato delle loro svelate intimità.

Eppure mi verrebbe voglia di scrivere una poesia, adesso.

Ci sono questi momenti, no? Che una si gode un po’ di silenzio infranto non pensando a niente, standosene seduta in veranda, con il gatto seduto sulle ginocchia, fumando un po’ la pipa che non è una pipa, ma un sigaro toscano che sa di nazionale senza filtro, perché te lo sei fatto su tu, ma troppo carico per essere una sigaretta e con le cartine di carta troppo di carta per essere un toscano. E che avviene, quindi, in codesto momento di placida armonia pomeridiana? Ma ve l’ho detto:

l’oca starnazza nell’aia mentre tu ti senti che vorresti essere un po’ poeta-essa, no?

Te lo senti sto moto poetico che ti poetizza nell’intimo, fremendo sotto pelle come se volesse spoetare in modo spropositato ai quattro venti parole brevi, piene, con senso e significato quantomeno sporadicamente compiuto.

Te lo senti e ti affidi alla Natura per l’ispirazione massima, ai sensi, ti lasci portare, mentre il gatto ti azzanna la falange, esercitandosi nel gioco del “te la stacco! Sta volta ce la faccio e te la stacco!!”

E accade a volte che le foglie degli aceri cadano lente, rallentate al rallentatore, larghe e plananti come le piume del sottocoda delle ballerine gialle, che non sono ballerine, ma uccelli piumati, con il sottocoda piumato pure quello e che si può definire anche in un altro modo, il sottocoda, ma seppur, nonostante l’impegno profuso e le tante virgole, ma senza gli a capo, questa non è poesia, non è il caso di cadere in descrizioni anatomiche che rasentano una terminologia sì tecnica, ma equiparabile a parole che rimembrano, sfiorandolo, il termine sinonimo di sottocoda più volgare e comunemente usato, quello che comincia con “cu” e finisce con “lo”. Hai troppa poesia nell’animo in codesto frangente per imboccare una strada espressiva tanto ovvia e scontata, via!

E ti adagi sulla poltrona, languida, con la falange morsicata e tenuta in posizione di sicurezza, ovvero ad indicare il cielo come il Battista di Leonardo, mentre le volute di fumo grigio si levano voluttuose e sicure di sè, in quanto non espressione buttata lì a caso, ma voluta, perchè profusa e sortita consapevolmente e senza condizionamento o plagio di sorta, dall’animo poetico che ti ispira codesto stanco momento, mentre espiri le volute di fumo grigio, che si involvono in spirali e anelli concentrici, egocentrici, blandi e flemmatici, soffici, placidi, fumosi, come un fumo, grigio che sfuma e si sperde, laggiù, in fondo, verso l’orrizzonte, forse. E l’oca starnazza nell’aia, l’avevo già detto?

Ah, che desìo! Niente di preoccupante, sia chiaro, ma il desìo ce lo metto, ch’è poetico, no? Il desìo ci sta, ci va sempre, altrimenti come si spiega il sentor languido dello struggersi in poltrona col toscano nazionale? Il desìo si propone in taluni frangenti che si rifrangono e come le risacche si ritirano, per poi rinfrangersi di nuovo nuovamente, lentamente, placidamente, ripetutamente e senziente-mente, checché se ne dica. E poi….

E poi niente, che m’è passata la vena… poetica, s’intende.

Eppure, l’oca starnazza nell’aia, ancora, seppur s’è fatto buio e s’ode il freddo della sera, perché se si può dire che si sente il freddo della sera, allora si può pure dire che s’ode il freddo della sera. E sfido, no dico, io sfido chiunque a confutare codesta tesi! E con tale invito nel core, mi reco a medicarmi il dito, che duole! 

 

 

 

Che a forza di provare, a volte mi prende la vena… poetica

Più sotto, più dentro

Quando arrivò, sembrava un cencio vecchio e fradicio che trascinava a stento se stesso e attraversò la spiaggia riparandosi gli occhi dalla pioggia con un braccio, mentre con l’altra mano sembrava stringere con foga qualche cosa che teneva sotto la camicia; si diresse verso la casa della Sorda, la prima che si incontra allontanadosi dalla spiaggia.

Bussò e la Sorda gli aprì, lo guardò, poi guardò fuori nella tempesta, nel vento freddo, verso il mare e si scostò un po’ per farlo entrare. Gli diede una scodella di latte di capra e un pezzo di pane e poi gli indicò un sacco di foglie posato a terra e lo lasciò dormire lì, vicino al focolare.

La Sorda il giorno dopo, all’alba, andò a chiamare la vicina mentre lui ancora dormiva; la vicina venne e quando lo vide farfugliò qualche parola sotto voce e tenendo un osso di un grosso pesce in mano e disegnando qualche cosa nell’aria fece i gesti necessaria al caso. Concluse il rito per scacciare il Malefico battendo tre volte i piedi per terra e la Sorda la imitò con vigore.

