Sneze (6)

Dodo ascoltava il silenzio mentre l’animo gli si faceva sempre più inquieto. Guardava dalla finestra i faggi carichi di neve, il cielo grigio ed i grossi fiocchi pesanti che non smettevano di cadere. Era tardi, il cielo cominciava a scurire e Maya avrebbe dovuto essere lì da almeno mezz’ora, ma dal fondo della strada ormai nascosta da un manto fin troppo compatto di neve, non si vedeva arrivare nessuno.

Poi, all’improvviso, smise di nevicare e in pochi attimi il cielo si schiarì. Dodo sospirò, fiducioso. Maya gli aveva detto al telefono che non era lontana, che aveva già raggiunto il pianoro e se il tempo volgeva al bello, poteva stare tranquillo: con un po’ di pazienza e un po’ di fortuna sarebbe arrivata in pochi minuti a destinazione. Si godette i colori del tramonto dalla finestra mentre alle sue spalle il fuoco nella grande stufa crepitava e riscaldava la cucina.

All’improvviso, mentre Dodo era assorto nella contemplazione dei colori magnifici del tramonto nella faggeta, immerso in quel paesaggio irreale fatto di neve e ghiaccio, vide che sul vetro della finestra si stavano formando dei cristalli di brina; delle specie di opere d’arte improvvisate dalla natura stavano prendendo forma all’istante. Sembravano dei disegni floreali di una fantasia geometrica esatta e si stavano espandendo sulla superficie esterna del vetro in brevi attimi contigui. Dodo non aveva mai visto nulla di simile. All’improvviso ebbe freddo e si allontanò istintivamente dalla finestra, portandosi verso la stufa. Aggiunse altra legna e ravvivò il fuoco, ma il freddo sembrava riuscire ad entrare da ogni fessura, da ogni minimo antro e raggiungere inesorabile la pelle di Dodo, che rabbrividiva, stringendosi le spalle. Era un freddo che non aveva mai sentito, quello, come se gli arrivasse da qualcosa che lo attraversava fin nell’intimo, attraverso le fibre dei tessuti del corpo e questo reagiva con un moto di rigetto. Si mise subito un altro maglione tentando di non pensare alla sgradevole sensazione che lo aveva pervaso.

Si sentiva come se qualcosa o qualcuno avesse invaso l’intimità confortevole della sua casa. Non si sentiva più al sicuro, questo era. Ed era questa la stessa sensazione che provava da settimane ormai, precisamente da quando gli stavano accadendo quelle strane cose delle quali non aveva avuto il coraggio di parlare a Maya; non nei dettagli, perlomeno, non come avrebbe voluto.

La notte spense i colori ambrati del giorno che si erano spansi sulla coltre imbiancata e Dodo ricacciò indietro quelle sensazioni ingombranti e paurose, concentrandosi e cercando di razionalizzare, così come aveva fatto nei giorni passati. Il pensiero tornò a Maya; si era fatto quasi notte e lei ancora non arrivava.

Dodo mise finalmente da parte gli scrupoli e si decise ad andarla a cercare, pensando che se Maya si trovava in difficoltà, così com’era probabile che fosse, lei avrebbe saputo mettere da parte l’orgoglio in vista di un aiuto concreto; o almeno così lui sperava. In ogni caso andarle incontro gli sembrò la cosa più intelligente e necessaria da fare. Avrebbe dovuto farlo prima; anzi, non avrebbe proprio dovuto lasciare che facesse la strada da sola! Avrebbe dovuto andarla a prendere! Ma lui la conosceva bene e sapeva che lei avrebbe preso quella gentilezza come una sorta di sfiducia nei suoi confronti… era complicata, Maya, e a lui era sempre andata a genio anche per questo, pensò sorridendo un po’. Sospirò e si scosse ancora una volta dalle sue elucubrazioni prima di prepararsi ad uscire; il cielo terso e stellato gli diede fiducia.

