Snike, la merda

Si chiama Snike ed è una merda. Umanamente parlando, è una merda. In piena crisi di mezza età insiste nel voler imporre il suo modo di fare di merda adottando arroganza e supponente tracotanza in ogni suo gesto, in ogni sua parola, in qualsiasi ambito intervenga, anche quelli che non gli sono congeniali, rendendosi ridicolo, ma non per questo meno merda.
Snike ha fama di gran sciupafemmine e non perde mai occasione di sottolineare questa sua eccezionale dote di merda.
Mary, una collaboratrice occasionale e bravissima artigiana, ha rinunciato al posto di lavoro pur di non sottostare alle sue insistenti avances da bavoso che non sa perdere.
Parla di vacanze che vorrebbe farsi in occasione di un invito di un amico per una fiera di abbigliamento e articoli per la caccia come di un tour di puro sesso con “quelle troione dell’est”, così le chiama, e si vanta di avere una buona scorta di “pillole blu” all’occorrenza; non che lui ne abbia bisogno, ma “dovessero richiedergli performace straordinarie, non vuole farsi trovare impreparato”.
Tali esternazini, Snike le deve ovviamente fare in presenza dei suoi subalterni, in presenza di uomini che accondiscendono per paura di ritorsioni o perchè sinceramente partecipi e a donne che devono prendere atto della sua superiorità e potenza, in tutti i sensi.
Snike si stupisce se una sua subalterna accetta di lavorare con un collega maschio quando si presuppongono attività di stretta collaborazione, perché è ovvio che se così è, “quella è una troia che non vede l’ora di crearsi l’occasione di farsi sbattere”; e allora la chiama in disparte e con fare mellifluo le chiede” Ma sei davvero sicura di voler lavorare con lui? Non vuoi che gli affianchi qualcun altro, un collega magari?”. Se lei rinuncia, allora “quella è una che non ha voglia di fare un cazzo”, mentre se accetta, allora “quella sì che è una troia!”. Questo è il metro di valutazione di Snike.
Snike è però in crisi, ultimamente, perchè pare che il suo successo con le donne stia calando e allora diventa ancor più molesto, perchè ha bisogno di conferme che, ovviamente, non gli arrivano.
Snike sta diventando un problema più di quanto non lo era mai stato, perchè queste sue frustrazioni e questa sua propensione monotematica a questioni di sesso stanno irritando un po’ tutti nell’ambiente.
Una mattina Snike si presenta prima dell’orario solito in ufficio e ci trova Katia che, madre di due figli piccoli, arriva presto e cerca di portarsi avanti con il lavoro per poter andare via prima alla sera e passare a prenderli di persona all’asilo.
Snike oggi vede Katia sotto una luce diversa; Katia pare sempre tanto seriosa, tanto concentrata sul suo lavoro. Snike si è sempre spiegato questo atteggiamento come un modo discreto per attirare la sua attenzione, una strategia che implica sottomissione, certamente.
Snike è così che valuta la dedizione al lavoro delle donne che lavorano con lui e secondo il suo infallibile fiuto, chissà da quanto tempo Katia non aspetta altro che lui la prenda e la sbatta sulla scrivania.
Snike oggi entra in ufficio e si avvicina a Katia con un “Buongiorno mia cara!” e nel frattempo si compiace del fatto che nell’edificio non c’è ancora nessuno e avranno tutto il tempo per fare quello che lui ha in mente.
Katia lo vede avvicinarsi e qualcosa dentro di lei le dice che non è il caso di rimanere nella stessa stanza con quell’uomo, specie considerando che manca ancora mezz’ora all’arrivo dei colleghi. Snike le ha sempre provocato un’inspiegabile ripugnanza e a volte la sua presenza le risultava addirittura insopportabile e per questo motivo era riuscita ad evitarlo per molto tempo; fino a quel momento.
Snike non arrivava mai prima delle otto e proprio non se lo aspettava di trovarselo davanti.
Lo conosce da tempo e conosce colleghe che hanno avuto problemi seri a causa di Snike e sa che è bene non dargli spazio; e così lascia che lui entri, che le passi dietro avvicinandosi alla finestra, per avere una via d’uscita qualora dovesse presentarsi il peggio.
“Buongiorno Signor Snike.”
Snike senza dire nulla la guarda dall’alto, lei seduta davanti al suo pc; lui guarda i capelli di Katia, guarda la sua pelle sulla nuca e poi le infila una mano nella scollatura.
La reazione di Katia è fulminea e con un movimento veloce lo scansa con un braccio, cogliendolo di sorpresa, si alza dalla scrivania e si defila verso la porta. Esce correndo. Lui caccia un urlo bestiale: “Tu non vai da nessuna parte!” Lei capisce che l’ascensore ci metterebbe troppo e sarebbe pericoloso e allora corre verso i bagni, mentre Snike si avvicina rapido, ma Katia riesce a chiudersi nel primo bagno che trova, le mani che le tremano, il cuore che le batte nella testa, il respiro che le manca.
