Sneze (6)

Dodo ascoltava il silenzio mentre l’animo gli si faceva sempre più inquieto. Guardava dalla finestra i faggi carichi di neve, il cielo grigio ed i grossi fiocchi pesanti che non smettevano di cadere. Era tardi, il cielo cominciava a scurire e Maya avrebbe dovuto essere lì da almeno mezz’ora, ma dal fondo della strada ormai nascosta da un manto fin troppo compatto di neve, non si vedeva arrivare nessuno.

Poi, all’improvviso, smise di nevicare e in pochi attimi il cielo si schiarì. Dodo sospirò, fiducioso. Maya gli aveva detto al telefono che non era lontana, che aveva già raggiunto il pianoro e se il tempo volgeva al bello, poteva stare tranquillo: con un po’ di pazienza e un po’ di fortuna sarebbe arrivata in pochi minuti a destinazione. Si godette i colori del tramonto dalla finestra mentre alle sue spalle il fuoco nella grande stufa crepitava e riscaldava la cucina.

All’improvviso, mentre Dodo era assorto nella contemplazione dei colori magnifici del tramonto nella faggeta, immerso in quel paesaggio irreale fatto di neve e ghiaccio, vide che sul vetro della finestra si stavano formando dei cristalli di brina; delle specie di opere d’arte improvvisate dalla natura stavano prendendo forma all’istante. Sembravano dei disegni floreali di una fantasia geometrica esatta e si stavano espandendo sulla superficie esterna del vetro in brevi attimi contigui. Dodo non aveva mai visto nulla di simile. All’improvviso ebbe freddo e si allontanò istintivamente dalla finestra, portandosi verso la stufa. Aggiunse altra legna e ravvivò il fuoco, ma il freddo sembrava riuscire ad entrare da ogni fessura, da ogni minimo antro e raggiungere inesorabile la pelle di Dodo, che rabbrividiva, stringendosi le spalle. Era un freddo che non aveva mai sentito, quello, come se gli arrivasse da qualcosa che lo attraversava fin nell’intimo, attraverso le fibre dei tessuti del corpo e questo reagiva con un moto di rigetto. Si mise subito un altro maglione tentando di non pensare alla sgradevole sensazione che lo aveva pervaso.

Si sentiva come se qualcosa o qualcuno avesse invaso l’intimità confortevole della sua casa. Non si sentiva più al sicuro, questo era. Ed era questa la stessa sensazione che provava da settimane ormai, precisamente da quando gli stavano accadendo quelle strane cose delle quali non aveva avuto il coraggio di parlare a Maya; non nei dettagli, perlomeno, non come avrebbe voluto.

La notte spense i colori ambrati del giorno che si erano spansi sulla coltre imbiancata e Dodo ricacciò indietro quelle sensazioni ingombranti e paurose, concentrandosi e cercando di razionalizzare, così come aveva fatto nei giorni passati. Il pensiero tornò a Maya; si era fatto quasi notte e lei ancora non arrivava.

Dodo mise finalmente da parte gli scrupoli e si decise ad andarla a cercare, pensando che se Maya si trovava in difficoltà, così com’era probabile che fosse, lei avrebbe saputo mettere da parte l’orgoglio in vista di un aiuto concreto; o almeno così lui sperava. In ogni caso andarle incontro gli sembrò la cosa più intelligente e necessaria da fare. Avrebbe dovuto farlo prima; anzi, non avrebbe proprio dovuto lasciare che facesse la strada da sola! Avrebbe dovuto andarla a prendere! Ma lui la conosceva bene e sapeva che lei avrebbe preso quella gentilezza come una sorta di sfiducia nei suoi confronti… era complicata, Maya, e a lui era sempre andata a genio anche per questo, pensò sorridendo un po’. Sospirò e si scosse ancora una volta dalle sue elucubrazioni prima di prepararsi ad uscire; il cielo terso e stellato gli diede fiducia.

