(4) La Stanza

Il topo le disse che le era molto grato per il suo regalo e in cambio prese l’abitudine di portarle dei grandi quadrifogli teneri e dei petali delle rose gialle che fiorivano in giardino.

Glieli lasciava fra i fogli dove lei disegnava le noci e lei al mattino li trovava e li appoggiava sul vetro della finestra, per vederne meglio il verde brillante, il giallo vivo e le sottili venature fragili in controluce. Li osservava con estrema attenzione, come faceva quando osservava la sua pelle bagnata mentre si lavava nella tinozza.

Poi li disegnava con i pastelli, inserendoli in giochi di linee morbide fra le noci, perché si tenessero compagnia l’un l’altro. Mentre era impegnata a disegnare era riuscita a sorridere e a rendersi conto che stava sorridendo. Era da molto tempo che non accadeva.

Le civette dalle piume candide arrivavano sempre verso la mezzanotte e si appollaiavano sulla testiera in fondo al letto, e quando c’era la luna piena si mettevano a volare nella stanza, e lei le vedeva volteggiare silenziose, mentre loro le offrivano l’esibizione delle loro fantastiche evoluzioni di leggerezza e ombre. Le dissero che quelle erano delle lezioni di volo e che lei doveva osservare bene, che doveva imparare.

Le civette disegnavano arabeschi di ombre sulle pareti; erano ombre tinte di luna e di notturno e a lei, prima che si addormentasse, questi spettacoli lasciavano un senso di pace che le sembrò di non aver provato mai prima.

Da quando le civette avevano cominciato a farle visita, specie nelle notti di luna piena, dove le ombre apparivano più nitide e gli arabeschi si stagliavano ancor più netti sulle pareti, lei si addormentava con il sorriso sulle labbra e si svegliava con molti nuovi quadrifogli e moltissimi petali di rose gialle disegnati sulle pagine dei suoi fogli. Adesso metteva i disegni sotto al letto, perché erano molti ed erano ingombranti.

Ogni sera, alle dieci in punto, tutto cadeva nel buio e venivano spente le luci; era la regola.

A lei sarebbe piaciuto che gli uomini vestiti di bianco anticipassero di molte ore quel coprifuoco, perché specie nelle giornate invernali, quando i colori del giardino si spegnevano troppo presto, lei non vedeva l’ora di potersi mettere a letto perché la venissero a trovare presto i topi, le falene e le civette.

Una notte venne anche un grosso riccio; se lo trovò accoccolato fra le lenzuola intento a guardarla con i suoi occhietti neri e dolci ed il musetto umido, immobile, a pochi centimetri dal suo naso.

Il riccio le disse che quella notte sarebbero venuti anche i crocieri e che lei avrebbe dovuto disegnare dei pinoli per accoglierli con del buon cibo e che se avesse disegnato anche dei rami di pino dove i crocieri potevano aggrapparsi per banchettare, sarebbe stato ancora meglio.

Così lei si mise al lavoro e disegnò al buio molti rami carichi d’aghi e strobili gonfi di pinoli per i crocieri. Ne arrivarono moltissimi e riempirono la stanza di colore, con le loro piume verdi e arancioni e color cenere; fecero molto rumore e a lei piacque tutto quel cicaleccio che riempiva il silenzio della notte.

Il giorno dopo le donne senza odore e senza volto le portarono delle medicine che avevano un sapore che lei non aveva mai provato prima. Adesso riusciva a distinguerne il sapore. Gli uomini vestiti di bianco le portarono altri fogli di carta e altri colori; questa volta erano pastelli di cera, con dei carboncini e dei gessetti colorati. Lei li prese e li osservò a lungo; le davano quella sensazione che somigliava alla luce che entrava nella stanza nei giorni di sole. Era bella, piacevole e lei pensò che non si ricordava più da quanto tempo non provava una sensazione come quella.

Quando le donne senza odore e senza volto si avvicinavano al suo letto per pulire, lei le scacciava ringhiando, esattamente come anni prima faceva il suo cane quando arrivavano gli sconosciuti a casa sua; lo faceva perché doveva difendere i suoi disegni.

