Il coraggio di dire la verità

Che cosa stai facendo? Sto disegnando vignette.

Da quando? Da quando ho scoperto che è necessario dire la verità al mondo.

Perché è necessario? Perché voglio raccontare il mondo per quello che è, voglio dire la verità e voglio che la gente la conosca. E’ un diritto della gente conoscere la verità.

In che modo intendi farlo? In un modo semplice e divertente, in modo che tutti possano capire. Anche capire le cose più complicate è un diritto della gente.

Ma così, se disegni le vignette li fai ridere, ti prenderanno sotto gamba! Se la gente trova un motivo per ridere ha anche un buon motivo per ragionare sul perché sta ridendo.

Secondo me devi stare attento; la verità è scomoda e dà fastidio… qualcuno potrebbe non divertirsi tanto e fartela pagare. E’ vero, ma se nessuno  racconta la verità, nessuno può conoscerla. Se qualcuno non ride è perché la verità lo riguarda direttamente; probabilmente quello che non ride o è un prepotente o è uno che sta subendo una prepotenza.

Bisogna guardarsi dai prepotenti. Hai ragione. Bisogna difendersi dai prepotenti. Io disegno vignette per permettere alla gente di difendersi dai prepotenti, da quelli che vogliono raccontare balle alla gente per fare i loro comodi senza che la gente se ne accorga. Se non conosci la verità non ti puoi difendere.

Perché non ci si può difendere? Perché i prepotenti contano sull’ignoranza della gente per fare i loro porci comodi a discapito di tutti. Se tu conosci, se sai ragionare sulla verità, allora ti puoi difendere dai porci prepotenti.

Sei volgare. Lo so, lo si diventa un po’ quando si raccontano verità volgari. E la verità spesso è ben peggio che volgare.

E se qualcuno si arrabbia? Vuol dire che ho raccontato bene la verità.

Non so se lo puoi fare; se qualcuno si arrabbia, magari te la fa pagare. Lo devo fare comunque.

Perché lo fai se sai che rischi grosso? Perché è un mio diritto poterlo fare e perché è diritto di tutti conoscere e poter ragionare sulla verità. Te lo immagini un mondo dove nessuno può dire quello che pensa?

No, non riesco a immaginarmelo. Secondo me stai esagerando. Noi viviamo in un mondo civile. L’hai detto tu che sto rischiando grosso…

Sì, l’ho detto… forse hai ragione… hai molto coraggio. Non più di quelli che mi hanno permesso di poter raccontare il mondo disegnando vignette.

E chi sono quelli? Quelli che in passato sono morti per renderci liberi e quelli che oggi leggono le mie vignette ragionando sulla verità. Perché per ragionare sulla verità e agire di conseguenza ci vuole coraggio.

Non lo so se tutti hanno questo coraggio. Allora ci vuole qualcuno che questo coraggio ce l’abbia e che possa regalarlo anche agli altri. I prepotenti non hanno paura del coraggio di uno solo, ma se la fanno sotto di fronte al coraggio di molti.

Ne vorrei un po’ anch’io. Tò, ti regalo questa vignetta, fatti una risata e poi vedi se non ti senti un po’ più forte!

Funziona! E’ questo che fa paura ai prepotenti: in una vignetta, in una risata c’è una forza che nemmeno un kalashnikov!!

Stai scherzando? Come fa una vignetta ad essere più forte di un kalashnikov?! E’ esattamente così, perchè una vignetta una volta creata e fatta leggere alla gente non svanise ma rimane nella testa delle persone e crea nuove idee. E con lei rimane l’idea di libertà e di verità che si porta appresso! Anche dopo la mia morte!

In un certo senso è più forte anche della morte. Sì, una vignetta è più forte anche della morte!

Il coraggio di dire la verità

Nee (3)

L’aria si riempì di polvere d’oro e l’acqua dolce e limpida di un ruscello scorreva gorgogliando e ninnandole il pensiero. Maya si svegliò in riva al piccolo lago e gli occhi si posarono languidi e assonnati sulle orchidee giganti che fiorivano ovunque. Altri fiori di un rosso vivo e aranciato, screziati di giallo le sorrisero tutt’attorno ed i profumi dolci e leggeri si confondevano per regalarle un sapore di  buono che le arrivava da dietro il palato.