Appena Dodo aprì la porta di casa un vento improvviso, gelido e terribile sembrava volerlo ricacciare indietro. A stento riuscì a chiudere la porta alle sue spalle. Il freddo gli sembrò bestiale, tremendo; un freddo che gli entrava fino nel profondo dell’anima, delle ossa, come se si fosse esposto nudo alla tempesta. Si fece coraggio e proteggendosi come poteva, cercò di avanzare verso il garage. La neve si levava dal suolo creando una nebbia fitta di ghiaccio che gli sferzava la pelle della faccia rimasta scoperta. Provava delle fitte come se dei piccoli aghi di ghiaccio gli penetrassero in continuazione la carne del volto. Cercò di ripararsi con le braccia e sollevando il bavero della pesante giacca, proteggendosi come poteva e schermandosi gli occhi con le mani guantate.

Si portò a tentoni fino al vecchio garage dietro la casa. Ad ogni passo doveva farsi strada con le gambe immerse nella neve fino a sopra le ginocchia. Il vento cominciò ad urlare sempre più forte e Dodo udì chiaramente i rami dei vecchi faggi secolari spezzarsi con dei colpi secchi e spaventosi. La torcia che si era portato illuminava solo il biancore della tormenta e lui dovette procedere a tentoni, rimanendo a ridosso del muro della casa per orientarsi e per avere un minimo di protezione.

Finalmente raggiunse il garage e provò ad aprire i vecchi portoni in legno ma il ghiaccio bloccava il grosso lucchetto in ferro che tratteneva il catenaccio. Come se non bastasse la neve trasportata dal vento si stava accumulando davanti all’ingresso del garage e ci sarebbe voluta comunque una pala per aprire un varco nella neve e smuovere le porte che si aprivano verso l’esterno. Dodo fu preso dallo sconforto quando si ricordò che la pala si trovava all’interno del garage e diede un pugno alla porta con il risultato di spaccarsi la pelle della mano sotto il guanto e, visto il dolore che provò solo più tardi, forse anche qualche osso.

Un tempo il nonno di Dodo teneva il trattore e gli attrezzi agricoli in quel garage e visto che risultava ancora perfettamente funzionale per l’uso che Dodo ne faceva, ovvero per depositare qualche attrezzo e tenervi il suo fuoristrada, dopo la morte del nonno lui non aveva mai pensato di ristrutturarlo o di renderlo un po’ più confortevole. In realtà Dodo non aveva toccato nulla in nessun angolo della vecchia casa da quando i nonni erano morti. Non per incuria: lui faceva personalmente le manutenzioni necessarie, ma per un senso di nostalgico rispetto, come se in quel modo potesse tenere più vivo il ricordo degli anni passati e delle persone a lui care che non c’erano più.

La tempesta sembrava non aver intenzione di dare tregua; Dodo guardò il portone chiuso, la neve portata dal vento che gli si stava accumulando davanti e maledì se stesso per non essersi deciso prima di andare a cercare Maya. Si sentì stupido, incosciente e tremendamente in colpa. Dopo qualche attimo di sconforto si rese conto che non poteva star lì a piangersi addosso. Vista la situazione decise che sarebbe andato a cercarla a piedi; non aveva altra scelta.

Ripercorse a ritroso il solco che aveva fatto nella neve portandosi dalla casa verso il garage e che nel frattempo si era riempito quasi completamente di altra neve portata dal vento. Rientrò in casa, si cambiò velocemente il giaccone, si bardò velocemente e per bene con altri indumenti, si mise gli scarponi ai piedi e prese gli sci e l’attrezzatura necessaria nel sottoscala per uscire subito, di nuovo nella tempesta, senza fermarsi a pensare, trattenendo il respiro mentre i cristalli di ghiaccio portati con violenza dal vento, appena aprì la porta, gli ferirono la pelle.

Chiuse la porta facendo uno sforzo notevole, si mise in fretta gli sci ai piedi e partì. Ad ogni sferzata di quel vento tremendo rischiava di perdere l’equilibrio e senza veder assolutamente nulla cercò di portarsi nella direzione giusta, confidando nella presenza dei faggi che lo avrebbero in un certo modo guidato lungo la carreggiata della strada.

Riuscì a percorrere diverse centinaia di metri muovendosi a tentoni e confidando in cuor suo che la tempesta cessasse il prima possibile. Era allenato e aveva una buona resistenza, ma l’incertezza di quel modo di avanzare lo stava provando non poco; non riusciva a distinguere assolutamente nulla davanti a sé, ed il frontalino che si era fissato sulla fronte aveva l’unica funzione di rendergli evidente la bestialità di quel vortice pauroso di neve e ghiaccio al centro del quale si trovava.