Cerca il cellulare, ma lo ha lasciato sulla scrivania. Niente, non può fare niente, se non rimanere lì rinchiusa, sperando che Snike non provi ad entrare, perché son serrature che non reggerebbero a due spallate, quelle. E infatti Snike è lì fuori e non demorde; la prima spallata incrina le viti del chiavistello.
“Stronza! Piccola troia stronza!! Come ti permetti?!” Lo sente urlare dietro la porta e poi sente delle voci, riconosce quella di alcuni colleghi che stanno entrando. Scoppia a piangere, si sente in salvo, ma non osa uscire.
Snike si allontana ed esce nel corridoio dove stanno entrando i colleghi e Katia lo sente dire: “Sapete che Katia è entrata nel bagno dei maschi? Secondo me non aspetta altro che qualcuno di noi entri a farle compagnia!” E poi ne sente la risata sguaiata, quella di sempre, quella risata da iena sporca di carogna, solo la sua però.
In quel momento dentro Katia si smuove qualcosa, sale la rabbia, cieca, e smette di piangere, di colpo. Esce e senza pensarci nemmeno un minuto, con la faccia sporca di lacrime fissa ad uno ad uno i quattro colleghi che sono appena entrati e che la vedono, la guardano, muti, perchè capiscono di colpo. Poi lei guarda Snike e lui smette di ridere; c’è qualcosa negli occhi di lei che ha qualche cosa di terrificante. Snike ha paura, lo vedono tutti che ha paura. Lei urla con tutta la forza che ha in corpo:”Questo figlio di puttana, questo bastardo mi ha seguito fino al bagno e voleva entrare a forza! Mi ha messo una mano nella scollatura questo porco!!”
Snike si fa un po’ da parte e si mette dietro ai tre nuovi arrivati.
“Ma che cazzo vai dicendo?! Sei pazza?! Signori, questa si è fumata il cervello! Ma guardatela! Sembra un’isterica! Toglietemela di torno, che sennò la mando fuori a calci io!!”
I quattro colleghi si guardano sbigottiti, guardano Katia, furibonda, tremante, con gli occhi arrossati, spaventata e poi guardano Snike, il boss e non si muovono, non sanno che dire, non fanno nulla.
Poi uno abbassa gli occhi e si fa avanti e va verso Katia, prendendola per un braccio, dolcemente:” Dài Katia, secondo me hai travisato. Che ne dici se ci calmiamo tutti e ci andiamo a bere un caffè? Eh?”
Katia allora lo fissa, lo fissa a lungo, lo guarda come se lo vedesse per la prima volta, come se quella persona con la quale ha condiviso l’ufficio per tre lunghi anni non fosse mai esistita, come se al suo posto si fosse infiltrata una iena, una sporca bestia falsa, col puzzo di carogna che le aleggia attorno e liberandosi il braccio con uno strattone gli dice:”Vacci da solo a prenderti il caffè, venduto, leccaculo vigliacco, traditore!” Poi guarda gli altri tre colleghi che adesso hanno gli occhi bassi e non dicono nulla;
“Ho capito! Siete dei molluschi, tutti quanti e tu brutto stronzo, figlio di puttana mi fai schifo! Sei una merda Snike e spero che brucerai all’inferno!!!”
Snike adesso si limita a ghignare.
Katia prende su le sue cose, in fretta e le caccia nella borsa e poi se ne va.
Snike è ancora lì, che sta cercando di smaltire le sue frustrazioni di uomo di mezza età malato di sesso sulla pelle di qualcuno.Snike è sempre più merda.
Katia sta ancora cercando lavoro, visto che qualcuno l’ha sconsigliata di denunciare Snike e che comunque questo non ha impedito a Snike di farle terra bruiciata attorno.

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Snike, la merda

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A me, quel fatto lì che mi dicevano che mi dovevo adeguare, mi strappava le efelidi dallo sterno!! Come se non lo si sapesse, mi dicevo, che non c’è scampo alle strade infangate! Come se non le avessi viste le ruote che macinavano le frattaglie ed i rimasugli dei sogni non ancora nati! Ma che ne sapevano loro delle ossa e delle carni vecchie lasciate a marcire sotto il letame?! Loro, che erano abituati a vederci fiorire i crocus, sopra, e nemmeno lo avevano mai sentito l’odore del letame fresco e delle carogne!! Che ne potevano sapere, quelli? Eppure parlavano. Oh sì: vomitavano consigli ed osservazioni che puzzavano di feccia di botte lontano un miglio, puzzavano di ipocrita saggezza; salvo poi smettere di sorridere e chiacchierare, quando pestavano qualche merda che secondo le loro regole di buona creanza, lì non ci doveva proprio stare.

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