Si sentiva bene come non le era mai successo prima. Cercò di ricordare che cosa era accaduto, di capire che cos’era quel luogo meraviglioso nel quale si trovava, ma i sensi erano rapiti da sensazioni talmente piacevoli da non permetterle di pensare ad altro. Si guardò attorno e si rese conto di essere sola e immersa in uno spazio meraviglioso, così colmo di bellezza come non ne aveva mai visti e nemmeno immaginati. Tutt’attorno vi erano animali dagli occhi dolci e miti e nel cielo limpido volavano uccelli con piume colorate e di immensa bellezza. Il ronzio degli insetti si mescolava con il rumore dell’acqua e libellule smeraldine e farfalle magnifiche si posavano e volavano allegre ovunque. Tutti i suoi sensi le rimandavano una condizione di piacere totale, tanto che le venne voglia di starsene lì immobile e in attesa, per goderne il più a lungo possibile, forse per sempre.

Il pensiero sembrava sfuggirle, non riusciva a concentrarsi, non sapeva focalizzare il ricordo, non poteva ritrovare la coscienza necessaria per rispondere a quella domanda che da qualche parte cercava di farsi spazio nel suo cervello. C’era qualche cosa di importante che doveva ricordare assolutamente… c’era qualcosa di più importante delle sensazioni meravigliose che stava provando e doveva… doveva riuscire a ricordarsi di che cosa si trattava. Gli occhi le si chiusero per un breve istante mentre la sua mente in uno sforzo estremo le rimandò l’immagine di uno sguardo; all’improvviso un nome le affiorò alle labbra e lo pronunciò in un soffio lieve, appena percettibile, come se quello fosse l’ultimo respiro di un animale minuto e debolissimo: “Dodo…”.

E fu il buio più totale, improvviso, spietato e colmo di un vuoto freddo. Maya si sentì sprofondare nel nulla mentre tutta la bellezza che l’aveva circondata fino a pochi secondi prima svanì in un soffio, lasciandola dolorante, angosciata, spaurita in un luogo senza luce. Cadde e sentì freddo e la testa cominciò a dolerle. Gli occhi le si riempirono di lacrime e mentre un dolore sordo le risaliva dallo stomaco costringendola a ripiegarsi su se stessa, un urlo straziante e bestiale le risalì dalla gola. Urlò il nome di lui.

Fu la consapevolezza netta, improvvisa e sferzante come un taglio di lama, impietosa: Dodo era morto in quell’incendio in mezzo al bosco. Il suo amico non c’era più, la sua spalla, la fonte dei suoi pensieri migliori, dei ricordi più amabili, la sua sicurezza di sempre, il riferimento di una vita, ora… non esisteva più… le affiorò l’immagine di lui avvolto dalle fiamme, il dolore fisico che doveva aver provato prima di morire, la sua agonia… e l’urlo anzichè spegnersi le si prolungò incredibilmente in gola, come se i suoi polmoni avessero incamerato una quantità inumana di aria per restituirla con un gemito roco e colmo di disperazione; un’onda lenta e infinita di dolore che le saliva dal centro, dai polmoni, dal profondo del suo essere disperato.

Il fiato le mancò e Maya desiderò che il suo corpo smettesse di respirare, che la lasciasse così, svuotata, perché tutto quel dolore insopportabile smettesse. E invece con un sussulto il suo corpo l’obbligò a riempirsi di nuovo i polmoni e la spinse a sentire ancora più forte quella lama tagliente che le si era infilata nello stomaco, rigirandosi nelle viscere, senza tregua. Durò per un tempo infinito e lei capì che non avrebbe smesso mai, mai più.

Il corpo di Maya si eclissò, ma non le fece il regalo di renderla inconsciente e la lasciò immersa in quel lago oscuro e pregno di sentimenti spezzati, confinata in un mondo buio e freddo.

Un mano gentile le carezzò i capelli, delle braccia amiche l’autarono a rialzarsi e la condussero via, ma lei non se ne avvide, non sentiva null’altro che freddo, e morte, come quando ci si addormenta e si finisce nell’incubo peggiore.  