Lei amava moltissimo il suo cane, se lo ricordava, perché l’aveva sempre difesa dagli sconosciuti. Si era ricordata di lui la notte che vennero i crocieri. Si ricordava bene l’espressione dolce dei suoi occhi ed il muso dal grande naso nero e umido che le si appoggiava alla gamba quando voleva essere accarezzato.

Così lei adesso doveva difendere i suoi disegni come il suo cane aveva difeso lei. Era vitale.

Da un po’ di tempo si svegliava presto, perché voleva vedere i colori del giorno che piano riempivano l’aria.

Però quel giorno dormì fino all’ora di pranzo e non si accorse delle donne senza odore che vennero a pulire e a portarle le medicine e la colazione. Videro i suoi disegni e lei non poté difenderli, perché stava dormendo. Tuttavia nessuno glieli portò via e lasciarono tutto come avevano trovato, anche se lei non poteva saperlo.

Gli uomini vestiti di bianco entrarono ad un’ora inusuale a farle visita, quando lei si era ormai svegliata e si era già lavata; le fecero delle domande, ma lei come al solito, non riusciva a capirli.

Si limitò a ritirarsi nell’angolo della stanza, con la schiena contro il muro; faceva sempre così quando entrava qualcuno e quando si sentiva stanca di quella posizione, si girava con il volto verso la parete e chiudeva gli occhi. Allora quelli capivano che dovevano andarsene e se ne andavano. 

Uno degli uomini vestiti di bianco guardò nella direzione del letto e si avvicinò ai suoi disegni, chinandosi un po’ per volerli prendere.

Lei ringhiò; ringhiò come un cane e fece per muoversi per impedire a quell’uomo di prendere i suoi fogli.

Lui si fermò subito, si ritrasse. Uscirono tutti, ma prima le lasciarono sul letto altri fogli di carta, dei carboncini e altri colori e molti pastelli. Lei sospirò di sollievo, ma avvertì il senso di pericolo che i suoi disegni avevano corso e pensò che doveva difenderli meglio, che doveva trovare loro un nascondiglio più appropriato.

Si guardò attorno presa dall’ansia; dove avrebbe potuto nasconderli?! Non c’era modo di trovare un buon nascondiglio in quella stanza nuda!

Si mise a pensarci e ci pensò finché non si spensero le luci ed il buio avvolse la stanza.

Si mise a letto, prese le medicine, ma era inquieta più del solito, perché non era riuscita a trovare una soluzione per proteggere i suoi fogli.

Finalmente verso le undici venne il topo rossiccio. Le si mise sulla spalla e le sussurrò all’orecchio che non doveva preoccuparsi perché ci avrebbe pensato lui a difendere la scorta di noci, i quadrifogli e le altre mille cose che lei teneva disegnate sotto il letto.

Allora lei sorrise e si tranquillizzò un po’. Chiese al topo come avrebbe fatto e lui le disse che avrebbe chiamato un suo amico: un guerriero terribile e spaventoso, ma molto forte e capace di difendere chiunque da qualsiasi pericolo, all’occorrenza. Allora lei prese il topo sul palmo della mano e lo guardò dritto nei suoi occhietti e gli disse che se davvero conosceva un guerriero tanto spaventoso doveva mandarglielo subito, perché i suoi disegni e la sua scorta di noci erano terribilmente in pericolo. Il topo annuì e con un lieve squittìo scomparve correndo via, in cerca del terribile guerriero.  

(4) La Stanza

Neze (4)

L’uomo senza faccia gli stava sussurrando all’orecchio qualcosa, ma Dodo non riusciva a sentire, non capì, ma avvertì la ripugnanza, la sgradevole sensazione che quell’essere gli faceva entrare nella pelle. Così vicino, così schifosamente avvinghiato al suo corpo, aggrappato alle sue spalle con lunghe dita scarne dalle unghie sporche e unte che gli entravano nella carne, la pelle flaccida e lattiginosa che gli cadeva addosso ovunque come se le ossa non riuscissero a svolgere alcuna funzione in quel corpo sfatto e molle. Doveva scrollarselo di dosso, ma non riusciva a muoversi, non sapeva in che modo prenderlo per scaraventarlo lontano. Gli si era incollato addosso come un lattice putrefatto e se lo sentiva ovunque, mentre da dietro l’orecchio quello ghignava e biascicava qualcosa; un’orrenda litanìa senza senso.

