Ee (2)

Tu c’eri, c’eri sempre, ci sei sempre, anche adesso e non ho paura, non ne ho mai avuta veramente, perché tu c’eri e ci sei.

Sei sempre stata con me, anche quando eri lontana, anche quando da mesi non vedevo la tua figura, il tuo volto, la linea dei tuoi occhi, le tue mani dalle dita belle, con quelle piccole vene azzurre sui dorsi che quando era inverno mi ritrovavo a fissare mentre mi parlavi, e ci scorrevo un po’ dentro per scaldarmi, mi pareva.

C’eri, rotonda e liquida d’azzurro, quando si correva a nasconderci fra i cumuli di fieno e mi ricordo il tuo odore di bambina e sudore e polline, di sole fra i capelli, con il graffio leggero dei grilli nelle orecchie e le cicale a tener sveglie le palpebre nei pomeriggi sfiniti sotto i ciliegi.

Sento ora i tuffi a tradimento nelle fontane, le grida brevi, la tua voce che ride e corre veloce, piccola e forte, muovendosi da una stanza all’altra della grande casa che ci ha accolti; le mura spesse ed i pavimenti freschi.

Poi le tende che si muovono un po’, io che fingo di non vederti e passo oltre, per continuare a cercarti, mentre so che c’eri, che ci sei, che mi segui piano, mi guardi le spalle, come adesso che ho freddo e vedo solo il buio, anche dentro e ti sento battere sotto la pelle delle mie mani per tenermi al caldo.

E’ così profonda questa galleria, amica mia, e non so di preciso dove sono e quanto tempo ci metterò a smettere di sentire, di pensare, di esserci, ma non m’importa, perché tu sei con me, ci sei ancora, ci sarai fino alla fine. E non lo so com’è stato che ci siamo trovati, come davvero è successo. Io non me lo ricordo.

E tu? Ti ricordi Maya quando ci dicemmo arrivederci prima di lasciarci, quando tu partisti per andare a studiare a Londra? Te lo ricordi che io non ti guardai negli occhi e fu la prima volta, che non lo seppi fare, perché avevo paura di spezzarmi, di non poterli più rivedere quegli occhi e l’idea mi risultava insopportabile.

Avrai pensato che sono un codardo, perché tu, invece, tu mi hai abbracciato forte e per la prima volta dopo tanti anni ho sentito quanto il tuo corpo era cambiato da allora, quando si giocava a rotolarsi nell’erba, nella terra, nel fango dello stagno. Mi stupii, stupidamente.

Mi hai toccato i capelli, qui, dietro l’orecchio, come si fa con i cuccioli quando gli si vuol far capire che va tutto bene, che sono al sicuro. Sei sempre stata la più forte tu, Maya, lo sei ancora, perché so che ci sei, che sei lì fuori, da qualche parte, che sicuramente hai saputo come uscire da quell’ inferno, mentre io non so dove sono, non l’ho mai saputo e non ho mai capito da che parte sta l’uscita; sono chiuso dentro da sempre, capisci?

Questa roccia profonda, questo buio, sono così miei che non li so temere. Mi piacerebbe averne paura, come si temono quelle cose che sono al di fuori di noi e che non si conoscono, sai? Invece questo buio io ce l’ho dentro, lo conosco; questo sono io, Maya, e non so uscire dalla Montagna, non lo so fare, non senza di te, non ora, che vorrei solo dormire qui su questa terra umida, magari per molto tempo, magari per sempre.

Ma c’è quest’ acqua che scorre da qualche parte lì in fondo, lontano, e non posso fare a meno di sentirla. E’ da molto che la sento e non so di preciso da quanto tempo la sto ascoltando. Forse è stata lei, l’acqua, a suggerirmi di te, della tua presenza; è stata l’acqua a farmi ricordare che ti devo cercare e ti devo trovare, perché tu mi aspetti, mi sei venuta a cercare quando te l’ho chiesto e adesso te lo devo.  L’acqua ti somiglia, sai? Sei come l’acqua, tu, amica mia; non ti fermi mai, sei ovunque, sai abbracciare, sai esserci.

Il cane bianco è sparito; era lui che mi teneva sveglio. Gironzolava di continuo attorno alla casa, a volte addirittura entrava e si metteva a camminare nella mia stanza e io sentivo il suo collare, i campanellini di cristallo che tintinnavano, ma non ricordo di averlo mai visto, prima. Adesso che vorrei sentirlo, rivederlo, non lo sento più, non lo vedo più. Mi ha lasciato qui nella pancia della montagna e adesso sì, adesso vorrei dormire, se non fosse che ti devo venire a cercare, Maya. La terra qui è così fredda; devo alzarmi e cercare l’acqua, seguire il rumore. Non posso fare altro. 