Nee (3)

See (8)

Vennero le scintille, infinite, effimere, roventi e s’involarono a riempire il vuoto della notte; la fuliggine e le loro ceneri s’insinuarono nelle narici e nella mente addormentata dal fumo, dalla spossatezza, dall’insostenibile tensione delle ore appena trascorse. Maya aveva gli occhi chiusi e l’inferno imperversava ovunque tutt’attorno, con fiammate gialle e verdi, fra il crepitare roboante e spaventoso dell’incendio orami esteso a tutto il versante della montagna. Lei non poteva udire, nè vedere, nè tanto meno fuggire. La mano coperta da una pelle raggrinzita e secca si avvicinò alla fronte di Maya e quando le dita nodose si posarono sulle sue palpebre, Maya smise di respirare. Il suo corpo si fece fermo, l’addome immobile ed il respiro, l’ultimo, s’involò nell’aria rovente, in alto con le scintille, nella notte ferita dalle lingue di fuoco.

Dodo urlava il nome di lei mentre appoggiando la bocca ed il naso nell’incavo di un braccio cercava di filtrare l’aria irrespirabile; gli occhi gonfi di lacrime e fumo dai quali sgrogava disperazione. Un essere peloso, con una grossa testa infossata nelle spalle e che pareva muoversi come una scimmia gli passò davanti in una corsa sfrenata e lo urtò facendolo cadere a terra. Gli occhi feriti di Dodo lo seguirono per brevi istanti mentre l’animale si dileguò fra le fiamme. A Dodo parve di vederlo sparire nel terreno, mentre tutt’attorno i tronchi e gli alberi cadevano crepitando in un rumore assordante e un vento fortissimo, rovente imperversava ovunque.

Dodo si diresse a tentoni nella direzione dove quell’essere era sparito e trovò una fessura nel terreno, fra due grosse rocce appiattite. Dall’apertura ampia a sufficenza perchè un uomo adulto vi si potesse passare, sentì distintamente provenire dell’aria più fredda. S’infilò istintivamente fra le due rocce per ripararsi dall’aria densa di fumo nero che si stava facendo sempre più irrespirabile e si ritrovò in un anfratto del terreno, completamente al buio. Dodo sentì subito che l’aria in quel posto era più respirabile, come se provenisse da un mondo che non aveva nulla a che fare con quello che si stava sgretolando e disfacendo in cenere e polvere a pochi metri, là fuori. Quando il respiro gli si fece più regolare tossì a lungo, sentendo i polmoni che gli bruciavano e nel contempo cercava di trascinarsi sul fondo di quel buio salvifico dove l’aria fredda sembrava davvero pulita, mossa da una corrente ascensionale che impediva all’aria satura di fumo della foresta di penetrare. Gli occhi passarono in pochi istanti dalla luce accecante della foresta infuocata al buio più totale e lui si trascinò verso l’interno a tentoni, muovendosi sulle ginocchia e protendendo le mani in avanti, come a cercare un appiglio, un punto dove aggrapparsi.

Dopo alcuni minuti, quando l’affanno lasciò il posto a un respiro più regolare, Dodo si ricordò del frontalino che ancora aveva ben fissato sulla fronte e provò ad accenderlo. Girò l’interruttore, una, due volte, ma niente; probabilmente il calore del fuoco lo aveva messo fuori uso. Fece un ultimo tentavo e questa volta il fascio di luce uscì improvviso dall’apparecchio elettrico, illuminando una caverna ampia, che sembrava inoltrarsi in profondità nella roccia. L’apertura nella montagna era sufficientemente ampia da potersi muovere stando in piedi; aveva le pareti lisce, levigate e umide, come se il cunicolo fosse stato scavato dalla forza costante di un corso d’acqua.  

Dodo avvertiva alle sue spalle il rombare dell’incendio che continuava a imperversare e istintivamente fece qualche passo in avanti, come per allontanarsi da quel pericolo dal quale era appena scampato per un soffio. Non sapeva dell’esistenza di quella caverna nel bosco, non ne aveva mai sentito parlare e nemmeno i nonni, presumeva, ne avevano mai saputo nulla, perché altrimenti gliene avrebbero senz’altro parlato, pensò. Ed era strano anche il modo in cui l’aveva scoperta, in un frangente tanto critico… con quello strano animale che gli era balzato addosso e che senza dubbio si trovava lì dentro, da qualche parte; tuttavia non si fermò a pensare oltre e spinto dalla speranza istintiva di trovare un’apertura sul fronte opposto al quale era stato costretto dalle circostanze ad entrare, decise di esplorare il cunicolo, addentrandosi oltre.

Mentre si accinse a muoversi il pensierò andò a Maya e un groppo alla gola gli bloccò il respiro; non poteva essersi salvata da quella situazione spaventosa, si disse… e come avrebbe potuto?! Grosse lacrime gli rigarono la faccia sporca di fuliggine e mentre cercava di farsi animo per andare avanti lo pervase il senso di colpa, la disperazione.