Era il rito da compiere quando arrivava qualche straniero dal mare.

Lo straniero dormiva. Allora la Sorda diede due piccoli calci al mucchio di stracci ammucchiati a terra che le ossa dell’uomo tenevano sollevate e addossate alla pietra calda, dove il fuoco era ormai brace spenta.

L’uomo aprì gli occhi e vide l’ombra delle due donne e alle loro spalle la luce troppo forte che entrava dalla porta aperta, con il cielo troppo luminoso, troppo chiaro; la tempesta dopo tanti giorni era cessata.

L’uomo richiuse gli occhi, si sollevò su un gomito e si mise a rovistare con la mano sotto la camicia come a cercare qualcosa che si portava addosso, da qualche parte, all’altezza del petto e fra i vestiti. Poi gli occhi si abituarono alla luce, li aprì piano, e continuando a stringere il pugno sul petto, come se un dolore lancinante non gli permettesse di muoversi, alzò lo sguardo grigio e vide le facce di legno duro delle due donne. Loro lo fissavano e videro la camicia sporca di sangue, ma non fecero nulla, non chiesero nulla.

Allora lui annuì con un mugugno e si guardò un po’ attorno, distinguendo le sagome dei pochi mobili: il gatto nell’angolo, la scopa di saggina… e poi, piano, come per sollevare un grosso e pesante sacco che gli gravava sulle spalle, appoggiando una mano per terra si alzò in piedi.

Allora i tre si resero conto che mentre lo straniero era un uomo alto, le due donne erano due donne piccole. Lui sembrava uno di quei salici allungati che ondeggiano tenaci quando i fiumi diventano grossi, ma non si staccano mai dagli anfratti dove spingono le radici; e le due donne sembravano i ceppi di due gelsi capitozzati da un potatore un po’ troppo risoluto, ferme, salde, un po’ monche e troppo dure, con la corteccia scura e ruvida anche sulla faccia.

La Sorda non sapeva parlare, perché era sorda, ma anche muta; parlò la vicina, con una vocina da bambina lamentosa, strascicando le parole e accentuando le esse fra le labbra molli della bocca sdentata, emettendo un suono di sibilo sottile. La voce sembrava uscirle dalle orecchie o dal naso, ma non certo dalla bocca, che si sarebbe invece detto riusciva a produrre solo fiato spento, da come la pelle delle guance si gonfiava e si sgonfiava elastica.

L’uomo guardò la faccia di legno della vicina della Sorda, cercando di distinguerne i lineamenti nella penombra della capanna, ma non vide e sembrò non capire, poi guardò la faccia della Sorda, un po’ più in luce, le fece un inchino e forse un sorriso che nessuna delle due seppe cogliere e poi, mettendosi entrambe le mani sul petto, strinse i vestiti sporchi di sangue, come se spremendo quelli avesse voluto farne uscire la giusta dose di gratitudine per averlo ospitato.

Si mosse un po’ di lato e poi a piccoli passi, strascicando i piedi come se stesse danzando e senza dare le spalle alle due donne, si avvicinò alla porta facendo altri piccoli inchini e piccoli passi, muovendo la testa su e giù e sulla testa i capelli gialli e dritti si mossero anche loro e salutarono un po’ all’aria del mattino che entrava dall’uscio, mentre lui uscì.

Alle sue spalle il giorno gli fece cornice e le due donne ne videro la lunga sagoma contro luce per un breve istante, prima che lui se ne andasse accompagnato dai suoi piccoli inchini e dai suoi piccoli passi, camminando all’indietro ancora per un bel pezzo, prima di voltarsi e tornare verso il mare. Ma non se ne andò via, perchè la tempesta gli aveva rubato la vecchia barca.

Arrivò così in quel paese e vi rimase a lungo; passeggiava per ore rasente ai muri bianchi delle case, con lo sguardo grigio di un vecchio gatto, tenedosi le mani al petto in gesto di indicibile sofferenza.

Al paese compresero poi che quello che lo straniero cercava continuamente sotto la sua stessa camicia era qualche cosa che stava sotto la carne, fra le ossa dello sterno. Lui cercava di afferrarsi il cuore, perchè era da lì che gli veniva il dolore che tutti, anche i bambini ed i gatti ed i cani gli leggevano negli occhi.

E rovistando nella carne, con le mani sporche di se stesso, del suo stesso sangue, cercava quella cosa che si teneva in petto e che non sapeva raggiungere. Lui cercava nel suo petto con un’insistenza devastante, perché lì gli batteva più forte il dolore e allora provava a sentire, ad afferrare, perché doveva esserci qualche cosa, una cosa grande come una noce forse, o forse anche più grande, che se fosse riuscito ad afferrare, magari sarebbe riuscito a togliere per stare finalmente un po’ meglio.

