Gratitudine al Tempo che non è

All’alba di un nuovo cammino si spengono gli occhi e si aprono le vie dello stupore, ancora e di nuovo, rinascendo inerme e felicemente, ancora bambina.

Ed è un tempo che ha un valore immenso, questo, apparentemente perduto e nel contempo rinnovato fra gli anfratti di una coscienza che si fa illuminare a macchie, come i sottoboschi che danzano di luce quando i venti sollevano le fronde.

Nei luoghi che più riconosco vi è quella luce, e sa di cannella e nettare, e un po’ di brillantini d’argento, ed è chiara, di un azzurro quasi violento, satura di contentezza e di silenzi che vibrano della musica più sublime, sottile, come i petali delle rose selvatiche lungo i sentieri dei giorni liberi, o le foglie nuove dei frassini sulle rive dei torrenti,

i rovi avvinghiati a se stessi e prostrati, abbracciati ai terreni esposti e scoperti.

Mi permetto di fermarlo, questo tempo, di lasciare che duri, che mi sollevi e mi porti, finché vive, finché sono.

 

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Gratitudine al Tempo che non è

Insonnia

Non riuscivo a dormire da non so quanto. Passavo le notti rivoltandomi nel letto, con l’ansia di pensieri sempre più cupi e pesanti, cercando vie d’uscita irrealizzabili, progettando l’impossibile.

Le acque torbide del fiume annunciavano pioggia tanto quanto le pesanti coltri grigie che si stavano levando su, verso ovest. Ero uscito presto, perché l’afa e quel continuo e spossante rimuginare non mi lasciava tregua e mi scippava il sonno notte dopo notte; avevo voglia di camminare.

Lungo il fiume si erano fermati gli zingari da un paio di giorni e a quell’ora pure loro dormivano ancora nelle loro roulotte sgangherate. Maddalena mi aveva dato il benservito la sera prima e non è che avesse tutti i torti; erano tre mesi che giravo da un angolo all’altro della città in cerca di lavoro e senza alcun risultato.

Ero diventato intrattabile, me ne rendevo conto, ma non riuscivo a cambiare atteggiamento. Il sonno perso non aiutava. Ero sempre sotto pressione e lei non sapeva più come gestirmi.

Da adolescente mi ero messo in cerca della mia vocazione. L’ho cercataa lungo e alla fine mi sono adeguato a ciò che mi capitava sulla strada, senza poter veramente mai scegliere. In realtà non lo so ancora quale sia la mia vocazione, però posso affermare con un certo orgoglio che sono più di trent’anni che la sto cercando.

Infilando le mani nelle tasche dei jeans mi sono reso conto che avevo finito i soldi; il malumore mi pervase con la velocità di quelle nubi pesanti che stavano occupando il cielo.

Avrei voluto prendermi un pacchetto di sigarette per la giornata, e invece niente, anche per quel giorno dovevo scroccare o convincermi una volta per tutte che era arrivato il momento di smettere. Rimanere senza soldi dopo una bevuta al bar di sera fa tutto un altro effetto; rendersi conto all’inizio della giornata che non si ha nemmeno un centesimo per il caffè, mette addosso una certa malinconia.

Mi sono diretto al porto, giù, lungo il fiume. I gabbiani stavano tentando delle avances per vedere se potevano rimediare qualche pezzo di pane, ma con me avevano sbagliato indirizzo; ero messo più o meno come loro, con la differenza che non avevo trovato ancora nessuno per chiedergli un pezzo di pane.

Cominciò a piovere e mi riparai sotto l’arcata del Ponte Mastro. Non ero solo; lì stavano accampati una coppia di vecchi. Avevano acceso il fuoco e sul fuoco c’era una caffettiera ammaccata. Loro erano seduti vicini e in silenzio, con la schiena appoggiata al muraglione, seduti sopra a delle coperte di diversi colori, ammucchiate alla rinfusa. Non si distinguevano bene i corpi secchi dalle coperte; tutto era un groviglio di stracci vecchi.