Ee (2)

Stanezze (3)

L’orologio della grande cucina segnava ormai le due e Maya ancora non si era fatta viva. Dodo aveva acceso il fuoco e stava riponendo gli avanzi del pranzo in frigorifero. Il tempo stava peggiorando e cominciò a preoccuparsi. Attese ancora un po’ prima di chiamarla, perché non voleva sembrarle impaziente, o peggio, invadente; lei in fin dei conti era in vacanza e sapeva per esperienza che quando Maya poteva rilassarsi non teneva in gran conto degli orari. Però il tempo che si metteva sul brutto lo fece decidere di chiamarla. Il cellulare di Maya sembrava essere non raggiungibile. Allora Dodo si tranquillizzò, perché Maya teneva sempre il cellulare acceso e se non rispondeva significava che doveva essere di strada, perché in quella zona non c’era molta ricezione.

Grandi fiocchi pesanti cominciarono a cadere sempre più copiosi e l’aria si era fatta di un grigio muto, chiarissimo ed immobile. Dodo aveva preparato la casa e la stanza per Maya, pulendo tutto con una precisione ed una pignoleria quasi maniacale, la stessa con la quale eseguiva ogni lavoro manuale. Il giorno prima fece una spesa che avrebbe potuto sfamare trenta persone per un mese e gli piacque la sensazione di rassicurante abbondanza che gli davano il frigo e la dispensa pieni.

Era agitato all’idea di avere Maya in casa per due interi giorni, perché aveva la sensazione che fra loro qualche cosa della bella amicizia che li aveva accompagnati per tutta l’infanzia e per buona parte dell’adolescenza fosse cambiato. O forse erano loro ad essere cambiati, pensò. L’aveva reincontrata da poco tempo, dopo la sua lunga assenza e l’aveva ritrovata più sicura e anche più bella di quando sei anni prima era partita per la Scozia. Di certo meno bambina. Lei era tornata al paese per un breve periodo in attesa che la chiamassero per un lavoro che le avrebbe permesso finalmente di vivere con meno ristrettezze di quelle che, da studentessa e stagista, era stata costretta a subire fino a quel momento. Era molto felice delle prospettive professionali che le si presentavano e lui era stato felice con lei quando gli raccontò tutto.

Anche lui era rientrato al paese da poco. Si era laureato in architettura a Venezia un anno prima e poi si era preso un periodo di svago, girando un po’ il mondo. Era stato in Africa e ciò che vide lo lasciò estasiato e sgomento allo stesso tempo. Lui poteva permettersi di non pensare troppo al denaro perché i nonni, oltre alla casa con la grande faggeta circostante, gli avevano lasciato anche una cospicua eredità, accumulata in anni di lavoro che, comunque, a loro piaceva e che a Dodo aveva permesso di studiare senza fare troppi sacrifici.

Pensava di aprire un piccolo studio nella cittadina vicina, per cominciare, e fu felice di poter parlare a Maya dei suoi progetti quando lei tornò in paese. Dodo non aveva molti amici; per lui era molto difficile farsi coinvolgere in un rapporto che andasse al di là di una superficiale conoscenza. Solo con Maya era sempre riuscito a sentirsi in sintonia e spesso aveva pensato che questa fosse davvero una cosa strana. Aveva anche pensato di rivolgersi a qualcuno che ne sapeva più di lui per capire se la sua tendenza ad isolarsi fosse frutto di qualche patologia, ma poi si disse che lui non stava per niente male, che accettava il mondo, accettava anche la vita sociale se quasta non era troppo invadente, ma potendo scegliere preferiva stare da solo, tutto qui.

L’orologio segnava le tre e Maya ancora non si vedeva arrivare.

 

Stanezze (3)

Stranezze (prima parte)

Ho sentito i campanellini!

Ancora?

Sì. Accade tutte le notti, ormai. Mi svegliano.

Dovresti andare da uno strizzacervelli!

E perché mai? Poi ritorno a dormire, non mi creano insonnie. Solo vorrei sapere da dove vengono. Sono così reali, così presenti.

Hai guardato sotto la rete del materasso? Non è che muovendoti mentre dormi muovi qualcosa che è rimasto appeso… per sbaglio, magari.

No, non hai capito; questi sono campanellini di bronzo ed il suono è insistente, forte, riempie la stanza e se mi alzo e apro la finestra il suono esce e si allontana, per poi ritornare, a ondate, a folate, come se fosse andato a farsi un piccolo giro sulla cima degli alberi prima di rientrare e sfumare piano, fino a spegnersi e lasciarmi andare a dormire.

Pare la storia di Peter Pan.

Sì, un po’ sì. Però ti giuro…

Lo so, lo so… è tutto vero e ti ho già detto che ti credo, solo sto cercando di aiutarti a trovare una spiegazione un tantino razionale, ecco. Sei sicuro che non siano le campane delle capre al pascolo? In quel posto sperduto dove abiti è pieno di capre. Magari ti alzi e apri le finestre e senti le capre che corrono e poi ti sembra di averle sentite prima di aprire le finestre… quando si è mezzi addormentati ci si può confondere.