Non sapeva con certezza se si era mosso nella direzione giusta e temeva di essersi inoltrato in qualche radura fra i faggi, rischiando di allungare il percorso. Il pensiero andò a Maya, alla paura che le fosse accaduto qualche cosa di grave e questo gli diede la forza per non demordere. Procedeva nel nulla, cercando di fare in fretta, con l’affanno nel petto e tendendo le mani in avanti, cercando i tronchi dei faggi con i bastoncini degli sci, perché erano l’unico punto di riferimento in quella nebbia impietosa di ghiaccio sferzante.

Di colpo il vento cessò. Il silenzio cadde e si distese sulla foresta come una coperta invisibile. I mulinelli di ghiaccio svanirono in alto, lontani, verso un cielo che si stava aprendo alle stelle che adesso sembravano vicinissime, vivide di una luce intensa, innaturale. Si trattò di un cambiamento talmente repentino che Dodo ci mise qualche minuto per rendersi conto. L’affanno piano lasciò il posto all’incredulità. La temperatura sembrava essersi alzata; lui guardò il cielo e non gli sembrò vero che fino a pochi attimi prima era immerso nell’inferno di una tempesta come non ne aveva mai viste. Si guardò le gambe che erano immerse nella neve fino a metà polpaccio, si mosse e cercò di assestarsi sulla superficie del manto nevoso. Si tolse la neve dalla faccia, dal vetro del frontalino e cercò di rendersi conto del luogo esatto in cui si trovava e intanto il cuore continuava a martellargli nelle orecchie. Ebbe una reazione nervosa che gli fece uscire un urlo rabbioso e bestiale dal profondo. Poi respirò, cercò di calmarsi; non doveva perdere il controllo, non ora. Aveva resistito per tutti quei mesi, poteva resistere ancora, doveva farlo. Adesso doveva cercare Maya. Maya era la cosa più importante, adesso. 

Fece dei respiri lunghi, per ritrovare la calma e si concentrò per capire dove si trovava. Un sorriso gli si dipinse sul volto quando capì che aveva preso la direzione giusta: la via aperta fra i faggi che gli si parava di fronte era la carreggiata della strada sommersa dalla neve, la riconosceva. E riuscì a distinguere i posto esatto in cui si trovava. Quando si rese conto, si mosse di nuovo, sollevando gli sci e scrollandosi la neve di dosso si rimise in marcia, rinfrancato e con la speranza che Maya stesse bene. Non era lontana, si trovava anche lui sul pianoro e in pochi minuti l’avrebbe raggiunta. Si mise a chiamarla a gran voce, anche se sapeva che probabilmente era ancora troppo distante per poterlo sentire, ma non si sa mai, si disse.

Mentre cercava di accelerare ancora più il passo urlava il suo nome ed il fiato cominciò a farglisi grosso, ma lui non ci fece caso e proseguì come se dovesse recuperare in un attimo tutto il tempo perso stando ad aspettare.

I rami ed i tronchi dei faggi erano coperti dalla neve che il vento aveva affisso ovunque sulle superfici verticali come dei manifesti che ne pubblicizzavano la sua forza incontrollabile; la luce del frontalino illuminava il biancore che si rifletteva da ogni direzione e la luna fece la sua parte, dipingendo il suolo con le ombre allungate fra i denti larghi dei pettini argentati.

Dodo sentiva solo il rumore ritmico del suo respiro affannoso, il battito del suo cuore e la sua voce che ogni tanto urlava il nome di Maya; tutto il resto era immobilità e silenzio. La neve al suolo si era solidificata in pochissimo tempo in una lastra compatta e ghiacciata e questo agevolava il passo pattinato di Dodo lungo il percorso. Ci siamo quasi, pensò, adesso la vedo, fra un attimo vedrò la sua macchina.

Fra gli alberi Dodo vide le ombre in movimento, all’improvviso. Non si spaventò, cercò di non avere reazioni che lo distogliessero dal suo procedere verso Maya, cercò di non pensare a tutto quello che gli era capitato in quegli ultimi mesi e continuò la sua marcia, indifferente. Le ombre velocissime e furtive continuavano a muoversi con i loro passi felpati; le sentiva, sapeva che erano ovunque, silenziose, scure, quasi invisibili non fosse stato per la luce della luna e per il riverbero di questa sulla neve. Se avesse focalizzato, se avesse perso la concentrazione anche solo per un attimo, sapeva che le avrebbe viste in maniera definita, spaventosa e non poteva permetterssi di avere paura, non poteva fermarsi, doveva andare avanti.

