Un branco di cavalli in corsa

Avere un branco di cavalli selvaggi in corsa nella testa è una sensazione impegnativa; ti devi gestire una serie di incongruenze date dalla tua condizione di sedentarietà, di pacifica sottomissione ad una vita soffocata dagli affanni di un’esistenza delirante. Non è una passeggiata.

E con quel rumore perenne e assordante di zoccoli al galoppo che ti rimbombano da un angolo vuoto del cervello all’altro, soverchiando il battito cardiaco, poi! Ci deve essere molto spazio, lì dentro intendo, nel cervello. Per farci stare tutti quei cavalli, ci vuole necessariamente molto spazio, voglio dire.

E la polvere che sollevano!? Una ròba che ti sembra di stare nell’occhio del ciclone, fra i colori di fuoco del sole che filtra attraverso il pulviscolo, facendone luccicare le microscopiche facce dei prismi minerali e gli occhi che bruciano, la gola secca.

E poi ti devi gestire il senso di smarrimento dato dall’impossibilità di vedere chiaramente gli orizzonti, in mezzo a tutto quel rumore e a quella polvere ocra, gialla, bianca… pur sapendo che si stanno avvicinando, loro, gli orrizzonti, mentre tu, con tutti quei cavalli al galoppo nella mente, e la mente che sta galoppando al loro fianco, stai andando in una direzione e nemmeno sai bene quale, ma in fin dei conti non ti importa molto.

Quella è la direzione e tu la segui e questo è tutto.

Ci sarà il mare poi? O che altro? E guaderò il fiume? Dovrò attraversare le montagne e ci troverò la neve? Se ci troverò la neve dovrò domare uno di quei cavalli meravigliosi e farmi portare… o forse costruirò una slitta e mi farò trascinare lungo sentieri e valli immerse nel candore dei ghicci.

E in estate farò il bagno nell’ immenso serpente di acqua luminescente che scorre sinuoso sotto il sole della prateria e sotto le stelle gelide del deserto. Perché stanno correndo in un luogo indefinito e sconfinato questi cavalli, e se ne vanno a zonzo da un luogo meraviglioso ad un altro ancora più splendido.

E io che dovrei fare? Ce li ho in testa e non mi resta che seguirli lì dove vanno. Voi che fareste?

E mentre li seguo e ne sento il rumore assordante e ritmico degli zoccoli, mi dico che la Terra è davvero grande; me lo dico così, in piena contraddizione con la mia condizione di sedentarietà fisica e di pigro arrancare da un attimo di presenza più o meno consapevole a quello successivo. Il tutto costretto in poche centinaia di km quadrati.

E intanto i cavalli si asciugano il sudore nella sabbia e nella polvere limosa delle rive e per alcuni minuti anche loro si riposano un po’. Solo un po’.

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Un branco di cavalli in corsa

Dipendenze

C’è un modo di seguire il fiume che assomiglia all’arrancare di giorno in giorno.

Avanzo di pochi passi, sprofondando fino a mezza coscia nella neve gelida ed ogni passo richiede uno sforzo ed una convinzione che non pensavo di poterci mettere.

Però vado avanti ed il motivo è uno solo: il Fiume, l’acqua, i pani di neve sono come la melodia di quelle sirene nei racconti dei miti; dev’essere questo il canto delle sirene.

Non posso rinunciare al loro gioco, nemmeno se ad accogliermi ci sono sette gradi sotto zero, nemmeno quando il sole smette di far brillare i cristalli sulla superficie innevata fermando il tempo, congelando i sensi, nemmeno se il fiato mi brucia in gola e mi si addensa davanti agli occhi mentre il cuore rimbomba nella mente.

E’ uno spettacolo grandioso quello che mi sovrasta quando la musica d’acqua si avvicina e la Montagna mi presenta il suo ospite più ragguardevole, pericoloso, potente.

E ancora più grandioso diventa il respirarlo nella solitudine, nella danza delle insenature di ghiaccio della piana immobile fra le pareti altissime e le anse sinuose, i massi ciclopici che in estate ospitano negli anfratti un pullulare di vita incredibile e adesso, invece, sono sculture nel bianco, mute, immobili, immense.

Mi porto vicino al ghiccio, a ridosso dell’acqua e vedo le trote che immobili aspettano e le invidio nel loro sapersi trovare in equilibrio e ferme, in quell’acqua gelida che per loro è casa e conforto.

Sono felice di esserci arrivata, ma felice davvero. Mi lascio cadere e lo guardo con rispetto; mi viene in mente un pensiero, uno solo, che non mi lascia mai mentre l’affanno si fa respiro più regolare: “Non ne posso più fare a meno! Non posso più vivere senza tutto questo, non potrei!”

Dipendenze

Mivadidondolareemiparecoerentefarlonellepeggioricondizionipossibili,chenonèmicaungioco,questo!

Dondolare lungo un ponte tibetano che se ne sta appeso appena, appena e per sbaglio! Questo mi va di fare. Guardare di sotto e vedere un fiume in piena, del colore del fango, con la spuma sporca che balza fra le onde sbattute ovunque, fra i flutti che si schiantano addosso ai massi enormi, divelti, che rotolano rombando paurosamente, mentre io quassù, dondolo, sento le corde che scricchiolano, scivolo su assicelle marcescenti e su nodi che grondano, mi aggrappo spezzandomi le unghie e tagliandomi le mani e…dondolo. Questo mi va di fare.

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