Quando mi avvicinai il vecchio mi guardò e da sotto le coperte tirò fuori un coltellaccio da cucina.

– Che cosa cerchi? Noi non abbiamo niente per te! –

La voce del vecchio era una specie di sibilo, una via di mezzo fra un gracchiare in sordina e un fischio catarroso.

– Niente, non cerco niente. Sta per piovere e sono lontano da casa. Volevo stare qui sotto giusto il tempo di far passare il temporale. –

Il vecchio alzò il mento, mi squadrò per qualche istante con due occhi grigi e dubbiosi, poi guardò la vecchia che gli annuì. Ripose il coltello sotto le coperte. La vecchia si alzò e andò a prendere la caffettiera, poi la posò su una cassetta di legno capovolta, ci mise tre tazzine e vi versò il caffè. Poi mi porse una delle tazzine piene e io la presi con entrambe le mani, chinando il capo in segno di gratitudine.

– Pioverà a lungo – disse il vecchio. La vecchia annuì, tenendo gli occhi bassi sulla tazzina che stava porgendo al vecchio con una gentilezza che mi commosse. Poi prese la sua fra le dita rattrappite dall’artrite e disse.

– Rinfrescherà un po’ l’aria, non è un male – e si mise di nuovo seduta sulle coperte, vicina al suo compagno. Poi la vecchia mi guardò dritto negli occhi e mi disse:

– Tu somigli a qualcuno che conosco.Penso di averti già visto in giro – poi scrollò le spalle, come per dire che non era importante e si mise a sorseggiare rumorosamente il suo caffè attraverso la sua bocca sdentata.

Io mi accovacciai davanti al fuoco, accanto al loro mucchio di coperte e mentre sorseggiavo il caffè che, debbo dirlo, era veramente buono, sentii un senso di pace che mi saliva da dentro come non mi accadeva da moltissimo tempo.

Avevo perso il lavoro un anno prima e non ero più riuscito a trovare nulla di stabile, di sicuro. Con Maddalena vivevamo in un monolocale in periferia, ma da sei mesi era arrivato l’avviso di sfratto, visto che il suo stipendio serviva a malapena a coprire le spese per mangiare e pagare le bollette, ma non certo per pagare l’affitto. Nessuno dei due poteva permettersi un altro alloggio.

Lei mi aveva detto che una sua collega di lavoro, giù alla ditta di pulizie, le aveva proposto di dividere l’appartamento con lei, così avrebbero risparmiato entrambe. La sua amica aveva un lavoro, io no. Per di più il nostro rapporto si era logorato man mano che le difficoltà economiche incombevano. Non eravamo riusciti a salvarci a vicenda e così ognuno dovette pensare per sè.

Mi guardavo attorno e vedevo che il mondo era diviso fra quelli che avevano un lavoro e quelli che non ce l’avevano e che i primi godevano di diritti e privilegi che gli altri si sognavano. Non mi ero mai reso conto di questa differenza, prima.

Però quella mattina, mentre me ne stavo lì sotto al ponte in compagnia di quei due vecchi e li guardavo mentre se ne stavano ranicchiati vicini sorseggiando il caffè del mattino, esattamente come se si trovassero in una suite di un albergo a cinque stelle, mi venne da sorridere.

Erano molti mesi che non riuscivo a sorridere. La vecchia mi guardò con sospetto.

– Ti facciamo ridere?! – disse.

– No, tutt’altro! – le risposi. – Mi fate un bel po’ di invidia e non lo dico per dire, non sto scherzando! –

La vecchia guardò il vecchio negli occhi e poi tornò a fissarmi. Il vecchio tossì un po’, poi mi disse:

– Devi esser messo proprio male, ragazzo! –

Io guardai per terra, ci pensai un po’ su e poi annuii. I tuoni si cominciavano a sentire in lontananza mentre la pioggia iniziò a cadere a grossi goccioloni radi e poi sempre più fitti, finché il cielo sembrò essersi deciso a rilasciare tutta l’acqua di cui si era saturato facendo danzare quelle coltri spesse e pesanti per lunghi chilometri. La vecchia sospirò, si strinse un po’ nelle coperte e si accoccolò vicino al suo vecchio che le mise una mano attorno alle spalle. Io me ne stavo lì, senza un pezzo di pane, senza sigarette, senza un soldo in tasca e con il cuore leggero, a condividere quel momento che mi sembrò così perfetto, intimo e colmo di pace.