Appena Dodo aprì la porta di casa un vento improvviso, gelido e terribile sembrava volerlo ricacciare indietro. A stento riuscì a chiudere la porta alle sue spalle. Il freddo gli sembrò bestiale, tremendo; un freddo che gli entrava fino nel profondo dell’anima, delle ossa, come se si fosse esposto nudo alla tempesta. Si fece coraggio e proteggendosi come poteva, cercò di avanzare verso il garage. La neve si levava dal suolo creando una nebbia fitta di ghiaccio che gli sferzava la pelle della faccia rimasta scoperta. Provava delle fitte come se dei piccoli aghi di ghiaccio gli penetrassero in continuazione la carne del volto. Cercò di ripararsi con le braccia e sollevando il bavero della pesante giacca, proteggendosi come poteva e schermandosi gli occhi con le mani guantate.

Si portò a tentoni fino al vecchio garage dietro la casa. Ad ogni passo doveva farsi strada con le gambe immerse nella neve fino a sopra le ginocchia. Il vento cominciò ad urlare sempre più forte e Dodo udì chiaramente i rami dei vecchi faggi secolari spezzarsi con dei colpi secchi e spaventosi. La torcia che si era portato illuminava solo il biancore della tormenta e lui dovette procedere a tentoni, rimanendo a ridosso del muro della casa per orientarsi e per avere un minimo di protezione.

Finalmente raggiunse il garage e provò ad aprire i vecchi portoni in legno ma il ghiaccio bloccava il grosso lucchetto in ferro che tratteneva il catenaccio. Come se non bastasse la neve trasportata dal vento si stava accumulando davanti all’ingresso del garage e ci sarebbe voluta comunque una pala per aprire un varco nella neve e smuovere le porte che si aprivano verso l’esterno. Dodo fu preso dallo sconforto quando si ricordò che la pala si trovava all’interno del garage e diede un pugno alla porta con il risultato di spaccarsi la pelle della mano sotto il guanto e, visto il dolore che provò solo più tardi, forse anche qualche osso.

Un tempo il nonno di Dodo teneva il trattore e gli attrezzi agricoli in quel garage e visto che risultava ancora perfettamente funzionale per l’uso che Dodo ne faceva, ovvero per depositare qualche attrezzo e tenervi il suo fuoristrada, dopo la morte del nonno lui non aveva mai pensato di ristrutturarlo o di renderlo un po’ più confortevole. In realtà Dodo non aveva toccato nulla in nessun angolo della vecchia casa da quando i nonni erano morti. Non per incuria: lui faceva personalmente le manutenzioni necessarie, ma per un senso di nostalgico rispetto, come se in quel modo potesse tenere più vivo il ricordo degli anni passati e delle persone a lui care che non c’erano più.

La tempesta sembrava non aver intenzione di dare tregua; Dodo guardò il portone chiuso, la neve portata dal vento che gli si stava accumulando davanti e maledì se stesso per non essersi deciso prima di andare a cercare Maya. Si sentì stupido, incosciente e tremendamente in colpa. Dopo qualche attimo di sconforto si rese conto che non poteva star lì a piangersi addosso. Vista la situazione decise che sarebbe andato a cercarla a piedi; non aveva altra scelta.

Ripercorse a ritroso il solco che aveva fatto nella neve portandosi dalla casa verso il garage e che nel frattempo si era riempito quasi completamente di altra neve portata dal vento. Rientrò in casa, si cambiò velocemente il giaccone, si bardò velocemente e per bene con altri indumenti, si mise gli scarponi ai piedi e prese gli sci e l’attrezzatura necessaria nel sottoscala per uscire subito, di nuovo nella tempesta, senza fermarsi a pensare, trattenendo il respiro mentre i cristalli di ghiaccio portati con violenza dal vento, appena aprì la porta, gli ferirono la pelle.