La sua amica, la testarda e dolcissima Maya, la sua compagna di giochi dell’infanzia, l’unica sua confidente dal sorriso contagioso, non l’avrebbe più rivista, mai più. Mentre camminava appoggiandosi con le mani alle pareti umide e levigate della roccia, pensò e sperò con tutto il cuore che non avesse provato dolore, che se ne fosse andata senza soffrire fisicamente, perché Maya non temeva nulla, ma proprio nulla, gli disse lei una volta, tranne il dolore fisico, la malattia, la sofferenza del corpo. Un singulto gli bloccò il respiro e fu costretto a fermarsi. Si piegò in due e poi cadde sulle ginocchia come se il dolore che gli straziava il cuore lo avesse trafitto all’improvviso; il pensiero della perdita di lei gli impediva di andare avanti e così si raggomitolò su se stesso, come avrebbe fatto un bambino piccolo, e pianse, pianse a lungo. Nella caverna si sentirono solo i singhiozzi di Dodo che s’inseguivano con l’eco del gocciolare dell’acqua che cadeva lenta dal soffitto ampio ed il resto fu silenzio.

 

See (8)

Il tempo di finire

Non so da quanto tempo, per quanto tempo, non lo si può sapere. Il tempo; che nemmeno sai se davvero c’è un tempo, o c’è stato, o ci sarà. E nemmeno sai se si può dire “c’è stato”, “c’è”, “ci sarà”, perché se non è, se il tempo non è, allora non è mai stato, non sarà mai.

Chinò il capo, appoggiò i gomiti e gli avambracci sul vecchio tavolo, guardò l’ombra della sua testa che si deformava sull’orlo sbeccato di formica consunta, sentì odore di fumo e di legna bruciata che entrava dal lungo corridoio; qualche barbone aveva acceso dei pezzi di un vecchio mobile per scaldarsi, lì fuori, che faceva freddo.

Nemmeno una porta da poter chiudere in quel casermone, solo finestre con le inferriate grosse e tarlate dalla ruggine, stanze tutte uguali sospese sopra la città, verso i burroni finestrati del niente. Ci si proteggeva con le tele cerate appese alle corde con i ganci da macellaio fra un vano e l’altro e lui guardava i brutti disegni floreali e sentiva il dolore causato dalle vecchie caffettiere che appoggiate roventi sui tavoli delle cucine vi lasciavano il loro marchio di plastica segnata, un marchio perpetuo.

Aveva un’idea che gli ronzava e sapeva di pezzo di tabacco da sputare dalle labbra; non ci riusciva, non ci sapeva fare con le cose vere, con il darsi da fare per uscirne. Non aveva più tabacco, tra l’altro. Era intrappolato e non aveva nemmeno mai visto una chiave e se anche fosse, si disse, non c’è nemmeno una porta da aprire, qui.

I bambini piangevano giù in cortile, o forse ridevano; lui non sapeva distinguere, ne sentiva le voci, le urla e non avrebbe saputo dire se erano allegri, o se stessero urlando di dolore. Erano come lui, quelle voci: vive, eppure lontane, disperse chissà dove, a voler dire chissà cosa. Si sorprese a pensarsi allo specchio, con un volto dalla pelle traslucida e flaccida, appesa alle ossa a penzolare dagli zigomi porosi, dalle insenature del cranio. Una sfera levigata e luminescente, con i larghi pori soffocati dai troppi capelli sporchi e da una pelle floscia; così si specchiava e la cosa strana era che non vedeva occhi. Era una faccia senza occhi, la sua, e gli rimaneva solo il tatto, lasensazione di freddo.

Si sentiva la faccia spenta e si passò le dita sul naso, per volersi accertare se la sensazione era reale. Il naso, lungo, affilato, eterno, non finiva mai… ed il dito indice seguito dall’anulare ne seguivano il profilo mentre la pelle azzurrina e traslucida cadeva via come la tela che si toglie da una tazza di latte ormai freddo. Si stava sgusciando come un’arancia dalla pelle sottile, pensò. Gli sembrò di essere quel martire che aveva visto in un vecchio quadro al museo, con tutta la pelle afflosciata ai suoi piedi ed i muscoli e la carne sanguinante in bella vista. Si sentiva la faccia spoglia, tutto il corpo spoglio, esposto, gracile, sanguinante e inadatto ad affrontare l’aria che lo circondava. E faceva freddo, nudo così com’era. 