Dodo cercava con tutte le sue forze di toglierselo di dosso e con una mano riuscì ad afferrargli un avambraccio, trascindandolo su uno dei suoi fianchi, per poterlo avere di fronte e liberarsi le braccia, mentre quello tentava continuamente di risalirgli sulle spalle e di aggrapparsi a lui con ogni mezzo. Dodo si sentì salire una rabbia inconsulta e con uno sforzo estremo lo afferrò sotto la gola con la mano sinistra e riuscì a liberarsi la spalla ed il braccio destri. Lo afferrò alla gola con entrambe le mani e l’uomo senza faccia cominciò ad assumere un colore rossiccio, poi violaceo, bluastro e infine mollò la presa e lasciò cadere le braccia flaccide e magre all’indietro. La grossa testa penzolò fra le mani di Dodo che non accennavano a mollare la presa. Dodo si stupì del fatto che quell’essere non aveva peso; era come uno straccio inutile e schifosamente sporco fra le sue mani. Istintivamente lo gettò lontano e si guardò le mani. Erano pulite e lui lo aveva ucciso.

Il Cane Bianco Riapparve mentre Dodo dormiva sdraiato a terra, nella ghiaia umida, spossato dalla situazione e da tutti quei pensieri cupi e oscuri che lo avavano avvolto all’improvviso. Il rumore dell’acqua che scorreva in lontananza e il gocciolìo della caverna lo avevano cullato e portato fra le braccia di Morfeo.

Il pelo dell’animale riprese a brillare, come alimentato da un’energia vitale che proveniva dall’ambiente circostante, o da chissà dove. Man mano che il Cane Bianco si avvicinava a Dodo con passi brevi e lenti, la luce dapprima fioca, simile a una nebbia rada, si accese pian piano, divenendo sempre più intensa e chiara.

Il Cane Bianco si accucciò vicino a Dodo, così vicino che lui ne sentì l’odore acre di terra e acqua e muschi; fu quell’odore a svegliarlo. Quando riaprì gli occhi, come in un sogno, ci mise un po’ a mettere a fuoco la sagoma dell’animale che gli stava accanto; era davvero magnifico, un cane come non ne aveva mai visti, si ritrovò a pensare. E si stupì di non averlo notato prima. Poi la consapevolezza si fece strada nella sua mente assonnata e Dodo si riebbe improvvisamente, quasi con un sussulto.

Si rese conto della situazione; la caverna era nuovamente illuminata, poteva procedere il cammino, si disse con una concitazione che gli cresceva dentro. Si guardò attorno: si trovava al centro di uno stanzone dalle pareti altissime, una magnifica cattedrale di roccia sotterranea; stalattiti e stalagmiti si allungavano a creare torri gotiche dalle forme meravigliose e incredibili, altissime fino all’inverosimile, tanto che non se ne vedeva la fine.

Dodo non aveva mai visto nulla di simile e nemmeno si sarebbe mai immaginato che in Natura potesse esistere un posto come quello; invece era lì davanti ai suoi occhi sgranati e increduli. La luce che emanava il cane Bainco illuminava l’enorme grotta con un’intensità notevole, ma l’effetto era dolce, quasi che le particelle luminose andassero ad accarrezzare le superfici fredde, lisce, fantastiche, senza aggredirle. Tutto quanto, le forme, le proporzioni, la materia, tutto ciò che lui vedeva era armonicamente bilanciato in quella visione sublime e a Dodo sembrò, ancora una volta, di essere stato risucchiato in un sogno, in una qualche dimensione a lui prima sconosciuta, ma concreta, viva e pregna di elementi che gli lasciavano sensazioni così vive e forti da stordirlo.