Chiuse la porta facendo uno sforzo notevole, si mise in fretta gli sci ai piedi e partì. Ad ogni sferzata di quel vento tremendo rischiava di perdere l’equilibrio e senza veder assolutamente nulla cercò di portarsi nella direzione giusta, confidando nella presenza dei faggi che lo avrebbero in un certo modo guidato lungo la carreggiata della strada.

Riuscì a percorrere diverse centinaia di metri muovendosi a tentoni e confidando in cuor suo che la tempesta cessasse il prima possibile. Era allenato e aveva una buona resistenza, ma l’incertezza di quel modo di avanzare lo stava provando non poco; non riusciva a distinguere assolutamente nulla davanti a sé, ed il frontalino che si era fissato sulla fronte aveva l’unica funzione di rendergli evidente la bestialità di quel vortice pauroso di neve e ghiaccio al centro del quale si trovava.

Non sapeva con certezza se si era mosso nella direzione giusta e temeva di essersi inoltrato in qualche radura fra i faggi, rischiando di allungare il percorso. Il pensiero andò a Maya, alla paura che le fosse accaduto qualche cosa di grave e questo gli diede la forza per non demordere. Procedeva nel nulla, cercando di fare in fretta, con l’affanno nel petto e tendendo le mani in avanti, cercando i tronchi dei faggi con i bastoncini degli sci, perché erano l’unico punto di riferimento in quella nebbia impietosa di ghiaccio sferzante.

Di colpo il vento cessò. Il silenzio cadde e si distese sulla foresta come una coperta invisibile. I mulinelli di ghiaccio svanirono in alto, lontani, verso un cielo che si stava aprendo alle stelle che adesso sembravano vicinissime, vivide di una luce intensa, innaturale. Si trattò di un cambiamento talmente repentino che Dodo ci mise qualche minuto per rendersi conto. L’affanno piano lasciò il posto all’incredulità. La temperatura sembrava essersi alzata; lui guardò il cielo e non gli sembrò vero che fino a pochi attimi prima era immerso nell’inferno di una tempesta come non ne aveva mai viste. Si guardò le gambe che erano immerse nella neve fino a metà polpaccio, si mosse e cercò di assestarsi sulla superficie del manto nevoso. Si tolse la neve dalla faccia, dal vetro del frontalino e cercò di rendersi conto del luogo esatto in cui si trovava e intanto il cuore continuava a martellargli nelle orecchie. Ebbe una reazione nervosa che gli fece uscire un urlo rabbioso e bestiale dal profondo. Poi respirò, cercò di calmarsi; non doveva perdere il controllo, non ora. Aveva resistito per tutti quei mesi, poteva resistere ancora, doveva farlo. Adesso doveva cercare Maya. Maya era la cosa più importante, adesso. 

Fece dei respiri lunghi, per ritrovare la calma e si concentrò per capire dove si trovava. Un sorriso gli si dipinse sul volto quando capì che aveva preso la direzione giusta: la via aperta fra i faggi che gli si parava di fronte era la carreggiata della strada sommersa dalla neve, la riconosceva. E riuscì a distinguere i posto esatto in cui si trovava. Quando si rese conto, si mosse di nuovo, sollevando gli sci e scrollandosi la neve di dosso si rimise in marcia, rinfrancato e con la speranza che Maya stesse bene. Non era lontana, si trovava anche lui sul pianoro e in pochi minuti l’avrebbe raggiunta. Si mise a chiamarla a gran voce, anche se sapeva che probabilmente era ancora troppo distante per poterlo sentire, ma non si sa mai, si disse.

Mentre cercava di accelerare ancora più il passo urlava il suo nome ed il fiato cominciò a farglisi grosso, ma lui non ci fece caso e proseguì come se dovesse recuperare in un attimo tutto il tempo perso stando ad aspettare.

I rami ed i tronchi dei faggi erano coperti dalla neve che il vento aveva affisso ovunque sulle superfici verticali come dei manifesti che ne pubblicizzavano la sua forza incontrollabile; la luce del frontalino illuminava il biancore che si rifletteva da ogni direzione e la luna fece la sua parte, dipingendo il suolo con le ombre allungate fra i denti larghi dei pettini argentati.