No! Senti, sta storia va avanti da un mese e ogni notte per un mese ho sentito sempre lo stesso suono, ad ore diverse mentre dormo. Le capre in inverno non vanno al pascolo e comunque sono campanellini dolci, leggeri, non sono campanelli da capre. E’ un suono che somiglia ad un arpeggio, una melodia lieve eppure insistente, assolutamente presente, reale e anche piacevole se vogliamo. E’ una musica, una vibrazione che mi sveglia con dolcezza, niente di invadente, solo inquietante, ecco. Ed è inquietante perché non me lo so spiegare! Non riesco a capire da dove venga.

Radio e stereo spenti?

Seee! Spenti. Tutto spento. Ormai stacco anche gli interruttori del quadro generale della luce per evitarmi dubbi. I dubbi mi hanno perseguitato per almeno due settimane. Poi ho smesso e ho preso atto: sento i campanellini di notte. Punto.

Senti, non volevo dirtelo prima perchè avevo paura che ti offendessi, ma non è che sti campanellini sono solo nella tua testa, forse?

No, no, non mi offendo, figurati. E’ stata una delle prime cose che ho pensanto anch’io quandon non riuscivo a darmi un perché! E’ possibile, non lo escludo. Tu lo sai, dormo da solo e casa mia è troppo isolata per poter chiedere a qualcuno se per caso ha sentito i campanellini come me. L’unico modo per capire se sono un paranoico sarebbe quello di fare questa prova, ma non so a chi chiedere! Tu non è che…

Cosa?

No, volevo chiederti… non è che potresti venire a dormire a casa mia una di queste sere? Non pensare male, eh? Solo per aiutarmi a chiarire sta cosa che non mi dà pace! Sei l’unica persona con la quale ho avuto il coraggio di confidarmi e… e non saprei a chi altro chiedere, davvero!

Hmmm… non so se è una buona idea… ci devo pensare.

Ma certo, ma certo! Tu pensaci, prenditi il tempo che ti serve e poi fammi sapere, ok?

Ok, adesso devo andare. Ci vediamo domani all’ora di pranzo e ti so dire, eh?! Ciao Dodo.

Ciao e grazie Maya, eh?! Grazie.

Stranezze (prima parte)

Imparare

Avevo un nonno che a primavera andava nei boschi, quando ancora la neve copriva le montagne a chiazze ed il cuculo cominciava appena a cantare. Saliva nei boschi e cercava la primavera e quando la trovava se la metteva sul cappello e poi tornava sorridente ed orgoglioso in paese con i colori di primule ad accompagnargli il sorriso.
Mio nonno aveva i baffi lunghi e gli occhi di cielo e la voce tonante che quando cantava la messa mi pareva di veder tremare i colori delle vetrate sui banchi di legno.
Non era alto, mio nonno, ed era magro e svelto e camminava veloce come nessun altro; camminava lungo i pendii sui prati e nei boschi fino alle cime delle montagne.
A volte mio nonno scriveva sui quaderni di scuola, quelli piccoli e vecchi e mentre lo faceva si nascondeva un po’, ma io lo vedevo; ci scriveva le carnevalate, in rima, per far ridere le persone, ma poi non le dava in mano a nessuno, perchè si vergognava, che un uomo deve lavorare e non perder tempo con queste cose.
Mio nonno aveva i vestiti che sapevano di tabacco e quando andava sui pendii a sfalciare l’erba all’alba, mi portava con sè e faceva il giro con la falce alle fragole di bosco, liberandole dall’erba alta per lasciarmele raccogliere. Erano di quelle fragole piccole, gonfie di succo; le più buone.
Mio nonno sapeva tutto dei boschi e ci andava a camminare ogni giorno, dopo il lavoro, quando tutti erano troppo stanchi anche per parlare; lui spariva e andava a guardare il sole che scendeva a sera, fra gli alberi e a volte mi portava con sè, ma dovevo stare in silenzio.
Nei pomeriggi d’inverno mio nonno si metteva vicino alla stufa e si arrotolava le sigarette, in silenzio, mentre il fuoco crepitava e la neve cadeva. Mi guardava e aveva gli occhi un po’tristi, a volte.
Un giorno andò dal medico e quando tornò si mise a letto e soffrì molto e per molto tempo e io non lo potevo vedere spesso, solo ogni tanto potevo entrare nella camera bianca e salutare la sua testa piccola sul cuscino grande. E guardavo gli occhi blu sempre più tristi.
Poi morì e lo misero in una bara con il vestito buono e io per due giorni potevo stare a guardarlo quanto volevo. Non vedevo i suoi occhi, che erano chiusi, ma sicuramente era meno triste, adesso, perchè aveva la faccia che non soffriva.
E allora pensai che un giorno mio nonno raccolse un piccolo merlo, di quelli caduti dal nido; aveva un’ala rotta e una zampetta tutta contratta. Mio nonno provò a salvarlo dandogli da mangiare dei vermetti e dell’acqua, ma il merlo dopo poco morì. Allora mio nonno mi disse che era meglio così, perchè probabilmente dio aveva capito che quel merlo soffriva troppo per poter vivere. Lo mise in una scatola dei fiammiferi e lo seppellimmo insieme vicino all’orto e poi fu tutto finito.

Imparare