E là fuori il cielo era senz’altro buio, anche se da lì non lo vedeva. Non sarebbe sopravissuto senza pelle addosso, pensava. Guardò l’angolo della stanza, lì in fondo, e ne seguì l’ombra, tenendo gli occhi bassi, radente al pavimento. L’ombra finiva sull’uscio aperto e ne fu contrariato; è un’ombra troppo breve, non copre abbastanza, si disse. Le ombre vere sono molto più lunghe, in realtà, più intense, non così velate e sfumate, malate. Si disse che viveva in una casa troppo buia per avere delle ombre reali, vere, sane, abbastanza lunghe da potersi dire tali. 

Guardò l’uscio e lo vide grigio, spalancato verso un muro scrostato e ammuffito; lo vide esattamente com’era.

Da quante ore sono qui seduto?

L’uscio aperto, il muro scrostato… Devo alzarmi e cercare qualche cosa che mi copra tutta questa carne in vista.

Ma poi alzò lo sguardo davanti a sè e guardò la parete di mattoni e malta scrostata che aveva di fronte; erano anni che osservava quella parete e ne conosceva ogni singola crepa, ogni singola fessura e macchia, ne individuava le ragnatele appesantite dalla polvere e dalle microscopiche carcasse secche degli insetti decomposti. Individuava le ragnatele nuove, mosse appena dal movimento dei ragni dalle lunghe zampe. Amava i ragni perché sapevano essergli indifferenti, mentre lui non ci riusciva, lui li amava.

Da quanto tempo sono qui seduto?

Mi sto decomponendo. E all’improvviso l’idea che voleva sputare fece capolino dalla fessura fra le labbra e uscì di getto: il tempo esiste in funzione del mio stato di decomposizione. Sono senza pelle e mi sto decomponendo.

E finì.

 

Il tempo di finire

Lo decido io quando…

Ci sono questi che mi saltano addosso, come fanno le pulci, esattamente come le pulci. Sono pulci, infatti. E probabilmente sono pulci incrociate con i pidocchi; degli ibridi ciucciasangue; fanno il lavoro meglio dei pippistrelli vampiri, che invece non succhiano il sangue, tranne quelli brasiliani. Ma qui non siamo in Brasile, no davvero!

E’ un giorno dei migliori, questo; e fra i migliori dei giorni di merda che mi son trovata a vivere, riesco ad apprezzarlo particolarmente. 

Mi ricordo di due giorni fa, quando riuscivo pure a lamentarmi che manca tutto in questo accampamento di disperati, non solo il cibo e l’acqua, ma anche la carta da culo, sebbene nessuno se ne accorgeva, perché se non hai niente nello stomaco è difficile che ti serva la carta per pulirti il culo.

Mancava l’acqua da bere, figuriamoci l’acqua pulita per lavarci e allora per bere e per lavarci ci si arrangiava con l’acqua sporca di un pozzo melmoso. Adesso abbiamo smesso, di bere, di lavarci, di muoverci.

C’è da dire che il fango soffoca le pulci, ma non i pidocchi, quelli resistono. Ed anche gli ibridi sono resistenti, quei bastardi! Non ho le prove dell’esistenza dell’incrocio ibrido dei ciucciasangue, in effetti, ma in tutto questo tempo dove i parassiti potevano prolificare fianco a fianco in maniera tanto promiscua, trovo improbabile che non si siano accoppiati, almeno qualche volta.

Noi invece niente, non abbiamo avuto la forza per pensare ad accoppiarci; eravamo troppo occupati a pensare alla nostra personalissima, mera sopravvivenza minuto dopo minuto. Se non ci fosse stato quel pozzo fangoso saremmo morti tutti molto prima, molto più in fretta.

Quando il sole è alto adesso, il pensiero di sopravvivenza si ripropone con una frequenza più serrata:  non più minuto dopo minuto, ma secondo dopo secondo e a volte qualcuno smette di pensare, perché è morto. Allora chi ce la fa tenta di allontanare il cadavere, giusto per non sentirne troppo il puzzo mentre si decompone al sole.