Non ricordava, non sapeva da dove gli venisse la consapevolezza che quella che gli stava sfilando sotto gli occhi era in realtà la Vera Bellezza, e si disse che forse era la prima volta che la vedeva davvero. Qualche cosa di simile lo aveva provato nelle sue lunghe camminate nella faggeta, o lungo i sentieri che lo avevano portato in alto, sulle montagne scoscese che si protendevano sul Grande Lago, ma per quanto quei momenti e quelle visioni lo avessero lasciato con il cuore leggero e felice, non fu nulla di così vivido e intenso come ciò che stava provando in quel momento. E fu stranamente felice di rendersene conto. Questo sentimento di leggerezza lo sconvolse un po’ mentre il pensiero tornò a Maya e si sentì una fitta nel petto.

Il Cane Bianco si alzò, lo guardò fisso negli occhi e Dodo ebbe per un momento la sensazione che quell’animale gli leggesse fino nel profondo dell’Anima; distolse lo sguardo, come per proteggersi da tanta invadenza. Il Cane Bianco si mosse ed il pelo luminoso ondeggiò in un movimento d’invito. Dodo si rialzò in fretta e lo seguì, sperando che tutta quella luce non svanisse di nuovo.C’era qualche cosa di diverso, adesso, in quell’animale magnifico; Dodo se ne rese conto, ma non riusciva a capire quale fosse il particolare che gli stava sfuggendo.

Mentre camminava seguendo il passo del Cane Bianco, Dodo osservava tutta quella magnificenza di rocce e colori e riflessi liquidi che gli sfilavano attorno, si rese conto che in lui era accaduto qualcosa durante quel sonno arrivato all’improvviso, dopo la disperazione per la perdita di Maya; si rese conto che l’idea della perdita della sua amica lo feriva ancora e dolorosamente, ma c’era qualche cosa che gli permetteva di non cedere, di sentirsi presente a se stesso e di godere di tutta quella bellezza che lo stava accompagnando.

Era come se i suoi occhi riuscissero a vedere la sua Realtà in un modo diverso, più luminoso e più efficace, ora. E man mano che questo pensiero si allargava nella sua mente, la luce che emanava dal Cane Bianco si faceva più intensa e netta; era come se la mente di Dodo fosse direttamente legata alle reazioni fisiche dell’animale. Anche la stanchezza che si era portato addosso in tutti quei mesi di notti insonni e id penseri invischiati di paure irrazionali stava svanendo, e si sentiva forte e tranquillo, mentre i suoi passi si facevano sicuri, cadenzati e ritmati dal rumore della ghiaia.

Giunsero in un punto dove la caverna si stringeva fino a ridursi ad una galleria piuttosto stretta e angusta. Durò a lungo e Dodo in alcuni punti dovette piegarsi fin quasi a camminare con le mani appoggiate a terra, ma non sentì la stanchezza, non avvertì nessun disagio e tantomeno si chiedeva se alla fine di quel lungo cunicolo ci sarebbe stata la vita e la salvezza, o se lo stava aspettando solo un’altro stanzone di roccia. Smise di pensare a quello che lo attendeva, smise di pensare a tutto e si limitò a camminare senza perdere di vista il Cane Bianco. E fu allora che se ne accorse: non avvertiva più nessun suono, solo i suoi passi e quelli del Cane Bianco sulla ghiaia ed il fiume d’acqua che scorreva lontano, da qualche parte sotto la roccia.

Dodo realizzò in quel momento che il collare di campanellini era sparito dal collo dell’animale.

Dodo si ritrovò a vivere il disagio dei mesi precedenti, all’improvviso e senza alcuna spiegazione. Pensò che qualcuno doveva averglielo tolto… pensò che un cane non si può togliere un collare da solo… pensò che però quello non era un cane come tutti gli altri e che niente di ciò che stava vivendo aveva sentore di logica e di razionale. La luce del Cane Bianco si fece un po’ più fioca e Dodo sussultò. Il Cane Bianco si fermò e lo guardò e Dodo capì. Doveva smetterla di occupare la mente con pensieri inutili e continuare a camminare. Nell’istante preciso in cui si affacciò questo pensiero nella sua mente il pelo del Cane Bianco tornò a illuminare il cunicolo con la stessa intensità di prima e l’animale riprese a camminare. Dodo lo seguì.