Dodo sentiva solo il rumore ritmico del suo respiro affannoso, il battito del suo cuore e la sua voce che ogni tanto urlava il nome di Maya; tutto il resto era immobilità e silenzio. La neve al suolo si era solidificata in pochissimo tempo in una lastra compatta e ghiacciata e questo agevolava il passo pattinato di Dodo lungo il percorso. Ci siamo quasi, pensò, adesso la vedo, fra un attimo vedrò la sua macchina.

Fra gli alberi Dodo vide le ombre in movimento, all’improvviso. Non si spaventò, cercò di non avere reazioni che lo distogliessero dal suo procedere verso Maya, cercò di non pensare a tutto quello che gli era capitato in quegli ultimi mesi e continuò la sua marcia, indifferente. Le ombre velocissime e furtive continuavano a muoversi con i loro passi felpati; le sentiva, sapeva che erano ovunque, silenziose, scure, quasi invisibili non fosse stato per la luce della luna e per il riverbero di questa sulla neve. Se avesse focalizzato, se avesse perso la concentrazione anche solo per un attimo, sapeva che le avrebbe viste in maniera definita, spaventosa e non poteva permetterssi di avere paura, non poteva fermarsi, doveva andare avanti.

Poi di colpo un boato squarciò l’aria ed il rumore dello spezzarsi secco del legno che si schianta al suolo fece tremare la terra. Dodo sentì l’aria smossa dalla caduta del vecchio albero, vicinissima, a pochi metri da lui e trasalì, di nuovo. Pensò in una frazione di secondo che tutto quello che gli stava accando non avrebbe mai avuto fine. Lo pensò e poi ricacciò indietro tutte le sensazioni che quel frangente si sarebbe trascinato dietro.

La luce del frontalino illuminò i pochi attimi che ci mise il grosso tronco per raggiungere il suolo innevato; uno fra i più vecchi faggi a lato della strada non aveva resistito alla pressione della neve pesante e ghiacciata che gli si era accumulata fra i rami e, già provate dal terribile vento appena passato, le sue fibre spente non avevano retto.

Dodo non ebbe il tempo di riaversi dallo spavento, che altri colpi sordi e secchi di rami e tronchi che si spezzavano e cadevano in successione si levarono dalla foresta da ogni direzione. Il bosco stava letteralmente cadendo a pezzi, soccombendo al peso di tutta quella neve grondante d’acqua e poi ghiacciata all’improvviso dalla tempesta di vento gelido.

Dodo si rese conto che in nessun luogo, nè lui, nè Maya, finchè si trovavano in mezzo agli alberi della faggeta, si sarebbero trovati al sicuro. Ed entrambi erano proprio nel cuore della foresta.

 

 

Sneze (6)

Snezze(5)

La foresta sembrava urlare ed ovunque si alzavano mulinelli infiniti ed altissimi di polvere di ghiaccio, i rami piegati e contratti dal peso insostenibile della neve gemevano e oscillavano, l’aria era diventata una coltre impenetrabile di ghiaccio polverizzato e nessuna forma sembrava più avere definizione; tutto era immerso in sagome goffe e deformi, il tempo e lo spazio avvolti nello spaventoso e feroce freddo glaciale mentre il vento impazziva correndo senza direzione.

Il rombo scosse la superficie della terra compressa dal manto nevoso e le vibrazioni scorsero lungo i tronchi sofferenti degli alberi, ferendoli nell’intimo delle fibre compatte e spente e arrivando nel profondo, smemebrando le radici, smuovendo il sottosuolo, infilandosi in una minima frazione di secondo fra infinite e sottili crepe che si diffondevano invisibili in ogni direzione, percorrendo filamenti di spazio fra i sassi e le rocce e sprofondando ancora più giù, nella terra nera e scossa della foresta che adesso sembrava agonizzare.