All’inizio li seppellivamo sotto le pietre, poi ci siamo limitati a spostarli l’uno accanto all’altro, in una specie di fossa comune fuori terra, perché quella era un’attività che richiedeva molte energie e un po’ alla volta si lasciava che chi smetteva di pensare e di vivere, giacesse lì dove aveva smesso di respirare e poi, di notte, quando il sole beveva meno vita dalla pelle e sembrava più facile respirare e muovere gambe e braccia, ci si trascinava noi un po’ più in là, distanti dagli ultimi morti, ma mai troppo distanti dal pozzo fangoso.

Alla fine si è creato questo cerchio di morti,come una specie di stella a più raggi e noi siamo gli ultimi tre raggi vivi.

Abbiamo la pelle ustionata, anche se il fango secco un po’ fa da filtro ed i viveri non bastavano più per nessuno da almeno tre giorni, o forse di più, non ricordo. Alla fine lo sappiamo che non c’e niente da fare, ma qualcuno si ostina a non rassegnarsi e si è messo a piangere, nemmeno troppo in silenzio; insomma, un po’ sto piagnistèo che fa da sottofondo al vento secco e caldo rompe i coglioni a tutti, cioè a noi altri due rimasti.

E’ strano come l’uomo abbia la forza di scoglionarsi a causa della presenza dei propri simili fino alla fine.

Dopo due settimane ci siamo trasformati in esseri inumani, inermi e ossuti, striscianti nel fango e dei venti che facevano parte della comitiva siamo rimasti noi tre: l’aragosta toscana che mugugna in continuazione, il pelato scozzese, ed io, che probabilmente assomiglio molto ad una foglia di lattuga secca… o perlomeno così mi sento.

E nei secondi brevi di lucidità mi chiedo perché noi siamo ancora vivi; quando per brevi istanti rinsavisco, continuo a chiedermelo. Mi faccio domande cretine come: perché la morte per qualcuno arriva all’improvviso e per qualcuno pare non abbia proprio fretta, e fa attendere, fermandosi magari a prendere un gelato da qualche parte e passeggiando lentamente, attardandosi davanti alle vetrine dei centri commerciali prima di venire nella mia direzione e finirmi?! Magari senza mettermi minimamente al corrente oppure, come in questo caso, facendosi annunciare da un mucchio di disgraziati che piano, piano, giorno dopo giorno sono stati presi prima di me, dandomi un bell’esmpio di quel che diventerò insomma!

Mi chiedo se c’era un motivo, ma poi mi stufo, perché in realtà io lo so, che un motivo non c’è mai. Si nasce perché si nasce e si muore perché si muore. Fine. E nemmeno sul modo in cui si vive c’è un granché da speculare; si vive per quelli che si è e fine.

Certo che, se ci penso, questo fatto che si tenta di darsi mille spiegazioni portando sè stessi all’illusione che ci sia un senso da qualche parte nel vivere, è una gran presa per il culo. Forse il senso vero sta nel nascere ed imparare a prendersi per il culo pensando di avere unsenso… e poi morire. E allora il senso vero sta nel morire.

Un ibrido ciucciasangue sta tentando di azzannarmi alla giugulare; lo lascio fare, che tanto, una volta finita la scorta dei nostri tre serbatoi ematici, pure i ciuccisangue son destinati a seccarsi al sole e darsi un senso, crepando. E non mi sento nemmeno di dire che gli sta bene; in realtà non me ne frega niente. E forse questa è la mia posizione ultima più sincera: in buona sostanza, io di tutto questo arrancare, adesso che è finita sostanzialmente me ne fotto! E non si pensi sia perché le circostanze me lo impongono: è una scelta… un po’ forzata, un po’ indotta forse, ma pur sempre una scelta!

Sento un ronzìo insistente; vuoi vedere che i ciucciasangue a forza di accoppiarsi hanno sviluppato le ali e adesso stanno mutando in pulce-pidocchio-zanzara?! Bastardi! Bevete pure, parassiti!Perirete anche voi diventando delle vecchie ciabatte secche!

Però sto ronzìo è piuttosto potente e se di ibrido insetto, acaro o aracnide si tratta, dev’essere mostruosamente grande! Non apro gli occhi, non mi interessa, non ho voglia di vedermi un mutante davanti; voglio morire con l’immagine del sole cocente che mi brucia da dietro le palpebre, piuttosto…    

Mi pare di sentire delle voci… o sto delirando, o è atterrato un elicottero e stanno venendo a salvarci… cazzo, proprio adesso che avevo deciso di morire, vuoi vedere che mi tocca ricominciare ad arrancare?!

Lo decido io quando…