Poi di colpo un boato squarciò l’aria ed il rumore dello spezzarsi secco del legno che si schianta al suolo fece tremare la terra. Dodo sentì l’aria smossa dalla caduta del vecchio albero, vicinissima, a pochi metri da lui e trasalì, di nuovo. Pensò in una frazione di secondo che tutto quello che gli stava accando non avrebbe mai avuto fine. Lo pensò e poi ricacciò indietro tutte le sensazioni che quel frangente si sarebbe trascinato dietro.

La luce del frontalino illuminò i pochi attimi che ci mise il grosso tronco per raggiungere il suolo innevato; uno fra i più vecchi faggi a lato della strada non aveva resistito alla pressione della neve pesante e ghiacciata che gli si era accumulata fra i rami e, già provate dal terribile vento appena passato, le sue fibre spente non avevano retto.

Dodo non ebbe il tempo di riaversi dallo spavento, che altri colpi sordi e secchi di rami e tronchi che si spezzavano e cadevano in successione si levarono dalla foresta da ogni direzione. Il bosco stava letteralmente cadendo a pezzi, soccombendo al peso di tutta quella neve grondante d’acqua e poi ghiacciata all’improvviso dalla tempesta di vento gelido.

Dodo si rese conto che in nessun luogo, nè lui, nè Maya, finchè si trovavano in mezzo agli alberi della faggeta, si sarebbero trovati al sicuro. Ed entrambi erano proprio nel cuore della foresta.

 

 

Sneze (6)

Non è il caso di esagerare, con il grigio

Ho seppellito un anello di latta nella neve.
Me lo avevi regalato in primavera e aveva una salamandra incisa sopra.
La salamandra è il simbolo del fuoco, mi avevi detto.
Io ti avevo guardato, forse ti avevo fissato, non ricordo, ma una cosa è certa: io mica avevo capito.
Niente di grave, niente di strano; quando mai io capivo? Quando mai?!
Però presi l’anello e me lo misi al dito, lo rimirai stendendo il braccio e decisi che se quello era il fuoco, non era poi troppo caldo e potevo sopportarlo.E lo tenni.
Oggi però l’ ho sepolta nella neve, la salamandra, perchè se è fuoco, allora la scioglierà senz’altro e la farà sparire in fretta, perchè il bianco si sporca facilmente e porta il grigio in questi cupi giorni e a me, tu lo sai, non piace avere il grigio addosso, non mi piace averlo negli occhi.
C’era l’ombra del campanile e di fianco una albero e sull’albero la cornacchia; anche lei era grigia.
Fosse stata nera ci sarebbe stata anche bene, lì di fianco al campanile, appollaiata sull’albero; tuttavia era grigia e le lanciai un sasso, ma non la presi. Pazienza.
Non si tirano i sassi alle cornacchie, mi dissero.
Fanculo, risposi, quella non è una cornacchia qualunque! Quella è una cornacchia grigia! Ma non capirono… ho il dubbio che loro nemmeno lo vedono, il grigio.
Non c’era cenere, ancora, ma ci sarebbe stata e serviva per ricordare, dicevano. Me la immaginavo spargersi nei ricordi, come fa il pulviscono nelle stanze assolate quando si rifanno i letti, che si alza e si muove e confonde la vista, perchè non si fa seguire, non riesci a seguirlo, esattamente come i ricordi, che poi si perdono, sempre.
Me ne andai e la cornacchia gracchiò e io le mostrai il dito medio.
Era finito il rito, era finito tutto, per qualcuno.
E lei volò via, che era ora.

Non è il caso di esagerare, con il grigio

Ottaveimmersenelneroprofondo

Lavorare di notte consente a volte di ascoltare il battito del Mondo e quando ci si addormenta sul tardi ci si può appoggiare con un orecchio al piano sconfinato dell’ignoto e sognarne la musica che sale fra l’erba ed un fruscio di foglie, per poi farsi portare, danzando lentamente, abbracciati al buio morbido fino a svanire con lui nelle ombre.

Sa di velluto scuro finire il giorno così.

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