Avrei voluto che quella pioggia non smettesse mai, che lavasse via tutto il sudiciume e le ingustiziedi questo mondo. Mi fecero posto, prestandomi una delle loro coperte. Il vecchio mise dei ceppi di legna secca sul fuoco e rimanemmo un bel po’ a chicchierare. Poi la vecchia si assopì e il vecchio, per rispetto del sonno della sua compagna, se ne stette zitto. Fortunatamente piovve per tutto il giorno e io dopo tanti mesi, finalmente riuscii a dormire, a dormire davvero.

Insonnia

Sono grata alle sequenze cromatiche

A volte la sequenza cromatica dei “mi piace” sotto i post di wp è così gradevole che mi stupisce come il caso possa intervenire rendendo curiosamente apprezzabile la grafica di un blog. NOn solo del mio blog… di tutti i blog! E penso che tutti quegli avatar messi lì secondo una sequenza casuale e a volte così bella a vedersi, in fin dei conti corrisponde alla sequenza delle menti, delle persone che per un momento o per alcuni minuti hanno dedicato attenzione a qualcuno, a una mente che pensa e penso che tutto questo “mi piace” molto.
Penso che anche un solo pensiero, seppur breve, o forse nemmeno tanto breve, dedicato al pensiero di qualcun altro sia un po’ una magia, di quelle che collegano le Anime alle Anime, i colori ai colori, creando un quadro multidimensionale che mi godo passando da un blog all’altro, da una mente all’altra, da un’interazione alla successiva, che sia mia, o di altri o di tutti, non importa; è qualche cosa di buono, di molto bello.
La sequenza cromatica degli avatar è come le foglie di un grande albero: nessuna è uguale all’altra e tutte vivono di aria, acqua, terra, luce e tutte sono così belle perchè sono vive e perchè insieme permettono alle altre foglie di esserci, di vivere a loro volta.
Provo grande gratitudine per le foglie degli alberi… e anche per il sole, che finalmente oggi splende più caldo dopo tanto freddo!

Sono grata alle sequenze cromatiche

Ascolto la musica che mi porta

Scelgo di non appartenere, di non avere peso. E scelgo di ascoltare la musica che mi porta; la scelgo e mi riempie il buio negli occhi, mi colora dentro e mi porta.
Non ho mezzi, non ho soste nell’itinerario; semplicemente prendo e vado e osservo, mi lascio dire dal Mondo che cosa c’è da vedere, da sentire. E sento tutto, lo sento tanto e spesso troppo, anche guardando il niente.
E ascolto la musica che mi porta.
Non finisce se non quando apro gli occhi per guardare e allora li tengo chiusi, per vedere, per sentire e mi solleva con scale di dolcezza, con trilli di allegra certezza, con soffi sommessi di voci e melodia.
E’ la mia musica, la mia, che mi scorre dentro e mi solleva e mi porta.
E come faccio poi a non esserle grata, a non volerne ancora, a dormire con lei che mi culla, svegliarmi con lei che mi accarezza il sonno quando si fa leggero!? Come si fa!?
Senza non ci so stare.
Sarebbe un Mondo solo e spento, senza. E invece Lei c’è e mi consola anche solo il pensiero, mi solleva il cuore il poterla vivere, il poterne sorridere e perdermi nelle sue onde.
Quando mi spegnerò, vorrei che ci fosse, che ne fosse piena la stanza da dove dovrò salutare; vorrei che ci fosse perchè mi accarezzi nel sonno e in quell’altro sogno, mi porti ancora magari.

Ascolto la musica che mi porta