Il cunicolo si stava aprendo sempre più ed il rumore dello scorrere dell’acqua era sempre più vicino ed intenso. Quando il Cane Bianco uscì dalla galleria e Dodo lo raggiunse, quello che si aprì davanti ai suoi occhi fu qualche cosa di grandioso.

 

Digressione

Ee (9)

Il Cane Bianco portava un collare con campanellini di cristallo al collo; aveva il pelo traslucido, come se fosse stato immerso in una tinozza di polvere fluorescente e si muoveva nel buio in circolo, lentamente, come fanno i lupi quando in branco accerchiano la preda, ma il Cane Bianco non aveva intenzioni minacciose, non sembrava nemmeno inquieto, non sembrava avere fretta; sembrava invece essere a proprio agio, seppure un po’ risentito dall’attesa, lì nel buio della caverna, al centro della montagna.

Dodo lo vide attraverso gli occhi annebbiati dalle lacrime; dapprima vide una luce sfuocata e flebile come la fiamma di una candela che ondeggiava nel buio, poi le forme presero contorni più nitidi e definiti, chiari. Emanava una luce propria, il Cane Binaco, come se il manto fluorescente fosse percorso da una corrente elettrica che ne definiva le forme di lupo. Adesso si era messo flemmaticamente seduto al buio; stava in attesa. Sembrava una di quelle abat jour che si trovano sulle bancarelle cinesi, quelle a forma di elefante con le lampadine interne.

Il Cane Bianco fissava Dodo dal buio della caverna e dal suo atteggiamento, da quello sguardo canino immerso nel buio, sembrava trasparire una certa sonnolenza, o forse noia, come se fosse stato sempre lì e fosse stato costretto ad attendere per chissà quanto tempo.

Dodo si ricordò di aver notato quel tipo di sguardo negli occhi di alcuni cani lasciati ad attendere dai loro padroni all’entrata dei supermercati. All’improvviso, come ipnotizzato, venne assorbito da quella strana visione sotterranea e per un momento si dimenticò del dolore che provava per la perdita della sua amica Maya.

Osservò per un tempo indefinito il Cane Bianco: non riusciva a decifrarlo. L’atteggiamento dell’animale non faceva pensare a nulla di minaccioso, ma la strana luce che emanava dal suo manto rendeva l’atmosfera pregna di un’inquietudine sottile, latente, come quando l’aria si carica di elettricità in vista di un temporale estivo.

Dodo riuscì a rimettersi in piedi, sfiorando con la testa la roccia del cunicolo che si apriva verso un’ ampia stanza di roccia al centro della quale lo strano animale se ne stava seduto immobile, con un atteggiamento da ospite svogliato e un po’ distratto. Dapprima lentamente, poi con un movimento sempre più frenetico, il Cane Bianco si grattò dietro ad un orecchio con la zampa posteriore ed i campanellini di cristallo presero a suonare velocissimi per alcuni lunghi secondi.

Dodo trasalì riconoscendo il suono che lo aveva tenuto sveglio in tutti quei mesi. Era quello il suono dei campanellini dei quali aveva tanto parlato a Maya; erano quelli appesi al collare di quello strano cane. Nel momento esatto in cui Dodo se ne rese conto il Cane Bianco si alzò e si mosse, addentrandosi verso il fondo della caverna; si muoveva lentamente, con estrema flemma ed eleganza e dopo alcuni passi si fermò, girò la testa verso Dodo, come per dirgli che doveva seguirlo, e poi riprese a camminare.

Dodo si mosse e seguì il Cane Bianco, mentre la caverna si apriva sempre più ampia man mano che i due si addentravano nella montagna e più si addentrvano e più la luce che emanava dall’animale si faceva forte ed intensa, illuminando le nude pareti di roccia e gli ampi stanzoni ed anfratti che si aprivano tutt’attorno; era come se il buio più profondo alimentasse la luce dell’animale e più si spingevano in profondità e più il Cane Bianco si caricava di luce viva.