Passava le ore seduto nella polvere, con una mano a graffiarsi lo sterno ed il sangue che gli si raggrumava sotto le unghie mentre lui continuava a premenre per andare più a fondo, per arrivare a quello che andava ben sotto la carne, ben oltre le ossa.

Lo chiamarono Tonto; furono i bambini del paese a battezzarlo, perchè qualsiasi cosa gli si dicesse, lui sembrava non saper proprio capire, forse nemmeno lo riusciva a sentire.

In realtà nessuno sapeva bene come si chiamasse, sapevano solo che era arrivato un giorno su quella vecchia barca mentre pioveva forte ed il mare urlava di pazzia da giorni e giorni; lui voleva andarsene, ma dovette rimanere, mentre la sua storia di prima nessuno la sapeva.

La gente gli dava da mangiare, perché si pensava che un uomo che era stato portato dal mare andava rispettato altrimenti il mare si sarebbe arrabbiato molto e non avrebbe più permesso che la pesca fosse abbondante. E sopratutto lui arrivò dopo giorni di tempesta e portò il sole; questo era un buon segno.

Così Tonto, suo malgrado, visse a lungo nel paese e la sua occupazione era vagare fra le stradine, le mura e lungo la spiaggia, senza dire mai una parola, con lo sguardo grigio come il mare quando è inverno, dormendo nelle case quando la sera scendeva, vicino ai focolari, sui giacigli preparati per lui, indifferente alla gente che invece lo accoglieva e lo riteneva una specie di santo, forse anche un po’ martire, visto che aveva sempre il petto insanguinato, o comunque un uomo magico anche se a tutti pareva decisamente tonto. Ma i santi non vano giudicati, questo lo si sa.

Un giorno di primavera Tonto andò sulla spiaggia, si sedette in mezzo alle onde a guardare l’alba come faceva spesso e intanto cercava, cercava con la mano; poi vide il sole nascere e gli occhi si colorarono un po’ di rosa e le sue dita si fecero improvvisamente forti, così forti come non le aveva mai sentite. Quando il sole fu una sfera perfetta l’osso dello sterno cedette con un rumore secco e imprivviso, come di un ramo secco che si spezza; le sue dita entrarono nella carne e trovarono il punto esatto, quel pezzo che lo facevo impazziredi dolore e lo tolsero di lì, in un brevissimo e feroce atto deciso, se ne liberò.

Il sangue macchiò la sabbia e l’acqua, il sole si alzò e illuminò gli occhi grigi e ormai spenti; poi il mare si allargò e si alzò un po’, poi ancora un po’ e lavò via il sangue, sollevò il corpo di Tonto e se lo riprese, per portarlo lontano.

Più sotto, più dentro

Non è il caso di esagerare, con il grigio

Ho seppellito un anello di latta nella neve.
Me lo avevi regalato in primavera e aveva una salamandra incisa sopra.
La salamandra è il simbolo del fuoco, mi avevi detto.
Io ti avevo guardato, forse ti avevo fissato, non ricordo, ma una cosa è certa: io mica avevo capito.
Niente di grave, niente di strano; quando mai io capivo? Quando mai?!
Però presi l’anello e me lo misi al dito, lo rimirai stendendo il braccio e decisi che se quello era il fuoco, non era poi troppo caldo e potevo sopportarlo.E lo tenni.
Oggi però l’ ho sepolta nella neve, la salamandra, perchè se è fuoco, allora la scioglierà senz’altro e la farà sparire in fretta, perchè il bianco si sporca facilmente e porta il grigio in questi cupi giorni e a me, tu lo sai, non piace avere il grigio addosso, non mi piace averlo negli occhi.
C’era l’ombra del campanile e di fianco una albero e sull’albero la cornacchia; anche lei era grigia.
Fosse stata nera ci sarebbe stata anche bene, lì di fianco al campanile, appollaiata sull’albero; tuttavia era grigia e le lanciai un sasso, ma non la presi. Pazienza.
Non si tirano i sassi alle cornacchie, mi dissero.
Fanculo, risposi, quella non è una cornacchia qualunque! Quella è una cornacchia grigia! Ma non capirono… ho il dubbio che loro nemmeno lo vedono, il grigio.
Non c’era cenere, ancora, ma ci sarebbe stata e serviva per ricordare, dicevano. Me la immaginavo spargersi nei ricordi, come fa il pulviscono nelle stanze assolate quando si rifanno i letti, che si alza e si muove e confonde la vista, perchè non si fa seguire, non riesci a seguirlo, esattamente come i ricordi, che poi si perdono, sempre.
Me ne andai e la cornacchia gracchiò e io le mostrai il dito medio.
Era finito il rito, era finito tutto, per qualcuno.
E lei volò via, che era ora.

Non è il caso di esagerare, con il grigio