Maya si mise inutilmente i palmi delle mani sulle orecchie per non sentire il suono assordante che si era spanso ovunque nell’aria e che nell’abitacolo della piccola utilitaria aveva come effetto il vibrare incessante dei componenti metallici, delle viti, dei vetri, delle plastiche che inverosimilmente stavano resistendo. Poi di colpo la macchina tremò ancora più forte, paurosamente e Maya si raggomitolò su se stessa, sollevando le ginocchia fino al mento, in una posizione fetale, forse nell’inconscia attesa della fine. Gli occhi sbarrati, incapace di distogliere lo sguardo dalla superficie ghiacciata del parabrezza, dietro il quale il mondo stava finendo, ne era certa.

Poi tutto cessò, all’improvviso, così com’era cominciato. La terra smise di tremare, il vento si quietò e la polvere di ghiaccio tornò a scendere piano, depositandosi in ogni dove, coprendo la foresta lentamente, come una benevola carezza consolatrice, una debole richiesta di scuse per quanto appena accaduto. E l’aria tornò limpida, immobile, inspiegabilmente quieta. Nel cielo la luna si stava alzando piano, con discrezione, come ad indicare alla Terra di fare silenzio, che adesso era notte e bisognava stare ad ascoltare.

Maya continuava a fissare il parabrezza, il cuore che ancora le martellava in petto, il respiro pesante. Si guardò attorno e non credette ai suoi occhi. La polvere di ghiaccio era scivolata via dal parabrezza e davanti le si presentava un paesaggio notturno che aveva dell’incredibile, visto ciò che era accaduto pochi attimi prima. Deglutì, provò a schiarirsi la voce e poi, presa da una reazione nervosa battè i palmi delle mani sul volante, più e più volte, sempre più forte e urlò.

“Ma che cazzo sta succedendo, eh? Che cazzo, cazzo, cazzo sta succedendo?!!!”

Il suono della sua voce la calmò un po’, si guardò le mani: aveva i palmi arrosati nel punto in cui aveva battuto per colpire il volante. Si toccò la faccia con le dita, come per sincerarsi di essere reale, di essere nel reale e intanto guardava fuori. Si era fatto buio, ma c’era una luce lunare sufficiente per distinguere le sagome dei tronchi degli alberi immersi nei cumuli di neve trasportati dal vento. La strada era stata riempita completamente di neve.

Maya provò ad accendere il motore che però non ripartì. Provò ad accendere i fari che sembravano funzionare, ma non riuscivano ad illuminare la strada. Maya allora si rese conto che il cofano della macchina era sommerso dalla neve. Il termomentro del cruscotto segnava meno due gradi. Girò la chiave e spense per non scaricare la batteria della macchina.

“E adesso che faccio?! Mica posso rimanere qui tutta la notte!!”

Maya parlava con se stessa a voce alta e la voce le tremava. Aveva bisogno di sentire che lei in tutto quell’assurdo evolversi di eventi era reale. Cercò di calmarsi e di ricordarsi in quale punto della foresta si trovava prima che iniziasse la tempesta di neve. Realizzò che non era molto distante dalla casa di Dodo e probabilmente lui, una volta che la tempesta si era calmata, si era messo in qualche modo per strada per venirla a cercare. Prese il cellulare, nella vana speranza che in quel punto ci fosse campo, ma niente, l’apparecchio non dava nessun segnale.

Decise che la cosa migliore da fare era quella di muoversi a piedi per raggiungere al più presto la casa di Dodo, anche perchè rimanere fermi significava rischiare l’assideramento; aveva già sperimentato che non era il caso di fidarsi della stabilità delle temperature.

Nel bagagliaio Maya teneva una piccola pala per le situazioni di emergenza; pensò che decisamente quella lo era. Aveva calcolato che l’unico modo per uscire dall’abitacolo era quello di passare per il finestrino, dato che le portiere erano bloccate dalla neve. Si girò quindi verso il baule della macchina per recuperare la pala dall’interno e quello che vide le fece gelare il sangue.