L’odore della terra arrivò al cervello di Dodo e lui si rallegrò stranamente della freschezza umida che ne scaturiva; gli ricordava i prati bagnati dalla pioggia, l’odore dei torrenti in piena, del legno secco trascinato a riva, dello scrosciare degli acquazzoni sulle foglie della faggeta, della fuga degli animali selvatici e della loro paura improvvisa, dei loro movimenti invisibili e silenziosi nella boscaglia.

Erano sensazioni che riaffioravano dal buio antistante, mentre i suoi occhi fissavano la strana fonte di luce che lo precedeva.

Dodo era come ipnotizzato da quella luce sempre più intensa e cercava di tenere il passo, per non perderla, per starle dietro; il Cane Bianco da parte sua teneva un’andatura lenta, procedeva senza fretta, come se fosse sua intenzione farsi seguire senza che Dodo lo perdesse di vista.

Le pareti di roccia si coloravano di blu cobalto, argento e piombo e ampie venature di rocce più chiare, alcune lisce, altre frastagliate e dalle forme bizzarre di quarzi violacei e cristalli trasparenti brillavano tinte vivacemente dai riflessi dei minerali, dipingendo il passaggio di luci incredibili e dalle tonalità fantasiose. Le ombre di Dodo e del Cane Bianco si muovevano altissime, stagliandosi e allungandosi in alto, verso il vuoto degli stanzoni che si facevano sempre più ampi e vuoti.

Il suono dei loro passi sulla ghiaia li accompagnava in un ritmo lento, continuo, come fosse il battito di un unico organismo e come se la ghiaia stessa facesse parte di questo organismo.

Il Cane Bianco all’improvviso si fermò, si voltò per guardare Dodo; si fissarono negli occhi per alcuni brevi istanti e poi, all’improvviso, la luce si spense e Dodo si ritrovò al buio, ancora, di nuovo. Si rese conto in quel momento di trovarsi chissà quante centinaia di metri sotto terra, al centro della montagna. Si rese conto che lungo il tragitto non aveva tenuto conto di alcun punto di riferimento, tanto era assorto dalla luce del cane Bianco e nemmeno aveva cognizione di quanto fosse durato.

Si ricordò che  aveva tenuto il frontalino acceso e che ora la pila era completamente scarica. Dodo venne colto dal panico e la sua testa cominciò a girare. Cadde in ginocchio, mentre la disperazione gli saliva dallo stomaco. Disse qualcosa, chiamò il cane, ascoltò la sua voce nel buio, ma nulla. Gli rispose solo l’eco sordo e prolungato della sua voce e poi fu di nuovo il silenzio ed il buio più profondo.

Ee (9)

Sono grata alle sequenze cromatiche

A volte la sequenza cromatica dei “mi piace” sotto i post di wp è così gradevole che mi stupisce come il caso possa intervenire rendendo curiosamente apprezzabile la grafica di un blog. NOn solo del mio blog… di tutti i blog! E penso che tutti quegli avatar messi lì secondo una sequenza casuale e a volte così bella a vedersi, in fin dei conti corrisponde alla sequenza delle menti, delle persone che per un momento o per alcuni minuti hanno dedicato attenzione a qualcuno, a una mente che pensa e penso che tutto questo “mi piace” molto.
Penso che anche un solo pensiero, seppur breve, o forse nemmeno tanto breve, dedicato al pensiero di qualcun altro sia un po’ una magia, di quelle che collegano le Anime alle Anime, i colori ai colori, creando un quadro multidimensionale che mi godo passando da un blog all’altro, da una mente all’altra, da un’interazione alla successiva, che sia mia, o di altri o di tutti, non importa; è qualche cosa di buono, di molto bello.
La sequenza cromatica degli avatar è come le foglie di un grande albero: nessuna è uguale all’altra e tutte vivono di aria, acqua, terra, luce e tutte sono così belle perchè sono vive e perchè insieme permettono alle altre foglie di esserci, di vivere a loro volta.
Provo grande gratitudine per le foglie degli alberi… e anche per il sole, che finalmente oggi splende più caldo dopo tanto freddo!