Dall’esterno del lunotto posteriore due grandi occhi rotondi, luccicanti alla luce della luna con un riverbero rosso dell’iride la stavano fissando, immobili.

 

 

Snezze(5)

Stanezze (3)

L’orologio della grande cucina segnava ormai le due e Maya ancora non si era fatta viva. Dodo aveva acceso il fuoco e stava riponendo gli avanzi del pranzo in frigorifero. Il tempo stava peggiorando e cominciò a preoccuparsi. Attese ancora un po’ prima di chiamarla, perché non voleva sembrarle impaziente, o peggio, invadente; lei in fin dei conti era in vacanza e sapeva per esperienza che quando Maya poteva rilassarsi non teneva in gran conto degli orari. Però il tempo che si metteva sul brutto lo fece decidere di chiamarla. Il cellulare di Maya sembrava essere non raggiungibile. Allora Dodo si tranquillizzò, perché Maya teneva sempre il cellulare acceso e se non rispondeva significava che doveva essere di strada, perché in quella zona non c’era molta ricezione.

Grandi fiocchi pesanti cominciarono a cadere sempre più copiosi e l’aria si era fatta di un grigio muto, chiarissimo ed immobile. Dodo aveva preparato la casa e la stanza per Maya, pulendo tutto con una precisione ed una pignoleria quasi maniacale, la stessa con la quale eseguiva ogni lavoro manuale. Il giorno prima fece una spesa che avrebbe potuto sfamare trenta persone per un mese e gli piacque la sensazione di rassicurante abbondanza che gli davano il frigo e la dispensa pieni.

Era agitato all’idea di avere Maya in casa per due interi giorni, perché aveva la sensazione che fra loro qualche cosa della bella amicizia che li aveva accompagnati per tutta l’infanzia e per buona parte dell’adolescenza fosse cambiato. O forse erano loro ad essere cambiati, pensò. L’aveva reincontrata da poco tempo, dopo la sua lunga assenza e l’aveva ritrovata più sicura e anche più bella di quando sei anni prima era partita per la Scozia. Di certo meno bambina. Lei era tornata al paese per un breve periodo in attesa che la chiamassero per un lavoro che le avrebbe permesso finalmente di vivere con meno ristrettezze di quelle che, da studentessa e stagista, era stata costretta a subire fino a quel momento. Era molto felice delle prospettive professionali che le si presentavano e lui era stato felice con lei quando gli raccontò tutto.

Anche lui era rientrato al paese da poco. Si era laureato in architettura a Venezia un anno prima e poi si era preso un periodo di svago, girando un po’ il mondo. Era stato in Africa e ciò che vide lo lasciò estasiato e sgomento allo stesso tempo. Lui poteva permettersi di non pensare troppo al denaro perché i nonni, oltre alla casa con la grande faggeta circostante, gli avevano lasciato anche una cospicua eredità, accumulata in anni di lavoro che, comunque, a loro piaceva e che a Dodo aveva permesso di studiare senza fare troppi sacrifici.

Pensava di aprire un piccolo studio nella cittadina vicina, per cominciare, e fu felice di poter parlare a Maya dei suoi progetti quando lei tornò in paese. Dodo non aveva molti amici; per lui era molto difficile farsi coinvolgere in un rapporto che andasse al di là di una superficiale conoscenza. Solo con Maya era sempre riuscito a sentirsi in sintonia e spesso aveva pensato che questa fosse davvero una cosa strana. Aveva anche pensato di rivolgersi a qualcuno che ne sapeva più di lui per capire se la sua tendenza ad isolarsi fosse frutto di qualche patologia, ma poi si disse che lui non stava per niente male, che accettava il mondo, accettava anche la vita sociale se quasta non era troppo invadente, ma potendo scegliere preferiva stare da solo, tutto qui.

L’orologio segnava le tre e Maya ancora non si vedeva arrivare.

 

Stanezze (3)

Il prescelto

Sognava moltissimo e in compenso dormiva pochi secondi al giorno; gli bastavano.

Poi apriva gli occhi e davanti a lui l’immenso salone bianco, le facce degli astanti in perenne e trepida attesa: occhi fissi, sgranati, asciutti, senza battiti di ciglia, bocche serrate, tutti calvi, uomini e donne, inginocchiati sulle grandi lastre di marmo bianco, seduti sui talloni in sei ordinate file di dieci corpi immobili e silenziosi.

Ci si doveva radere il capo prima di presentarsi al suo cospetto, era la regola, e si doveva essere a digiuno da cibo e sesso da almeno due giorni. Era permessa l’acqua, ma solo fino a sei ore prima dell’assemblea.

Dal momento in cui lui apriva gli occhi aveva inizio l’assemblea.

Un ragno dalle lunghissime zampe gli stava passeggiando sull’ampia fronte e quando lui aprì gli occhi grigi, il ragno dondolò lungo il profilo del suo naso, aggrappandosi con due zampe alle sopracciglia chiare e folte; entrambe le pupille conversero verso la punta del naso, ad osservare il piccolo ragno dalle lunghe zampe. Quando il ragno fu messo a fuoco dai grandi occhi grigi, tutti gli astanti videro sul dorso dell’insetto spuntare due piccole ali, si sentì un ronzìo sottile ed il ragno si librò in volo, trascinandosi le sue lunghe zampe e dirigendosi lentamente verso le grandi ed alte finestre dai vetri decorati.

Un ragno con le ali non si era mai visto e molte gole fecero fatica a trattenere la voce ed un suono di meraviglia; la regola prevedeva il silenzio assoluto.

Il ragno volò sopra le teste calve e tutti quegli occhi ne seguirono le circumvoluzioni assurde; tutti si aspettarono che l’insetto si posasse prima o poi su un vetro colorato delle finestre chiuse, ma lui niente: sembrava instancabile e protrasse il volo per un tempo che parve interminabile.

Alla fine si posò sulla testa calva di uno di loro e in quel preciso istante molte gole deglutirono e molte schiene rabbrividirono.

In quel modo era stato individuato il prescelto.

L’aria si fece improvvisamente fredda, gelida e a molti costò moltissimo rimanere immobili; l’immobilità faceva parte della regola.

I corpi rabbrividirono ed i fiati che uscivano dai nasi degli astanti si levarono in una nebbia bianca, prima rada, poi sempre più fitta e densa, finché a nessuno fu più possibile vedere nulla.

I corpi intirizziti e gelati dei presenti cominciarono a non avvertire più la sensibilità delle parti terminali di mani e piedi e la cartilagine dei nasi  e delle orecchie stava subendo un principio di congelamento assumendo prima un colore biancastro, poi giallognolo e infine rosso e bluastro, fino ad assumere un colore nero di carne necrotizzata. Il dolore stava diventando insopportabile, ma nessuno si mosse; era la regola.

Poi dall’alto cominciarono a fioccare dei petali di un colore simile al magenta, molto ampi, che ci mettevano molto a cadere a terra ed il tempo sembrava dilatarsi seguendo il lento scendere dei petali, i cuori dei presenti smisero di battere per alcuni lunghissimi secondi, poi la nebbia cominciò a diradarsi piano e nel contempo il sangue ricominciava a venire pompato nelle arterie e nelle vene dei presenti.

La temperatura si alzò lentamente, fino a diventare gradevole, le necrosi da congelamento scomparvero dalla pelle delle mani e dei volti. I petali svanirono.

Lui ed il prescelto erano spariti.

Un campanello dal suono sottile e quasi impercettibile suonò appena.

Il grande portone intarsiato alle loro spalle si aprì: quello era il segnale e tutti si alzarono ed uscirono.

 

Digressione