Sono grata alle sequenze cromatiche

Del carissimo Amore, ancora…

E c’è chi mi dice che lui lo sa cos’è, l’Amore. Lo sa, dice.
Dice che lo sa.. e fa le liste e dice che l’Amore è questo e questo e questo, e che però non è quest’altro, dice.
E’ tutt’altro. Dice che si chiama sentimento.
E così gli dà un nome, un nome che gli somiglia, ma che forse gli sta stretto, ma dice di no, che va così.
E dice che non è illusione tranne che per qualcuno che fa così e cosà, ma non per altri che fanno diversamente e giustamente e malamente, o saggiamente.
C’è chi dice che lo sa cos’è l’Amore; dice che un po’ è illusione, forse, ma nemmeno poi tanto, ma forse anche molto e forse è anche molto altro, o che per qualcuno lo è, e per altri no; così dice.
E poi c’è chi non dice, non risponde e non fa liste e non ci prova nemmeno a dirne, perchè quello lo sanno fare solo i poeti o gli scrittori veri, dice, quelli folli, quelli bravi, quelli lì, insomma… o i pittori, o gli scultori o… ci siamo capiti, quelli lì; così dice.
E per chi poeta e artista non è, sarebbe meglio nemmeno provarci, a dirne, dice, perchè non ce la si fa, non ce la si fa proprio, che o si sbaglia tutto o ci si azzecca in pieno, ma senza saperlo e allora a che vale?
C’è chi dice, ma io non ne so nulla, che sarà un po’ di tutto, forse, l’Amore; lo dice così, qualcuno, per non sbagliare, che se ci metti l’inverosimile dentro è facile che poi l’Amore se ne sappia uscire e che ne venga fuori intero, o a metà, o a pezzetti di quarti divisi per sei, o giù di lì, con calcoli fini, sottili, come fette di luce,non so, non si sa.
Se dell’Amore se ne sappia dire, e che dicendone un po’ ci si possa avvicinare, non saprei dire, ecco, perchè è un po’ come voler vedere il fondo di un pozzo, stando distesi a terra a guardare il cielo.
Perchè non è passione, non solo,
non è illusione, non solo,
non è follia, non solo,
non è dolore, non solo
e non è l’infinito, non solo e non è… e vai a capire quanto non è, e quanto e cos’è… vai a capire! Mah…
E allora, se non è tutto, potrebbe darsi che sia anche niente.
E che non sia nemmeno, o soltanto, o qualcosa, o qualunque… non so, mi chiedo… potrebbe?
Per me, a mio parere, potrebbe, ma anche no, perchè in tutta onestà, vi svelo l’arcano, il segreto… qui, venite vicini ancora un po’, così, che ve lo dico nell’orecchio, perchè io, in tutta onestà, che cos’è l’Amore… ecco…vi dirò, che non so se lo so… ma potrebbe anche darsi, forse, boh, chissà… potrebbe anche darsi di no.

Del carissimo Amore, ancora…

Fin che ce n’è…

Se ne stava disteso lungo tutta la linea visibile, ampio come tutto ciò che si poteva vedere e distante come tutto ciò che si poteva guardare; era il mare.
Poi però si levò la sabbia e spense la luce facendone carta filtrata e piccoli grumi di pollini duri si spandevano con il vento e si tinsero di rosso d’onde, sferzanti e taglienti volavano lamine d’aria; era il deserto… anzi, la tempesta nel deserto, che bisogna esser precisi.
Si giocava il full d’assi a colmare certezze occultate, le uniche che aveva e le aveva tutte, poi scrutava silente da sotto le coltri di ciglia, fino ad allungare le mani con dita pallide, affusolate e lente e lunghe come ombre; era la notte e vinceva sempre, lei.
Saltellava zompettante e scardinato come le ruote che si staccano dal carro in corsa lungo i versanti, incontro all’ultimo viaggio, lanciato sui pendii rocciosi e scoscesi e, nemmeno a dirlo, intanto si lamentava con nenie gementi e patetiche preghiere; era il passato che arrancava frenetico e non sapeva più giungere.
C’era un mucchio da vedere, insomma, e me ne stetti ad ascoltare, perchè sbaglio sempre frequenza quando si tratta di sintonizzare i sensi; fa niente, tanto ce n’è finché ne voglio, ce n’è fino alla fine, perlomeno.

Fin che ce n’è…